venerdì 29 dicembre 2017

Franz Kafka: Gracco il cacciatore.

Due ragazzi sedevano sul muro del molo e giocavano a dadi. Un uomo leggeva un giornale sui gradini d'un monumento all'ombra dell'eroe dalla spada brandita. Una ragazza riempiva al pozzo il suo mastello. Un fruttivendolo stava presso la sua mercanzia e teneva d'occhio il mare. In fondo a una bettola si vedevano, attraverso le aperture sgombre della finestra e della porta, due uomini intenti al vino. L'oste sedeva a un tavolo all'esterno e sonnecchiava. Una barca galleggiò lieve come se fosse tratta, sull'acqua, nel piccolo porto. Un uomo con il camiciotto azzurro approdò e tirò la gomena attraverso gli anelli. Due altri uomini in abito scuro dai bottoni argentei portarono, dietro al battelliere, una bara in cui sotto un gran drappo di seta a fiorami, sfilacciato, giaceva evidentemente un uomo. Sul molo nessuno s'interessò del nuovo arrivato, anche quando quelli misero giù la bara in attesa del pilota del battello, che ancora lavorava alle gomene, nessuno si avvicinò, nessuno rivolse loro una domanda, nessuno li guardò meglio. Il pilota venne ancora trattenuto da una donna con i capelli sciolti che ora si mostrò in coperta, al petto un bimbo. Poi il pilota scese, indicò un edificio a due piani giallognolo che sorgeva a sinistra vicino all'acqua, in linea retta, i portatori risollevarono il carico e lo recarono attraverso il portone, basso, ma formato da snelle colonne. Un ragazzino aprì una finestra, osservò proprio il momento della scomparsa del gruppo dentro la casa ed in fretta richiuse la finestra. Venne chiuso anche il portone, le cui commessure accurate erano di pesante legno di quercia. Uno stormo di piccioni che fin lì aveva volato intorno al campanile ora si abbassò sullo spiazzo davanti alla casa. Quasi che il loro cibo fosse conservato nella casa, si addensarono davanti al portone. Uno volò fino al primo piano e picchiettò sul vetro di una finestra. Si trattava di animali di color chiaro in buona salute e vivaci. La donna del battello buttò loro, con un largo lancio, chicchi di grano, i piccioni li raccolsero e poi volarono verso di lei. Un vecchio con il cappello a cilindro con la fascia del lutto venne giù da una delle viuzze che ripide scendevano al porto. Si guardava attorno con attenzione, tutto gli era doloroso, la vista del sudiciume in un angolo gli sconvolse la faccia, sui gradini del monumento giacevano resti di frutta, e lui passando li spazzò via con il bastone. Bussò alla porta con le colonne, nel contempo prendendo il cappello a cilindro con la destra inguantata di nero. Venne aperto subito, ben cinquanta ragazzini, che formavano un cordone nel lungo atrio, s'inchinarono. Il pilota scese la scalinata, salutò il signore, lo guidò su, al primo piano fece con lui il giro della corte circondata da un leggiadro porticato, ed entrambi entrarono, mentre a rispettosa distanza i ragazzi li seguivano accalcandosi, in un locale grande e freddo che si trovava nel retro dell'edificio di fronte al quale non era visibile più alcun edificio, ma soltanto una spoglia parete rocciosa grigia scura. I portatori erano occupati a sistemare alcune candele ai capi della bara, e ad accenderle; non ne venne però luce, in effetti le ombre furono solo turbate dalla loro prima quiete e guizzarono sulle pareti. Il drappo venne tirato via. Nella bara giaceva un uomo dalla barba incolta cresciuta insieme ai capelli, dalla pelle abbronzata, che assomigliava all'incirca ad un cacciatore. Se ne stava là immobile, apparentemente senza respirare, gli occhi chiusi, ciò nonostante l'insieme soltanto indicava che egli, forse, era morto.
Il signore si portò fino alla bara, pose una mano sulla fronte del giacente, quindi s'inginocchiò e pregò. Il pilota del battello fece cenno ai portatori di lasciare la stanza, essi uscirono, espulsero i ragazzi che si erano ammassati fuori e chiusero la porta. Parve però non bastare ancora al signore neppure questa quiete, guardò il pilota, costui comprese e da una porta di lato andò nella stanza accanto. Subito l'uomo dentro la bara aprì gli occhi, volse sorridendo dolente la faccia verso il signore e disse: “Chi sei?” Il signore si alzò senza visibile stupore dalla sua posizione inginocchiata e rispose: “Il sindaco di Riva.” L'uomo nella bara annuì, indicò, tendendo debolmente un braccio, una sedia, e disse, dopo che il sindaco ebbe accolto il suo invito: “Lo sapevo bene, signor sindaco, ma sul primo momento mi dimentico sempre di tutto, tutto mi gira ed è meglio che io chieda, anche se so tutto. Anche voi probabilmente sapete che sono Gracco il cacciatore.” “Certo”, disse il sindaco, “Mi siete stato annunciato stanotte. Dormivamo da molto. Verso mezzanotte mia moglie ha gridato: 'Salvatore' – questo è il mio nome – 'guarda il piccione alla finestra.' Era davvero un piccione, ma grosso come un gallo. Mi è volato all'orecchio ed ha detto: 'Domani viene il defunto Gracco, il cacciatore, ricevilo a nome della città.'” Il cacciatore annuì e mise la punta della lingua tra le labbra: “I piccioni mi hanno preceduto. Ma credete che io debba restare a Riva, signor sindaco?” “Ancora non posso dirlo”, rispose il sindaco. “Siete morto?” “Sì”, disse il cacciatore, “lo vedete. Molti anni or sono, deve trattarsi però di straordinariamente tanti anni, inseguendo un camoscio caddi, nella Foresta Nera, che è in Germania, da una roccia. Da allora sono morto.” “Ma vivete tuttora?” disse il sindaco. “In un certo senso”, disse il cacciatore, “sono anche vivo. La mia barca funebre ha fatto un percorso errato, il timone è girato male, un momento di disattenzione del pilota, una deviazione attraverso la mia meravigliosa patria, non so cosa è stato, so soltanto che rimango sulla terra e che la mia barca da allora solca acque terrene. Così io, che volevo vivere soltanto nelle mie montagne, viaggio dopo la mia morte per tutte le regioni della terra.” “E non partecipate affatto all'aldilà? Chiese il sindaco corrugando la fronte. “Sono sempre”, rispose il cacciatore, “sulla gran scalinata che vi è diretta. Su questa infinitamente spaziosa scalinata io mi aggiro, in alto, in basso, a destra, a sinistra, sempre in movimento. Tuttavia faccio i più grandi progressi e se il portale risplende in alto su di me, mi sveglio, nella mia vecchia barca capitata in una qualche acqua terrena. L'errore fondamentale del mio morire d'un tempo mi ghigna attorno nella mia cabina, Giulia, la moglie del pilota del battello, bussa e mi porta, nella mia bara, la bevanda mattutina della regione sulla cui costa stiamo navigando. “Una mala sorte”, disse il sindaco sollevando una mano a mo' di scanso. “E non ne avete alcuna colpa?” “Nessuna”, disse il cacciatore, “ero cacciatore, è una colpa? Ero appostato come cacciatore nella Foresta Nera dove ai tempi v'erano ancora lupi. Stavo in agguato, sparavo, colpivo, scuoiavo, è una colpa? Il mio lavoro veniva benedetto. Venivo chiamato il gran cacciatore della Foresta Nera. E' una colpa?” Io non sono autorizzato a decidere di questo”, disse il sindaco, “ma nemmeno a me pare che sia una colpa. Ma allora chi ha colpa?” “Il battelliere”, disse il cacciatore.



E ora pensate di restare da noi a Riva?” chiese il sindaco. “Io non penso”, disse sorridendo il cacciatore, e per rimediare allo scherno pose una mano sul ginocchio del sindaco. “Sono qui, non so, non posso fare di più. La mia barca è senza timone, viaggia con il vento che spira nelle regioni più inferiori della morte.”


