martedì 28 agosto 2012

F.Kafka: Davanti alla legge


Davanti alla legge si trova un guardiano. Un campagnolo chiede di essere ammesso al cospetto della legge, ma il guardiano gli dice che adesso non può concedergli l’ammissione. Il campagnolo ci pensa, e poi chiede se, di conseguenza, potrà entrare più tardi. “Forse”, fa il guardiano,”ma non adesso”. Dato che il portone della legge è aperto come sempre e il guardiano traccheggia da una parte, il campagnolo tenta di guardare dentro. Non appena il guardiano se ne accorge, ride e fa:”Se vuoi, provaci, ad entrare nonostante il mio divieto; ma attento: io sono un’autorità, pur essendo solo il guardiano di grado minimo. Da una sala all’altra troveresti guardiani sempre più influenti. Già la vista del terzo per me è insostenibile per più di una volta.” Il campagnolo è impreparato a una simile difficoltà, eppure la legge dovrebbe essere sempre accessibile a tutti, pensa, tuttavia, non appena guarda bene il guardiano con quel soprabito di pelliccia, con quel po’po’ di naso, con quella lunga barba da tartaro, cambia opinione: meglio aspettare il permesso, per entrare. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere da una parte. Giorni e anni il campagnolo resta lì seduto, fa molti tentativi di venir ammesso, disturbando con le sue suppliche il guardiano. Costui quasi sempre gli dà un po’ di spago, gli chiede del paese e di molte altre cose, ma sono domande piene d’indifferenza, come le fanno i gran signori, e in conclusione gli ripete che ancora non può farlo entrare. Il campagnolo, che in vista del suo viaggio si è ben rifornito, impiega tutto quel che ha, valori inclusi, allo scopo di ungere il guardiano. Costui accetta tutto, ma ciò nonostante dice: “Accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa.” Il campagnolo lo tiene d’occhio ininterrottamente per molti anni. Dimentica gli altri guardiani, e questo primo gli appare come l’unico ostacolo al suo ingresso al cospetto della legge. Maledice il suo caso infelice, nei primi anni a voce alta e senza riguardi, più tardi, invecchiando, bofonchia tra sé e sé. Diventa puerile, e poiché durante l'attenzione dedicata al guardiano, anni e anni, ha individuato anche le pulci della sua pelliccia, prega perfino le pulci di aiutarlo a far cambiare opinione al guardiano. Da ultimo la vista gli s’indebolisce, e non si rende conto se è buio o se ad ingannarlo sono i suoi occhi. Ma ora riconosce bene nell’oscurità un luccichìo ininterrotto che proviene dalla porta della legge. E’ alla fine. Prima di morire nella sua testa tutte le esperienze di tutto il tempo trascorso si aggrumano in una domanda fin qui mai posta al guardiano. Gli fa un cenno, dato che non riesce più a sollevare il suo corpo irrigidito. Il guardiano è costretto ad abbassarsi parecchio verso di lui, infatti la differenza di statura è cambiata molto a sfavore del campagnolo. “Che cosa vuoi sapere ancora?”, domanda, “sei insaziabile”. “Tutti anelano alla legge”, dice il campagnolo, “e allora com’è che in tanti anni nessuno ha chiesto il permesso di entrare, all’infuori di me?” Il guardiano capisce che il campagnolo è alla fine, e per toccarne l’udito morente gli grida: “Qui nessun altro poteva avere il permesso, perché quest’ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo.”

lunedì 27 agosto 2012

F.Kafka: Infelicità dello scapolo


Sembra davvero una brutta cosa restare scapolo, supplicare come un vecchio, a rischio della propria dignità, di essere accolti, quando si vuol passare una serata con qualcuno, essere ammalati e restare a guardare da un cantuccio del letto la stanza vuota, accettare sempre di lasciarsi davanti al portone di casa, non salire le scale accanto alla propria moglie, avere nella camera soltanto porte che danno in appartamenti sconosciuti, tornare a casa con la cena in mano, dover osservare con stupefazione sconosciuti bambini, non poterne più di ripetere ogni volta “io non ne ho”, esercitarsi ad avere l’aspetto e il comportamento giusto sulla base dei ricordi giovanili di un paio di scapoli.
Così avviene, peccato che in realtà oggi o domani ci si trovi a percuotersi il petto con una mano, e la testa, e poi la fronte.







mercoledì 22 agosto 2012

F.Kafka:Vita in città.