Io sono Gracco il cacciatore, la mia patria è la Foresta Nera in Germania.




Nessuno leggerà quel che scrivo qui; nessuno verrà ad aiutarmi; se fosse obbligatorio aiutarmi tutte le porte di tutte le case sarebbero chiuse, tutte le finestre, tutti a letto con le coperte sul capo, l'intera terra come un ostello di notte. Ciò non è senza senso, infatti nessuno sa di me e se lo sapesse non saprebbe dove mi trovo, e se lo sapesse non saprebbe tenermici, e se sapesse tenermici non saprebbe aiutarmi. Pensare di volermi aiutare è una malattia che dev'essere curata a letto.
Lo so e scrivo dunque non per chiedere aiuto, anche se a momenti, senza autocontrollo come sono, per esempio ora, ci penso con gran forza. Basta però a scacciare simili pensieri che mi guardi intorno e mi rappresenti dove mi trovo e – questo posso precisarlo - vivo da centinaia di anni. Scrivendo questo sto su un tavolaccio di legno, ho addosso – non è affatto divertente guardarmi – una camicia da morto, capelli e barba sono in disordine ed aggrovigliati, tra il nero e il grigio, le gambe sono coperte da uno scialle di seta a fiorami, da donna e frangiato. Alle mie estremità c'è una candela votiva che mi fa luce. Sulla parete davanti a me c'è un'immaginetta, chiaramente un boscimano che prende la mira su di me con una lancia e si nasconde come può dietro uno scudo grossolanamente dipinto. Sulle navi se ne trovano, di stupide raffigurazioni, ma questa è una delle più stupide. Per il resto la mia gabbia lignea è tutta vuota. Da un oblò della parete di fianco viene l'aria calda delle notti meridionali e io odo l'acqua urtare sulla vecchia barca.
Mi trovo qui da quando, Gracco cacciatore, ancora vivo, a casa nella Foresta Nera inseguivo un camoscio e caddi. Tutto andò secondo la regola. Inseguivo, caddi, mi dissanguai in un burrone, fui morto e questa barca doveva portarmi nell'aldilà. Ricordo ancora con qual contentezza mi distesi per la prima volta qui sulla panca, mai le montagne avevano udito da me un tale canto come queste quattro pareti ancora semibuie. Avevo vissuto volentieri ed ero morto volentieri, felice mi liberai, prima di salire a bordo, del ciarpame di schioppo, borsa, cacciatora che sempre avevo portato con orgoglio, e scivolai nella camicia da morto come una fanciulla nell'abito da sposa. Giacqui qui ed attesi.
Poi successe <sospeso>


Come, Gracco cacciatore, viaggi già da secoli in questo vecchio battello?”
Da mille e cinquecento anni.”
Sempre su questa nave?”
Sempre su questa barca. Barca, voglio dire, è la denominazione giusta. Non ti intendi di materia navale?”
No, è solo da ora che me ne occupo, da quando so di te, da quando sono entrato nella tua nave.”
Non è una scusa. Anch'io vengo dal paese interno, non ero mica uno che viaggia per mare, non volevo diventarlo, mia gioia erano la montagna e la foresta e ora – vecchissimo viaggiatore di mare, Gracco il cacciatore, spirito protettore dei marinai, Gracco, il cacciatore idolatrato dal novellino, che si contorce le mani quand'è in coffa, angosciato dalla notte tempestosa. Non ridere.”
Dovrei ridere? No davvero. Sto con il batticuore davanti all'uscio della tua gabbia, col batticuore ci sono entrato. La tua gentilezza naturale mi tranquillizza un po', ma non dimentico mai di chi sono ospite.”
Certo, hai ragione, può anche darsi, io sono Gracco il cacciatore. Non vuoi bere del vino, ignoro la marca, ma è dolce e forte, il patron me ne fornisce bene.”
Ora, no, prego, sono troppo inquieto. Più tardi forse, se hai pazienza con me. Chi è il patron?”
Il proprietario della barca. Questi patron, voglio dire, sono uomini di prim'ordine. Solo che io non li capisco. Non mi riferisco alla loro lingua, per quanto naturalmente il più delle volte io non la capisca. Sia detto di passaggio. Nel corso dei secoli ne ho imparate abbastanza di lingue e potrei far da interprete tra gli antenati e quelli di oggi. Ma è come pensa il patron che io non capisco. Forse tu me lo puoi spiegare.”
Non lo spero molto. Come potrei spiegare qualcosa a te, dal momento che al tuo confronto sono appena un bambino balbettante?”
Non una volta per tutte. Mi farai un piacere se mi ti riveli un poco uomo, e consapevole. Cosa ci faccio con un'ombra come ospite? La soffio via dall'oblò in mare. Necessito di svariate spiegazioni. Tu che sei in giro fuori, puoi darmele. Invece qui al mio tavolo tremi e dimentichi, ingannandoti da te, il poco che sai, e poi magari te la fili. La dico come la penso.”
V'è del giusto. Di fatto in molte cose ti sono superiore. Cercherò dunque di controllarmi. Chiedi.”
Meglio, molto meglio, tu esageri su questa strada e t'immagini certe superiorità. Devi soltanto capirmi bene. Sono una persona come te, ma sono più impaziente di circa tanti secoli quanti sono più vecchio. Dunque parliamo del patron. Fa' attenzione, e bevi il vino per affinarti il comprendonio. Senza timidezza. Forte. Ce n'è ancora un intero carico.”
Gracco, è un vino eccellente. Il patron deve essere un vivo.”
Peccato che sia morto oggi. Era un buon uomo e se ne è andato pacificamente. Figli ben educati stavano al suo letto di morte, la moglie è caduta svenuta ai piedi del letto, il suo ultimo pensiero fu tuttavia per me. Buon uomo, amburghese.”
Dio santo, amburghese, e tu qui nel sud sai che è morto.”
E non dovrei sapere quando il mio patron muore? Sei davvero un ingenuo.”
Mi vuoi offendere?”
No, per niente, non voglio. Ma tu non devi stupirti tanto e devi bere di più. Per quanto riguarda il patron è andata nel modo seguente: la barca in origine non apparteneva a nessuno.”
Gracco, una preghiera. Dimmi per prima cosa, in breve, ma coerentemente, come veramente ti trovi. Per dire la verità, io non lo so. Per te naturalmente si tratta di cose evidenti, e presumi secondo la tua indole che siano note in tutto il mondo. Tuttavia nella breve vita umana – voglio dire, Gracco, la vita è breve, cerca di rendertene conto – in questa breve vita si ha molto da fare per la propria prosperità e quella della propria famiglia. Per quanto Gracco il cacciatore sia interessante – non è adulazione, è cosa certa – non si ha tempo per pensarci, per informarsi su di lui o per preoccuparsene. Forse sul letto di morte, come il tuo amburghese, non lo so, l'uomo diligente ha forse per la prima volta il tempo di distendersi, e tra i pensieri oziosi transita, per una volta, Gracco il cacciatore, acerbamente. Ma come ho detto per il resto non sapevo nulla di te, mi trovo qui al porto per affari, vidi la barca, la passerella era pronta, vi venni sopra – se però sapessi qualcosa in relazione a te!”
In relazione a me, dunque. Vecchie, vecchie storie. Ne son pieni tutti i libri, in ogni scuola i maestri ne fan disegni alla lavagna, la madre ne sogna intanto che al seno il bambino si nutre – e tu ti piazzi qui e mi chiedi di farti un resoconto. Devi aver avuto una giovinezza sommamente sprecata.”
Possibile, com'è peculiare di ogni giovinezza. Ti sarebbe credo utilissimo, però, se per una volta ti guardassi un po' intorno nel mondo. Per quanto ti appaia comico, ed anch'io ora me ne meraviglio, è così, non sei l'oggetto dei discorsi pubblici, per quanto di poche cose si parli, tu non ci sei, il mondo fa il suo cammino, tu fai il tuo percorso, ma finora mai ho notato che vi siate incrociati.”
Si tratta di osservazioni tue, mio caro, altri ne hanno fatte altre. Ci sono ora solo due possibilità. O taci quel che sai di me, e lo fai con una qualche intenzione. In tal caso telo dico francamente, sei su una strada sbagliata. Oppure tu davvero credi di non poterti ricordare di me per il fatto che confondi la mia storia con un'altra. In questo caso ti dico soltanto: sono - no non posso, ognuno lo sa, e proprio io devo raccontartelo! E' talmente lungo. Domanda agli storiografi! Nelle loro stanze vedono a bocca aperta ciò che è avvenuto da gran tempo e lo descrivono senza sosta. Va' da loro e poi ritorna. E' talmente lungo. Come faccio a conservarlo in questo cervello stracolmo?”
Aspetta, Gracco, te lo renderò più facile, ti chiederò: qual è la tua origine?”
Com'è arcinoto dalla Foresta Nera.”
Naturale, dalla Foresta Nera. E lì hai cacciato all'incirca nel quarto secolo.”
Ragazzo, la conosci la Foresta Nera?”
No.”
Nemmeno la conosci. Il figlio piccolo del timoniere ne sa più di te, ma davvero, molto di più. Ma chi ti ha mandato qui? E' fatalità. La tua umiltà iniziale era in realtà benissimo motivata. Tu sei un nulla che io empio di vino. Orbene, nemmeno conosci la Foresta Nera. Ho cacciato lì fino a venticinque anni. Se il camoscio non mi avesse attratto – ora dunque lo sai – avrei avuto una lunga e bella vita da cacciatore, ma il camoscio mi attrasse, caddi e urtai mortalmente sulle rocce. Chiedi ancora. Sono qui, morto, morto, morto. Non so perché sono qui. Venni allora messo sopra la barca funebre, come si deve, un povero morto, mi si fecero le tre, quattro cose che a tutti si fanno, perché far eccezione con Gracco il cacciatore? Tutto era in ordine, e fui disteso nella barca, <non conclude>