Oskar M. uno studente fuori corso – a guardarlo da vicino ci si spaventava – rimase un pomeriggio d’inverno nel pieno d’una nevicata in una piazza vuota in piedi vestito da inverno la giacca invernale sopra uno scialle al collo e in testa un berretto di pelliccia *. Riflettere gli faceva stringere gli occhi. Tanto si era perso nel pensare che si tolse il berretto e si passò sulla faccia la pelliccia increspata. Infine parve arrivato ad una conclusione e si girò con un volteggio verso la via di casa. Come aprì la porta del soggiorno della casa dei suoi genitori vide suo padre un uomo ben rasato dal volto pesantemente carnoso seduto davanti a un tavolo vuoto le spalle rivolte alla porta. “Era ora” ** disse il padre non appena Oskar ebbe messo piede nella stanza fammi il piacere di restare sulla porta perché ce l'ho talmente con te che non mi fido di me stesso. Ma padre disse Oskar accorgendosi da come parlava quanto si era affannato. Silenziò gridò il padre e si alzò con il che nascose la finestra alla vista. Silenzio ti ordino. E smettila con i tuoi ma tienilo a mente. Nel dir così afferrò con entrambe le mani il tavolo e lo spostò di un passo verso Oskar. La tua vita da scioperato non la sopporto semplicemente più. Sono vecchio. In te credevo di avere una consolazione per la vecchiaia invece sei per me peggio di ogni malattia. Vergogna un figlio del genere che a forza di pigrizia dissipazione malvagità e stupidità porta il suo vecchio padre nella fossa. A questo punto il padre tacque ma il viso gli tremava come se parlasse ancora. Caro padre disse Oskar e cautamente si avvicinò al tavolo, calmati andrà tutto bene. Oggi m’è venuta un’ispirazione che farà di me un uomo tanto operoso quanto puoi augurarti. Sarebbe? Domandò il padre guardando da una parte. Fidati di me e basta a cena ti spiegherò tutto. Dentro di me sono sempre stato un bravo figlio solo che non riuscivo a farlo vedere mi amareggiavo tanto perché non ero capace di onorarti invece ti facevo arrabbiare. Ma ora lasciami andare un po’ a camminare perché si sviluppino con più chiarezza i miei pensieri. Il padre che facendosi dapprima attento si era seduto al tavolo si alzò: non credo che le cose che hai detto or ora significhino molto, al contrario le considero chiacchiere. Ma in fin dei conti sei mio figlio – vieni a casa per tempo ceneremo e dopo puoi esporre la tua cosa. Questo po’ di fiducia mi basta, te ne sono grato di cuore. Non dovrò mica accorgermi di aver preso con te un impegno gravoso? Ora non vedo niente disse il padre ma può essere anche colpa mia perché sono fuori esercizio in particolare nel giudicarti. Intanto secondo la sua abitudine dava meticolosi colpi ritmati sul piano del tavolo come segnasse lo scorrere del tempo. La cosa più importante tuttavia è che non ho più nessuna fiducia in te Oskar. Quando qualche volta ti sgrido – appena sei arrivato del resto ti ho sgridato, no? – non lo faccio nella speranza di migliorarti ma perché penso alla tua povera madre che in questo preciso momento forse non prova alcun dispiacere a causa tua però lentamente va in rovina sforzandosi di prevenirne uno in arrivo perché pensa con questo di aiutarti in qualche modo. Infine sono cose che sai molto bene ed io per quanto mi riguarda non le avrei ricordate se tu non mi ci avessi stuzzicato con le tue promesse. Nel bel mezzo di queste ultime parole entrò la servetta per dare un’occhiata al fuoco nella stufa. Appena ebbe lasciato la stanza Oskar protestò: ma padre! Non me lo sarei aspettato. Se mi fosse venuta diciamo solo una modesta ispirazione per la mia tesi di laurea che sì riposa nel cassetto già da 10 *** anni e manca di mordente è possibile anche se improbabile che io come è successo oggi sarei corso a casa dopo la passeggiata e avrei detto: padre per fortuna mi è venuta questa e quest’altra ispirazione. Se tu poi mi avessi gettato in faccia i tuoi rimproveri con la tua venerabile voce allora la mia ispirazione sarebbe stata semplicemente spazzata via e avrei subito dovuto con o senza qualche scusa mettermi in marcia. Ora al contrario! Tutto quel che dici contro di me è d’aiuto alle mie idee, esse non stanno a sentire, fortificandosi mi riempiono la testa. Andrò  perché soltanto stando da solo posso metterci ordine. Nel calore della stanza lui trasse un respiro. Può darsi anche che tu abbia in testa una sciocchezza disse il padre sgranando gli occhi infatti io credo che sia quel che ti si addice. Se pure qualcosa di buono si è disperso in te ti sfugge via durante la notte. Ti conosco. Oskar storse la testa come se lo tenessero per il collo. Fammi andare ora. Stai tormentandomi troppo. La semplice possibilità che tu sappia prevedere giusto come mi va a finire non dovrebbe davvero indurti ad interrompere la mia buona riflessione. Forse il mio passato te ne dà il motivo ma non dovresti approfittartene. Considera meglio quanto dev’esser grande la tua mancanza di sicurezza se ti costringe a parlare così contro di me. Niente mi costringe disse Oskar e di colpo tese la nuca. Si avvicinò moltissimo al tavolo così che non si seppe più chi dei due ne