Titolo originale: Texte zum Jaeger Gracchus-Thema (1917)


lunedì 25 dicembre 2017

Un giovane Kafka

Nel post precedente abbiamo un testo inconcluso del giovane K (1907), che mette in scena le resistenze di un tale, Eduard Raban, alle sue nozze con una certa Betty, da effettuare in trasferta (in campagna, diciamo meglio: in provincia). Non è qui l'interessante del testo, ma nel descrittivismo spinto e molto sensorialmente centrato del racconto, ciò che dà risultati appunto sensoriali (ottici) davvero notevoli. Da non trascurare l'accenno ad una località (Jungbunzlau) che abbiamo individuato, via Internet, e che si trova ad una cinquantina di km a nord est di Praga: abbiate fede, in K questa è una rarità.

venerdì 22 dicembre 2017

F.Kafka: Preparativi di nozze in campagna

Eduard Raban attraversò l'atrio e dal vano del portone vide che pioveva. Un po'.
Proprio davanti a lui sul marciapiede c'erano molte persone che procedevano in vari modi, chi s'avvicinava ed attraversava la carreggiata, una fanciullina reggeva sulle mani un cagnolino stanco, due signori si scambiavano informazioni, uno di loro teneva le mani con i palmi sollevati e le muoveva in modo simmetrico quasi tenesse in sospeso un carico. Poi si vide una signora il cui cappello era assai carico di nastri, nastrini e fiori, ed un giovane con bastoncello che s'avvicinava in fretta, la sinistra sul petto come schiacciata. Andavano e venivano uomini che fumavano soffiando nuvolette oblunghe e dritte. Tre signori – due tenevano i soprabiti leggeri ripiegati sull'avambraccio – tendevano a muoversi dalla parete dell'edificio fino al margine del marciapiede, osservavano ciò che vi succedeva, e, continuando a parlare, ritornavano indietro.
Attraverso gli spazi lasciati tra coloro che passavano si vedevano le pietre ben sistemate del selciato, su cui carrozze dalle ruote alte e sottili erano tirate da cavalli con il collo teso. La gente che sedeva sui sedili imbottiti guardava in silenzio chi andava a piedi, i negozi, i balconi ed il cielo. Dovendo una carrozza sorpassarne un'altra i cavalli si sforzarono insieme ed i loro finimenti ballarono, dettero strappi contro il timone, la carrozza corse oscillando fin quando non ebbe completato il sorpasso ellittico della carrozza davanti, ed i cavalli si separarono di nuovo l'un dall'altro, ravvicinate solo le strette teste impassibili.
Alcune persone si fecero rapidamente avanti sul portone dell'edificio, restarono sopra il mosaico, all'asciutto, e si girarono attorno con lentezza guardando la pioggia che cadeva strozzata in quella stretta viuzza.
Raban si sentiva stanco. Aveva labbra pallide come il rosso scolorito della sua larga cravatta a disegni moreschi. La signora che si trovava al di là del vano della porta ora guardava verso di lui con indifferenza, o forse guardava solo la pioggia che cadeva davanti a lui, o i manifesti commerciali che erano fissati, al di sopra dei capelli di lui, sulla porta. Raban la credette meravigliata. “Dunque”, pensò, se potessi farle un resoconto, non sarebbe mica meravigliata. Si lavora in ufficio con tal foga che poi si è perfino troppo stanchi per godersi le ferie. Tuttavia, con tutto che si lavora, ancora non si arriva ad aver alcun diritto di esser trattati per bene da tutti, anzi, a tutti si è estranei. Fintanto poi che tu dici “si” invece che “io” passi, e si può raccontarla, questa storia, ma non appena tu ammetti che in questione sei tu stesso, allora sei alla lettera trafitto, e inorridisci.
Mise giù la valigia ricoperta di stoffa piegando le ginocchia. L'acqua piovana intanto scorreva sui lati della carreggiata, a fiotti allargantisi fino alle fognature.
Se però io distinguo tra “si” e “io”, come posso poi lamentarmi degli altri? Probabilmente non hanno torto, ma io sono troppo stanco per capire tutto. Sono perfino troppo stanco per far la strada verso la stazione senza sforzo, eppure è breve. Perché dunque non resto durante queste brevi ferie in città, per rimettermi? Eppure sono irrazionale. Questo viaggio mi farà star male, lo so. La mia camera non sarà abbastanza confortevole, in campagna non può essere che così. Siamo appena alla prima metà di giugno, l'aria in campagna spesso è ancora parecchio fredda. Certamente sono vestito in modo appropriato, ma dovrò accompagnarmi con gente che la sera tardi va a passeggio. Ci sono laghetti, si andrà a camminarci lungo le rive. Ed io certo prenderò freddo. In compenso mi segnalerò poco nelle conversazioni. Non saprò mettere a confronto uno di quei laghetti con altri di luoghi lontani, infatti non ho mai viaggiato e, per parlare della luna, provar beatitudine e salire entusiasta su mucchi di ruderi, sono troppo vecchio per non venir deriso.
Vennero verso di me delle persone con le teste un po' abbassate reggendo ombrelli scuri aperti. S'avvicinò anche un carro, sul cui sedile impagliato un uomo teneva le gambe larghe in modo tanto trasandato che un piede gli toccava quasi terra, mentre l'altro stava sulla paglia e i brandelli del sedile. Pareva che, nel corso di una bella giornata, se ne stesse seduto in un prato. Eppure vigile aveva le redini, per cui il carro, su cui sbattevano tra loro sbarre di ferro, si barcamenava bene nella calca. Per terra si vide nel bagnato il riflesso del ferro scivolare da una fila di pietre all'altra, sinuoso e lento. Il bambino vicino alla signora era vestito come un viticoltore d'una volta. Il suo abito a pieghe in basso faceva un gran cerchio, mentre era stretto sotto le ascelle da una cintura di cuoio. Il suo berretto semisferico arrivava fino ai sopraccigli e dalla cima pendeva un fiocco giù fino all'orecchio sinistro. La pioggia lo rallegrava. Corse fuori dal portone e ad occhi aperti scrutò il cielo allo scopo di prenderne di più. Continuò a saltar su, tanto che l'acqua schizzò abbondante e chi arrivava lo rimproverò assai. Allora la signora lo chiamò e da quel momento lo tenne per la mano; eppure lui non pianse.
Raban si spaventò. Non era già tardi? Dato che portava soprabito e giacca aperti prese alla svelta l'orologio. Era fermo. Di malumore ad uno che era lì vicino, ma un po' più all'interno dell'atrio, chiese l'ora. Costui stava conversando e disse, ancora impegnato a ridere di qualcosa della sua conversazione: “ma prego, son le quattro passate”, e si girò.
Raban aprì rapidamente l'ombrello e prese la valigia in mano. Quando però stava per uscire in strada fu ostacolato da alcune donne frettolose che fece passare. Nel far ciò abbassò lo sguardo sul cappello d'una ragazza bassa, che aveva una coroncina verde sulla tesa ondulata di paglia color rosso.
Ancora se ne ricordava, quando si trovò nella strada che saliva nella direzione che lui intendeva prendere. Poi se ne dimenticò, dato che ora aveva da sforzarsi un poco; la valigetta non gli risultava leggera, e il vento gli soffiava contro facendo sventolare la giacca e rovesciare in fuori le stecche dell'ombrello.
Fu costretto a prender fiato; un orologio in una piazza vicina suonò con gravità le cinque meno un quarto; da sotto l'ombrello vide i passettini della gente che gli veniva incontro, ruote di carrozza scricchiolarono frenando, rallentarono, i cavalli tesero le loro scure zampe anteriori, baldi come camosci in montagna.
A quel punto a Raban fu chiaro che avrebbe patito per tutti i prossimi quattordici giorni un brutto periodo, si tratta di solo quattordici giorni, dunque d'un tempo limitato, e, anche se le spiacevolezze diventano sempre maggiori, scema anche il tempo durante il quale si devono sopportare. Per cui il coraggio senza dubbio cresce. Tutti quelli che sono intenzionati a tormentarmi, e che ora hanno occupato tutto lo spazio che mi circonda, sono respinti pian piano indietro per mezzo del benigno scorrere di questi giorni, e senza che io debba collaborarvi nemmeno minimamente. E posso, dal momento che ciò si produce come cosa naturale, esser mite e tranquillo e far riuscire tutto a mio pro' - tutto deve però diventar buono soltanto per mezzo dello scorrer via dei giorni.
E non sono in grado di farlo, come sempre facevo da bambino nel caso di impegni rischiosi? Non ho affatto bisogno di andare in campagna, non serve. Ci mando solo il mio corpo vestito. Che traballa fuori dall'uscio di camera mia, e traballare non significa timore, ma vacuità. Né emozione, quand'esso incespica sulle scale, quando singhiozzando va in una qualche campagna e, piangendo, cena. Io, io, frattanto, giaccio nel mio letto, completamente protetto dalla coperta giallo/marrone, a parte l'aria che spira dalla finestra semichiusa.
Giacendo a letto sembro un grosso scarafaggio, un cervo volante o un maggiolino, credo.
Dinnanzi a un negozio dentro cui, al loro bastoncino, stavano appesi piccoli cappelli da uomo dietro una vetrina bagnata, lui restò a guardare, le labbra riunite a punta. Orbene, il mio cappello per le ferie basterà, pensò passando oltre, e se nessuno riesce a sopportarmi per via del mio cappello, tanto meglio.
Grossa figura di scarafaggio, certo. La mettevo come in letargo e mi stringevo le gambette al tronco panciuto. Sibilo una piccola quantità di parole, trattasi di disposizioni per il mio corpo afflitto, che presso di me fatica a starci, rassegnato. Presto son pronto, lui s'inchina, se ne va svelto, e farà tutto per bene, intanto che io riposo.
Raggiunse una solitaria porta dalla volta tonda che, in cima alla ripida viuzza, portava in una piazzetta circondata da botteghe già illuminate. Nel centro della piazza, oltre la luce un po' attenuata, si trovava la bassa statua d'un uomo seduto, cogitante. Davanti alle luci le persone si muovevano facendo la parte di smilze saracinesche e, poiché le pozzanghere ampliavano in larghezza e profondità il riflesso, l'aspetto della piazza mutava di continuo.
Raban avanzò alquanto nella piazza, tuttavia schivando con un guizzo la carrozza che spuntava, saltò dall'isolata pietra asciutta all'altra asciutta reggendo con mano sollevata l'ombrello aperto per vedere ogni cosa all'intorno. Fino a fermarsi vicino all'asta d'una lanterna – una fermata del tranvia elettrica – piazzata in un basamento cubico di mattoni.
Eppure in campagna mi si attende. Già si fan supposizioni? Tuttavia in una settimana, da quando lei è in campagna, non le ho scritto, solo stamani presto. Dopotutto mi s'immagina diverso. Si crede forse che mi precipiti a rivolgere la parola a uno, eppure non è mia abitudine, o che io l'abbracci, all'arrivo, cosa anche questa che non faccio volentieri. Se cercherò di rabbonirli li farò irritare. Se davvero potessi farli irritare tentando di rabbonirli!
In quel m omento venne avanti una carrozza aperta, non veloce, dietro le cui due lampade accese c'erano due signore sedute su scuri sedili di pelle. Una era appoggiata indietro ed aveva il volto nascosto da un velo e dall'ombra del cappello. Ma il corpo dell'altra era eretto; il cappello era piccolo, penne scure lo circondavano. Tutti potevano vederla. Il suo labbro inferiore era un po' ritirato nella bocca.
Mentre la carrozza era davanti a Raban un palo coprì la vista dell'altro cavallo, poi un cocchiere – indossava un gran cappello a cilindro – su un'insolitamente alta cassetta apparve davanti alle signore – ch'erano già molto lontane – quindi la sua carrozza girò l'angolo d'una casetta, cosa che ora parve strana, e sparì alla vista.
Gli guardò dietro a testa china, Raban, appoggiandosi il manico dell'ombrello alla spalla per vedere meglio. S'era ficcato il pollice destro in bocca e ci sfregava i denti sopra. La valigia gli stava vicino per terra su un lato.
Carrozze andavano da strada a strada sulla piazza, il tronco dei cavalli volava a balzi equilibrati, come lanciato, la lor testa faceva sì sì indicando il brio e però anche lo sforzo del movimento.
A tutti e tre gli angoli delle strade che sfociavano nella piazza stavano sul marciapiede molti sfaccendati che picchiettavano coi loro bastoncelli il pavimento. Tra i loro gruppi v'erano banchi presso cui ragazze mescevano limonata, orologi stradali su pali sottili, uomini con sul petto e le spalle grandi cartelli su cui a caratteri multicolori erano segnalati intrattenimenti, poi facchini su sedie giallognole con <...> della sera