fosse il padrone. Quel che dicevo lo dicevo con rispetto e perfino con amore per te come del resto vedrai tra poco perché nelle mie decisioni il rispetto per te e mamma ha la parte maggiore. Te ne sono grato già da ora disse il padre perché è molto improbabile che tua madre ed io ne saremo capaci al momento giusto. Per favore però padre lascia che il futuro continui a dormire come merita. Infatti se lo svegliamo in anticipo, poi abbiamo un presente assonnato. Tuo figlio deve per prima cosa dirti questo. Non volevo certamente convincerti subito ma annunciarti solo la novità. E almeno questo mi è riuscito come devi ammettere. Ora Oskar mi stupisci veramente ancora: perché non sei già venuto altre volte da me come oggi con una faccenda così secondo il tuo solito carattere? No davvero si tratta della mia serietà.
Di sicuro invece di ascoltarmi mi avresti interrotto. Sono venuto di corsa lo sa Dio per darti velocemente una gioia. Ma non posso rivelarti niente fino a quando il mio piano non è completo. Perché mi rimproveri in questo modo per una mia buona idea e vuoi avere chiarimenti che però ora potrebbero danneggiare l’attuazione del mio piano?
Taci perché non voglio sapere nulla. Ma devo risponderti subito perché ti avvicini di nuovo alla porta ed è chiaro che hai in testa qualcosa di urgente: hai placato con il tuo gioco di prestigio la mia nascente rabbia solo che ora sono più triste di prima per la mamma e perciò per favore – se insisti posso anche pregarti – almeno non dirle nulla delle tue idee. Mi basta questo.
Non è certo mio padre che parla in questo modo esclamò Oskar che già si era appoggiato con il braccio alla maniglia della porta. Questo pomeriggio ti è successo qualcosa o sei una persona estranea che ora incontro per la prima volta nel soggiorno di mio padre. Il mio padre vero – Oskar tacque un momento tenendo aperta la bocca – avrebbe dovuto abbracciarmi e avrebbe chiamato la madre. Cos’hai padre?
Faresti meglio a cenare con il tuo vero padre secondo me. Sarebbe più allegro.
Verrà subito. In fondo non può restare assente. E dev’esserci la madre. E Franz che adesso vado a chiamare. Tutti. Dopodiché Oskar spinse la porta che pure si muoveva morbida come se avesse intenzione di sfondarla con la spalla.
Arrivato all’abitazione di Franz si chinò sulla padroncina di casa con queste parole: il signor ingegnere so che dorme non importa e senza badare alla signora che scontenta della visita si aggirava a vuoto nell’anticamera aprì la porta a vetri che tremò nelle sue mani come se fosse costretta a un lavoro indelicato e gridò senza garbo in direzione della camera ancora invisibile: Franz alzati. Ho bisogno del tuo consiglio speciale. Però qui no dobbiamo andare un po’ a passeggio devi anche venire a cena da noi. Dunque sbrigati. Molto volentieri ma qui disse l’ingegnere dal suo divano di pelle cos’è mai quest’ alzarsi di colpo cenare andare a passeggio dar consigli? Non avrò capito qualcosa. Soprattutto Franz niente scherzi. E' la cosa più importante. Ti faccio immediatamente il favore. Ma alzati – per te cenerei magari due volte piuttosto che alzarmi una volta sola. Dunque ora su! Niente obbiezioni. Oskar prese il pigrone per la giacca e lo tirò su. Però lo sai che sei brutale. Ci facciano tutti attenzione. Si nettò con i mignoli gli occhi chiusi. Parla. Ti ho già strappato in questo modo una volta dal divano. Ma Franz disse Oskar facendo una smorfia vestiti una buona volta. Mica sono il matto che ti sveglia per un nulla. – E così per un nulla io non ho dormito. Ieri ho avuto il turno di notte, dopodiché finalmente sono venuto a fare il mio sonnellino pomeridiano; è colpa tua – perché? Ma  mi fa arrabbiare sul serio la poca considerazione che hai per me. Non è la prima volta. Certo tu come studente universitario sei più libero e puoi fare quel che vuoi. C’è chi non ha tale fortuna. Ci vuole riguardo porca miseria. Certo sono amico tuo ma per questo non è che son dispensato dal lavoro. – Esponeva la cosa agitando qua e là pigramente le mani. Come faccio a non pensare data la tua presente parlantina che tu abbia dormito più che a sufficienza disse Franz che si era appoggiato a una colonna del letto da dove osservava l’ingegnere come se ora avesse più tempo. Allora che cosa vuoi di preciso da me? O per meglio dire perché mi hai svegliato domandò l’ingegnere e si grattò energicamente la gola sotto la sua barba caprina con quella dimestichezza che si ha con il proprio corpo dopo aver dormito. Che cosa voglio da te disse Oskar piano dando di tacco un colpo al letto. Pochissimo. Te l’ho già detto dall’anticamera. Che ti vesta. Se con ciò Oskar mi vuoi segnalare che m’interessa pochissimo la tua novità hai perfettamente ragione. Va bene così certo così la tortura che i genitori t'infliggeranno sarà tutta colpa loro senza che la nostra amicizia ci vada di mezzo. Anche la spiegazione sarà più chiara è di chiarezza che ho bisogno non dimenticarlo. Se però stai magari cercando colletto e cravatta sono lì sulla poltrona. Grazie disse l’ingegnere e cominciò a mettersi colletto e cravatta su te si può davvero contare.