(manca un foglio)

una combriccola. Due carrozze padronali che attraverso la piazza imboccavano la stradina in discesa tennero indietro alcuni signori di tale combriccola, ma dietro la seconda carrozza – già dietro la prima, cauti assai, ci avevano provato – si ricompattarono, questi signori, con gli altri, insieme ai quali poi in lunga fila presero il marciapiede ed entrarono in un caffè, attirati dentro in fretta dalla luce delle lampade elettriche che pendevano al di sopra dell'ingresso.
Ingombranti, certe vetture della tranvia elettrica si avvicinarono, altre rimasero indistinte, silenti in strade lontane.
Com'è curva”, pensò Raban guardando ora la foto, “mai una volta che stia diritta, e magari ce l'ha tonda, la schiena. Dovrò farci molta attenzione. E la bocca così larga, e il labbro inferiore sporgente senza dubbio in fuori, qui nella foto, ma certo, ora me ne ricordo. E l'abito. Non ci capisco niente, è naturale, di abiti, ma queste maniche tutte cucite strette son davvero brutte, fanno l'effetto d'una fasciatura. E il cappello con la tesa ch'è sollevata in ogni punto, rispetto al viso, da un'ulteriore piega all'insù. Gli occhi però ce li ha belli, marroni se non sbaglio. Lo dicono tutti, che ha gli occhi belli.
Quando poi una vettura si fermò davanti a Raban, attorno a lui passarono molte persone dirette agli scalini d'accesso con gli ombrelli appuntiti semichiusi tenuti diritti nelle mani aderenti alla spalla. Raban, che teneva sotto braccio la valigia, venne sospinto fuori dal marciapiede e s'infilò con forza in una pozzanghera non vista. Nella vettura, su una panca stava inginocchiato un bambino, portò alle labbra le punte delle dita di entrambe le mani come se prendesse congedo da qualcuno che se ne andava di lì. Alcuni passeggeri scesero e furono costretti a fare lungo la vettura alcuni passi, per venir fuori dalla calca. Poi salì sul primo gradino una signora il cui strascico da lei retto con entrambe le mani le si strinse sulle gambe. Un signore tenendosi stretto ad una sbarra d'ottone della vettura le raccontava qualcosa, eretto il capo. Tutti volevano entrare, non avevano pazienza. Il conducente urlò.
Raban, che ora si trovava al margine del gruppo in attesa, dal momento che qualcuno lo aveva chiamato per nome, si girò.
Ah, Lement”, disse senza fretta porgendo il mignolo al giovane che si avvicinava, infatti con la mano teneva l'ombrello.
Ecco dunque il fidanzato che se ne va dalla fidanzata. Pare paurosamente innamorato”, disse Lement ridendo a bocca chiusa.
Devi scusarmi, se vado oggi”, disse Raban. “T'ho anche scritto, nel pomeriggio. Sarei naturalmente andato molto volentieri con te domani, ma domani è sabato, ci sarà il pienone, il viaggio è lungo.”
Fa niente. Sì, me l'hai promesso; ma quando si è innamorati – ecco che dovrò viaggiare da solo.” Lement aveva un piede sul marciapiede, l'altro sul selciato, e teneva ora la parte superiore del corpo su una gamba, ora sull'altra. “Tu stavi salendo sul <tram> elettrico; sta per partire. Andiamo a piedi, ti accompagno. C'è ancora abbastanza tempo.”
Non è già troppo tardi? Ti prego.”
Nulla di strano che tu lo tema, ma ancora ne hai, di tempo. Io sono a posto, dato proprio proprio ora ho mancato Gillemann.”
Gillemann? Non abiterà anche lui là?”
Certo, con sua moglie, la prossima settimana vogliono andarci, perciò ho appunto promesso oggi a Gillemann di incontrarlo quando esce dall'ufficio. Mi voleva dare delle istruzioni riguardanti il mobilio di casa sua, per questo lo dovevo incontrare. Ora però più o meno ho fatto tardi, avevo da fare. E proprio mentre riflettevo se dovevo andarci, t'ho visto, dapprima sorpreso per la valigia, e t'ho chiamato. Ora però è già sera troppo inoltrata per far visite, insomma è impossibile andarci ora, dai Gillemann.”
Naturale, si tratta comunque di conoscenti che avrò là. D'altra parte la signora Gilleman non l'ho mai vista.”
Ed è assai bella. E' bionda ed ora, dopo che è stata ammalata, pallida. Ha gli occhi più belli che io abbia mai visto.”
Prego, come si vede che gli occhi sono belli? Non è vero che l'occhio di per sé non può esser bello? E' lo sguardo? Mai che io abbia trovato occhi belli.”
Vabbè, forse ho esagerato un po'. E' comunque una donna carina.”
Oltre la porta a vetri d'un caffè al livello del suolo si vedevano accanto alla finestra signori che leggevano e mangiavano attorno ad un tavolo triangolare; uno aveva abbassato un giornale sul tavolo, teneva sollevata una tazzina e guardava di lato, ad occhi ben aperti, in direzione della via. Dietro questo tavolo presso la finestra nel salone mobili e oggetti erano nascosti dagli avventori seduti in piccoli circoli. Sedevano anche, curvi, in fondo alla sala, dove

(manca un foglio)

... comunque non è affatto un affare sgradevole, nevvero? Molti se lo prenderebbero sulle spalle, tale peso, credo.”
Arrivarono in una piazza piuttosto buia che cominciava dalla via che loro due percorrevano, mentre si faceva stretta dall'altra parte. Sul lato della piazza lungo il quale essi procedevano c'era un blocco ininterrotto di edifici agli angoli del quale due file di case tra loro distanti retrocedevano nell'ignota lontananza in cui esse parevano riunirsi. Il marciapiede degli edifici, in maggioranza piccoli, era stretto, non si vedeva alcun negozio, né passava una carrozza. Un piedistallo di ferro decorato con cariatidi ed erba sotto, e foglie sopra, vicino al termine della via da cui essi venivano, sosteneva alcune lampade fissate in due cerchi paralleli. La fiamma di forma trapezoidale ardeva tra lastre di vetro disposte specularmente tra loro sotto un largo paralume turriforme, come in una cameretta, e pochi passi oltre lasciava sussistere il buio.
Ora di sicuro è già troppo tardi, tu non me lo hai detto ed io perdo il treno. Perché?”

(Mancano due fogli)

Il Pirkershofer al massimo, e quell'altro ...”
Il nome appare credo nelle lettere della Betty, non è aspirante applicato alle ferrovie?”
Sì, aspirante applicato alle ferrovie e persona spiacevole. Mi darai ragione quando avrai visto quel suo nasino grasso. Non ti dico quando si va a passeggio con lui in quegli uggiosi terreni. Del resto è già promosso e se ne va via, credo e spero, la prossima settimana.”
Aspetta, hai detto prima che mi consigli di restar qui stanotte. Ci ho pensato, non sarebbe opportuno. Ho scritto che arrivo stasera, mi aspetteranno.”
E' semplice, telegrafi.”
Certo, si potrebbe – non sarebbe però carino se non andassi – anche se sono stanco, ci andrò – se arrivasse un telegramma, si spaventerebbero – e poi a che scopo? Dov'è che andremmo, noi?”
Allora è davvero meglio se vai – pensavo soltanto – potrei anche non accompagnarti, ho sonno, mi son dimenticato di dirtelo. Mi congederò ora, dato che non voglio attraversare con te il parco, che è umido, e potrei ancora cercar di andare da Gilleman. Manca un quarto alle sei, a uno che si conosce bene si può far visita. Allora addio <it. nel testo>, buon viaggio e saluti a tutti.”
Lement si voltò a destra e porse la mano per congedarsi, così che per un momento camminò in direzione contraria rispetto al suo braccio proteso.
Adieu”, disse Raban.
Ad una certa distanza Lement gridò ancora: “Eduard, senti me, chiudi l'ombrello, è un bel po' che non piove più. Non ho fatto in tempo a dirtelo.”
Raban non rispose, iniziò a richiudere l'ombrello ed il cielo gli si parò sopra livido, oscurandosi.
Se almeno, pensò, fosse salito su un treno sbagliato, mi parrebbe come se fosse già iniziata la cosa, e se più tardi, chiarito l'errore, tornando indietro arrivassi di nuovo a questa fermata, per me sarebbe già molto meglio. Tuttavia, infine, se la località laggiù è noiosa, come dice Lement, non dev'essere in alcun modo un guaio. Ci si tratterrà magari nelle stanze mai sapendo in effetti dove tutti gli altri siano, o c'è un rudere nei dintorni e vi si fa una passeggiata in compagnia, di sicuro si è già stabilito da tempo. Allora si deve accettare volentieri, che non sia consentito mancarvi. Se tuttavia non c'è alcunché del genere che meriti d'esser visto, non ne consegue nessuna discussione, si aspetta, tutti facilmente saranno d'accordo se d'improvviso, contrariamente ad ogni abitudine, si considera valida un'escursione più ampia, basta mandare la ragazza <di servizio> nell'appartamento degli altri, dove essi siedono davanti a una lettera o davanti a un libro, e restano incantati da tal notizia. Ora, da tali inviti non è difficile difendersi. Eppure non so se potrò farlo, infatti non è così facile come sembra pensandoci, eccomi ancora solo, e posso ancora fare tutto, ancora posso tornare indietro quando voglio. Infatti là non avrò nessuno cui potrei far visita quando voglio, e nessuno con cui poter fare noiose escursioni, che mi indichi lo stato delle sue granaglie o della sua cava di pietre che lui fa funzionare. Nemmeno d'un vecchio conoscente si è affatto sicuri. Lement non è stato, oggi, gentile con me? Mi ha spiegato qualcosa ed ha illustrato tutto come mi apparirà. Mi ha rivolto la parola e poi accompagnato, ciò nonostante da me non voleva saper nulla ed aveva anche un'altra cosa da fare. Ora però se ne è andato all'improvviso, eppure non è che lo abbia seccato dicendo alcunché. Certo, mi sono rifiutato di passar la sera in città, ma ciò era naturale, non può essergli dispiaciuto, lui è una persona ragionevole.
L'orologio della stazione suonò, erano le sei meno un quarto. Raban si fermò, sentiva il cuore palpitare, rapido camminò lungo il laghetto del parco, arrivò in un sentiero stretto, male illuminato, tra grandi cespugli, sbucò precipitoso in uno spiazzo con molte panchine vuote appoggiate ad alberelli, rallentando attraversò un varco della cancellata verso la strada, l'attraversò, balzò nell'ingresso della stazione, trovò quasi subito uno sportello e fu costretto a bussare un po' sulla lastra che lo chiudeva. Apparve l'impiegato, disse che non era tardi, prese la banconota e buttò rumorosamente pochi soldi di resto ed il biglietto sul piano. Ora, Raban voleva in fretta rifare il calcolo, ritenendo di dover avere più soldi di resto, ma un facchino che passava lì vicino lo spinse, attraverso una porta a vetri, sulla banchina. Raban si guardò intorno, lì, intanto che al facchino gridava “grazie, grazie”, e poiché non trovava alcun conduttore salì su un vagone da solo per la più vicina scaletta, operazione che svolse tramite lo spostamento della valigia sul gradino più alto, poi seguendola, una mano appoggiata all'ombrello, l'altra alla maniglia della valigia. Il vagone in cui mise piede era rischiarato dalle molte luci della hall della stazione dov'esso era fermo; davanti a numerosi vetri tutti chiusi fino in cima pendeva, visibile a poco distanza, una lampada ad arco che faceva fumo, le molte gocce bianche di pioggia tendevano a muoversi una ad una sopra il vetro. A Raban arrivò il frastuono della banchina anche quando ebbe chiuso la porta del vagone e si fu seduto sull'ultimo piccolo spazio libero d'una panca di legno marrone chiaro. Vide molte schiene e nuche e tra loro sempre volti girati indietro, sulla panca davanti. Da certi posti volteggiava fumo di pipa e di sigaro, in un caso pigramente finendo sulla faccia d'una ragazza. I passeggeri tendevano a cambiar di posto discutendo tra loro tale cambiamento, oppure spostavano il loro bagaglio, che si trovava in una stretta rete blu, in un'altra rete. Se sporgeva in fuori un bastone o l'angolo rinforzato d'una valigia, ciò veniva fatto notare al suo proprietario che allora andava a rimetterlo a posto. Anche Raban ne tenne conto e fece scivolare la valigia sopra il posto dove sedeva.
Accanto a lui presso il finestrino sedevano uno davanti all'altro due signori che parlavano di prezzi e di merci. “Commessi viaggiatori”, pensò Raban, e respirando regolarmente li guardò. Il capo della ditta li manda in provincia, essi obbediscono, viaggiano con il treno e in ogni paese vanno di negozio in negozio. Spesso viaggiano in carrozza tra i paesani. In nessun luogo si devono trattenere a lungo, infatti tutto deve andar di fretta e loro sono obbligati a parlare solo delle merci. Con qual gioia ci si può impegnare in un impiego tanto ameno!
Quello più giovane aveva estratto di colpo dalla tasca dei calzoni un taccuino, lo sfogliava con l'indice umettato in fretta sulla lingua e poi leggeva una pagina, mentre scendeva con il dorso dell'unghia lungo essa. Guardava Raban, quando alzava gli occhi e, menzionando ora i prezzi dei filati, non distoglieva il viso da Raban, come si guarda fisso verso un qualche punto allo scopo di non dimenticare nulla di quanto si vuol dire. Abbassò poi le palpebre. Tenne nella sinistra il taccuino semichiuso, il pollice sopra la pagina letta per poterci tornar sopra facilmente, se gli fosse servito. Il taccuino tremolava, infatti costui non appoggiava il braccio da nessuna parte e il vagone in marcia urtava le rotaie come un martello.
L'altro viaggiatore aveva appoggiato la schiena, stava a sentire ed annuiva a intervalli ineguali. Si vedeva che non era affatto d'accordo su tutto, e che dopo avrebbe detto la sua.
Raban si prese con i palmi incrociati le ginocchia e sporgendosi vide tra le teste dei viaggiatori il finestrino attraverso il quale luci correvano in avanti ed altre fuggivano lontano. Di quel che dicevano i viaggiatori non capiva nulla, nemmeno la risposta dell'altro, lui avrebbe compreso. Sarebbe servita una gran preparazione, dato che s'aveva a che fare con gente che fin dalla sua gioventù aveva avuto a che fare con le merci. Se si è avuto in mano tanto spesso un rocchetto di filo e tanto spesso lo si è porto al cliente, allora si sa il prezzo e se ne può parlare. Se ne può parlare mentre i paesi arrivano verso di noi e passano via, mentre scappano nel profondo della provincia, dove ci diventano invisibili. Eppur tuttavia tali paesi sono abitati ed i commessi viaggiatori magari ci vanno, di negozio in negozio.
Dall'altra parte del vagone in un angolo si levò un omone che in mano aveva carte da gioco; disse ad alta voce: “Marie, le hai messe in valigia anche le camicie di zephir <è un tipo di cotone; fonte: Diz. Enc. Treccani>?” - “Ma certo”, disse la donna seduta davanti a Raban. Aveva dormito un po', e, quando la domanda la svegliò, rispose rivolta a Raban, come se l'avesse fatta lui. “Andate a Jungbunzlau <nome tedesco di Moleslav – città boema che si trova a nord est di Praga - a cinquanta km di distanza – fonte: Wikipedia> per il mercato, eh?”, le chiese vivace il commesso viaggiatore . “Sì, a Jungbunzlau.” - “Stavolta è di quelli grandi, vero?” - “Sì, grande.” Era assonnata, appoggiava il gomito sinistro su un fagotto blu e la testa le pesava sulla mano che premeva, dentro la carne della guancia, sullo zigomo. “Com'è giovane”, disse il viaggiatore.
Raban prese dalla tasca del panciotto i soldi che aveva avuto dal cassiere, e li ricontò. Tenne a lungo stretta e dritta ogni moneta tra pollice e indice, con il quale continuò a muoverla avanti e indietro sopra l'interno del pollice. A lungo guardò l'immagine dell'imperatore, poi la sua attenzione fu attirata dalla corona d'alloro e dal modo come era attaccata, con i lacci e i nodi d'un nastro, all'occipite. Infine trovò che la somma era corretta e mise i soldi in un grosso portamonete nero. Quando però stava per dire al viaggiatore: “Si tratta di una coppia di coniugi, credete?”, il treno si fermò, il frastuono della marcia cessò, conduttori gridarono il nome d'una località e Raban non disse alcunché.
Il treno si rimise in movimento così piano che ci si potevano figurare le ruote mentre giravano, però subito superò una pendenza e di colpo davanti al finestrino le lunghe sbarre della balaustra di un ponte parvero come strappate l'una dall'altra e l'una sull'altra pressate.
Piaceva a Raban, ora, che il treno corresse tanto, infatti nell'ultima località non avrebbe voluto restare. Se v'è tanto scuro, se non vi si conosce nessuno, se si è tanto lungi da casa. E poi di giorno dev'essere spaventosa. Ed alla prossima fermata è diverso? O in quella prima, o in quella dopo, o dove vado io?
Il commesso viaggiatore d'improvviso alzò la voce. Eccoci, pensò Raban. ”Signore, certo lo sapete bene quanto me, fate che questi industriali vadano nei più miseri paesucoli, ed eccoli strisciare fin dai merciai più luridi, e credete che facciano loro prezzi diversi da quelli che facciamo noi grossisti? Signore, lasciate che lo dica, gli stessissimi prezzi, proprio ieri l'ho visto, nero su bianco. Questa io lo chiamo una cosa da furfanti. Ci strangolano, alle condizioni di oggi per noi è semplicemente, totalmente impossibile lavorare; ci strangolano.” Guardò di nuovo Raban; non si vergognava delle lacrime che aveva agli occhi; si portò le nocche della mano sinistra alla bocca, poiché gli tremavano le labbra. Raban si appoggiò indietro e con la sinistra si tirò debolmente i baffi.
La merciaia di fronte si svegliò e sorridente si strofinò la fronte. Il commesso abbassò la voce. Di nuovo la donna si aggiustò come per dormire, si appoggiò semidistesa al suo fagotto e sospirò. Sopra il suo fianco destro le si allargò il soprabito.
Dietro sedeva un signore con un berretto da viaggio in testa e leggeva un grosso giornale. La ragazza davanti a lui, che probabilmente era sua parente, lo pregò – piegando la testa verso la spalla destra – di voler aprire il finestrino, perché faceva molto caldo. Lui disse senza guardarla che lo avrebbe fatto subito, doveva soltanto leggere ancora un paragrafo fino alla fine, ed indicò qual'era.
La merciaia non riusciva più a riaddormentarsi, si tirò su e guardò fuori dal finestrino, poi a lungo la lampada a petrolio che ardeva gialla al soffitto del vagone. Raban per un poco chiuse gli occhi.
Quando li riaprì la merciaia stava mangiando un pezzo di dolce coperto di marmellata marrone. Il fagotto vicino a lei era aperto. In silenzio il commesso viaggiatore fumava una sigaretta, continuando a scuoterne la cenere. L'altro muoveva qua e là la punta di un coltello tra le rotelline di un orologio da tasca, al punto che lo si udiva.
Quasi ad occhi chiusi Raban vide inoltre, confusamente, che il signore con il berretto da viaggio tirava la cinghia del finestrino. Entrò aria fredda, un cappello di paglia cadde da un gancio. Raban ritenne di svegliarsi, ecco perché sentiva le guance ben rinfrescate, o che si aprisse la porta e lo si tirasse dentro la camera, e, comunque s'ingannasse, alla svelta si addormentò.

Continuarono a vibrare un po', i gradini del vagone, dopo che Raban li ebbe discesi. Sul viso, che veniva dall'aria chiusa, gli batté la pioggia, e lui chiuse gli occhi. Sulla tettoia di lamiera dell'edificio dello scalo ferroviario pioveva rumorosamente, ma oltre, nella campagna, la pioggia cadeva in modo da far credere di sentire solo un vento che soffiava con regolarità. Un ragazzo scalzo venne di corsa – Raban non aveva visto da dove – e senza fiato pregò Raban di volergli far portare la valigia, perché pioveva, ma Raban disse: certo che piove, perciò andrò con l'omnibus. Non aveva bisogno di lui. Il ragazzo di conseguenza fece una smorfia, come se considerasse più distinto camminare nella pioggia e farsi portare la valigia, che andare in omnibus, si girò subito e corse via. E fu già troppo tardi, quando Raban voleva chiamarlo.
Due lanterne si videro ardere, e un impiegato dello scalo ferroviario uscì da una porta. Senza esitazione attraversò la pioggia fino alla locomotiva, stette lì fermo a braccia conserte fino a quando il conducente della locomotiva si piegò sopra il parapetto e parlò con lui. Fu chiamato un facchino, arrivò e fu mandato indietro. A diversi finestrini del treno c'erano passeggeri e, dato che dovevano trovarsi a vedere solo il solito edificio di uno scalo ferroviario, il loro sguardo era opaco, le palpebre socchiuse come durante il viaggio. Una ragazza, che con un ombrello parasole a fiori veniva in fretta dalla strada principale alla banchina, appoggiò l'ombrello aperto al suolo e si mise a muovere le gambe alternatamente perché il soprabito le si asciugasse meglio, aperto, facendoci passar sopra la punta delle dita. Due sole lampade ardevano, il viso di lei era indistinguibile. Il facchino, quello di prima, protestò che sotto l'ombrello si formavano pozzanghere, con le braccia fece davanti a sé un cerchio per indicare la grandezza di queste pozzanghere e poi mosse le mani nell'aria una dietro l'altra, come pesci che si tuffano nell'acqua fonda, per chiarire che a causa di quest'ombrello il passaggio veniva ostacolato.
Il treno partì, sparì come una lunga porta scorrevole, e dietro i pioppi, al di là delle rotaie, la massiccia fisicità della contrada fu tale da togliere il respiro. Si trattasse di una prospettiva di buio o di una foresta, d'un laghetto o di un edificio entro cui le persone già dormivano, del campanile d'una chiesa o di un avvallamento tra le colline, nessuno poteva azzardarsi in quella direzione, ma chi n'era capace se ne teneva indietro.
Quando Raban di nuovo vide l'impiegato – già era davanti ai gradini del suo ufficio – corse da lui e lo trattenne: “Per favore, il paese è distante? - mi spiego, voglio andarci.”
No, un quarto d'ora, ma con l'omnibus – dato che piove – ci siete in cinque minuti. Prego.”
Piove. Non è per niente una bella primavera”, disse Raban di rimando.
L'impiegato aveva la destra appoggiata al fianco, e, attraverso il triangolo formato tra il braccio ed il corpo, Raban vide la ragazza, che aveva già chiuso l'ombrello, sulla sua panca.
Se ora si deve villeggiare, c'è da rammaricarsene. In effetti pensavo che mi si sarebbe aspettato. “ E si guardò intorno per sostanziare ciò che aveva detto.
Perderete l'omnibus, temo. Non sta ad aspettare. Non ringraziatemi. E' dietro l'angolo.”
Davanti alla stazione la strada non era illuminata, solo da tre finestre a piano terra dell'edificio veniva un bagliore annebbiato che non si spandeva lontano. Raban in punta di piedi attraversò la fanghiglia gridando ripetutamente “cocchiere”, “ehilà”, “omnibus” e “sono qui”, quando però sul margine scuro della strada incappò in pozzanghere quasi ininterrotte, fu costretto a riprendere la marcia <non in punta di piedi, ma> a suole piene, finché non venne con la fronte a /rinfrescante/ contatto del muso d'un cavallo. L'omnibus era lì, svelto salì in vettura, si mise seduto vicino al vetro, alle spalle del sedile del cocchiere, ed in quell'angolo appoggiò la schiena, poiché aveva fatto tutto quello che era necessario. Infatti, se il cocchiere dorme, si sveglierà entro domani, se è morto verrà un nuovo cocchiere, o il gestore, o altrimenti con il primo treno verranno passeggeri, gente che ha fretta e fa chiasso. Comunque sia si può star tranquilli, si può anche tirar la tenda davanti al finestrino ed aspettare la scossa della partenza di questa vettura.
E' sicurissimo che, dopo le tante che ho fatto, domani sarò da Betty e Mamma, nessuno può impedirlo. Solo che è logico, la mia lettera arriverà solo domani, c'era da pensarci prima, avrei benissimo potuto restare in città e trascorrere una notte piacevole con Elvy, senza dover temere la fatica del giorno seguente, ciò che mi guasta ogni piacere. Ma guarda, ho i piedi bagnati.
Accese il pezzo di candela tirato fuori dalla tasca del panciotto e se lo mise davanti sulla panca. Era abbastanza chiaro, il buio all'esterno aveva come conseguenza che non si vedessero i vetri dell'omnibus, di colore scuro. Né si doveva pensare alle ruote sottostanti, ed al cavallo, attaccato davanti.
Raban si strofinò con cura i piedi sulla panca, s'infilò altri calzini e si tirò su. Allora udì qualcuno che dalla stazione gridava. “Ehi!”, se nell'omnibus c'era un passeggero, allora che si facesser sentire.
Sì sì, e gli piacerebbe essere già in viaggio”, rispose Raban, sportosi dalla portiera aperta, la mano destra stretta allo stipite, la sinistra aperta a fianco della bocca. L'acqua piovana gli scrosciò tra il colletto e il collo.
Paludato nella tela di due sacchi stracciati, il cocchiere si fece avanti, il riflesso della sua lanterna da stalla saltellava sotto di lui lungo le pozzanghere. Irritato, iniziò a spiegare. Aveva intensamente giocato a carte con il Lebeda, erano proprio sul più bello all'arrivo del treno. In pratica gli sarebbe stato impossibile venire a vedere, tuttavia non voleva offendere chi non riuscisse a capire la cosa. D'altra parte quello era un posto semplicemente spregevole, e non si capiva cosa ci potesse aver da fare un signore siffatto, e dunque mai ci sarebbe venuto in ritardo, per cui il signore non ci aveva nulla da protestare. Era venuto quasi subito il signor Pirkershofer – chiedo scusa, è il signor applicato – ed aveva detto che credeva che un biondino avrebbe voluto viaggiare con l'omnibus. Allora, lui s'era informato subito, o no?
La lanterna fu assicurata alla punta del timone, il cavallo, cavernosamente richiamato, si mosse e l'acqua, furiosa sull'omnibus, ora gocciolò lentamente nella vettura da una crepa.
Percorso forse scosceso, certo il fango schizzava nei raggi, ventagli di acqua dalle pozzanghere fumando si formavano dietro al girare delle ruote, il cocchiere teneva il cavallo a briglie via via più sciolte. Non si potevano utilizzare, tutte quelle cose, come rimproveri contro Raban? Molte pozzanghere venivano di colpo rischiarate dalla lanterna che tremolava dal timone, sopportavano l'urto degli zoccoli del cavallo, onde si disperdevano spingendosi sotto la ruota. Ciò avveniva solo acciocché Raban si recasse dalla sua fidanzata, Betty, una graziosa ragazza non giovanissima. E, anche nel caso che se ne volesse parlare, chi avrebbe valutato che cosa mai meritava, Raban, stavolta, anche nel caso che lui li tollerasse, quei rimproveri che, del resto, nessuno gli poteva fare apertamente. Naturalmente lo faceva volentieri, lui, Betty era la sua fidanzata, le voleva bene, e sarebbe stato disgustoso se lei per questo lo avesse ringraziato anche, eppur tuttavia... Senza volere continuò a batter la testa sulla parete cui stava appoggiato, poi per un poco guardò in direzione del soffitto. In un caso la mano destra gli scivolò giù dal femore cui la aveva appoggiata. Tuttavia il gomito rimase lì, tra la gamba ed il bacino.
L'omnibus transitava già tra le case, a tratti l'interno della vettura prendeva luce da una stanza illuminata, ecco una scalinata costruita per una chiesa, per vederne i primi gradini Raban avrebbe dovuto alzarsi, ecco una lanterna dove ardeva una gran fiamma davanti al cancello d'un parco, mentre risaltò, nera, la statua di un santo, a contrasto con l'illuminazione d'una merceria, ed a quel punto Raban vide la sua candela consumata, la cera, sgocciolata secca, pendeva dalla panca.
Quando la vettura si fermò davanti alla locanda la pioggia si fece sentire forte, insieme alle voci degli ospiti - una finestra forse era aperta; allora Raban si chiese se fosse meglio scendere subito oppure aspettare che venisse il locandiere. Come si usava in quella cittadina lui non lo sapeva, ma di sicuro Betty aveva parlato del suo fidanzato e, secondo la baldanza o la fiacchezza della di lui entrata in scena, la reputazione di lei sarebbe cresciuta, in loco, o diminuita, e di rimbalzo con ciò anche quella di lui. Ora, lui non sapeva né qual reputazione lei avesse sul momento né che cosa avesse detto in giro su di lui, tanto meno piacevole e tanto più arduo. Bella la città, e più bello ancora tornare a casa. Piove e lì si va a casa con la tranvia elettrica sul selciato bagnato, qui ci s'impantana in un carro e si approda in una locanda. La città è lontana da qui e, se io ora morissi di nostalgia, nessuno potrebbe oggi più accompagnarmici. Ora, non morirò, invece ci avrò pronta sul tavolo la pietanza stabilita per stasera, a destra dietro il piatto il giornale, a sinistra la lampada, qui mi si darà un cibo insolitamente grasso - non si sa che ho uno stomaco debole, e se lo si sapesse – un giornale insolito, ci saranno molte persone, già le sento, e per tutti arderò una lampada sola. Che razza di luce può fare, per giocare a carte, magari, ma per leggere il giornale?
Il locandiere non viene, non gl'importa nulla degli ospiti, magari è un uomo scorbutico. Oppure sa che sono il fidanzato di Betty e questo non gli dà motivo di venire da me, che il cocchiere alla stazione mi abbia fatto aspettare tanto potrebbe anche passare. Betty diverse volte ha raccontato quanto avesse avuto da patire da uomini libidinosi e come ne dovesse respingere l'insistenza, forse anche qui

<non conclude>

N.B. Si propone solo la traduzione della stesura prima del racconto, comunque anche le altre due, più brevi, sono incomplete.
Titolo originale: Hochzeitvorbereitungen auf dem Land (1907).

A cura di: Nicola Spinosi
spinnic@libero.it


venerdì 8 dicembre 2017

Insetto gigante

In Hochzeitsvorbereitungen auf dem Lande, cioè "Preparativi di nozze in campagna", un testo di K - 1907 - di cui l'editore Fischer dà 3 versioni (Fassungen), pubblicato a quanto ne so dal Saggiatore molti anni fa insieme alla famosa Lettera al padre, traduttore Ervino Pocar, si ha un'anticipazione dell'immagine dell'insetto gigante divenuto celebre ne La Metamorfosi (Die Verwandlung). Qui in "Preparativi ..." l'insetto gigante è semplicemente effetto della figura (Gestalt) del protagonista del racconto, disteso a letto e ben coperto in camera sua: sembra un gigantesco insetto. Tutto qui, poi la fantasia si è sprigionata ed ha dato luogo al testo più famoso di Kafka. Almeno: tutti dicono di conoscerlo.
Nel corso del viaggio in treno che il protagonista compie per andare in campagna dalla fidanzata l'attenzione del lettore è attirata su due commessi viaggiatori che parlano del loro lavoro, duro. Anche ciò rinvia a Gregor Samsa, protagonista de La metamorfosi, commesso viaggiatore.