* Il testo presenta una notevole assenza d'interpunzione. Ciò rende incerto, a momenti, capire chi ha la parola. 
** Le frasi pronunciate dai personaggi mancano tutte di virgolette, tranne questa.
*** “10” nel testo.


giovedì 16 agosto 2012

F.Kafka:Fanciulli sulla strada maestra


Sentivo avanzare lungo la cancellata del giardino i carri, a tratti li vedevo attraverso gli esigui pertugi del fogliame. Come scricchiolava, nel gran caldo dell’estate, il legno dei raggi e dei timoni! Lavoratori venivano dai campi ridendo oltraggiosamente.
Stavo seduto sulla nostra piccola altalena, mi riposavo tra gli alberi nel giardino dei miei genitori.
Davanti alla cancellata continuavano a passare in un baleno fanciulli di corsa; carri di grano, sui covoni uomini e donne, oscuravano tutt'intorno le aiole fiorite; verso sera vedevo un signore con il bastone passeggiare lento e alcune ragazze che a braccetto gli venivano incontro, salutavano e si spostavano sull’erba di lato.
Uccelli spiccavano il volo come guizzando, li seguivo con lo sguardo, vedevo come salivano nel tempo d’un respiro fino a dove non pensavo che arrivassero, mentre credendo di cadere cominciavo a dondolarmi un po' tenendomi saldo alle corde. Prima debolmente, ma presto dondolavo con più energia, l'aria si faceva fresca, e gli uccelli in volo  mi sembravano invece stelle tremanti.
Mi facevano cenare al lume di candela. Spesso tenevo entrambe le braccia appoggiate al piano del tavolo e, già stanco, sbocconcellavo il mio pane imburrato. Spalancate con forza, le cortine si gonfiavano nel vento caldo e, a tratti, qualcuno di passaggio le teneva ferme con le mani da fuori, se desiderava vedermi meglio e parlare con me. Il più delle volte la candela si consumava presto e vagavano ancora per un poco certe  bizzarre combinazioni nel suo fumo oscuro. Dalla finestra qualcuno m’intratteneva, così lo contemplavo come si trovasse sulla montagna o davvero per aria, e nemmeno a lui premeva molto una risposta.
Spuntava quindi qualcuno al davanzale ed annunciava che gli altri si trovavano già davanti alla casa, così mi alzavo, tuttavia sospirando.
No, perché sospiri così? Cos’è successo, in fondo? 
E’ un tipo speciale, lui, mai capace di smetterla con l’infelicità? 
Sapremo mai tirarcene fuori? 
Davvero tutto è perduto?”
Nulla era perduto. Correvamo davanti alla casa. 
“Grazie a Dio, finalmente ci siete!” – “Tu vieni sempre in ritardo!” – “ Io?” – “Sì, proprio tu, resta a casa, se non vuoi venire con noi” – “Siete spietati!” – “Che cosa? Spietati? Ma come parli?”
Non avevamo altro che la sera per la testa. Non il giorno – e neanche la notte. Presto i bottoni dei panciotti di ognuno si strofinavano con quelli degli altri, come fossero denti*, e subito ci trovavamo a correre distanziati, le bocche brucianti, come belve tropicali. Come avessimo la corazza, da guerrieri antichi, scalpitando e a gran salti, ci buttavamo nella breve stradina in discesa e, con tale slancio nelle gambe, di nuovo in salita sulla strada maestra. Alcuni di noi ne fuoruscivano, bastava che sparissero sullo sfondo scuro della scarpata per trasformarsi in estranei, e da lì scrutavano in basso.
“Forza, venite giù!” – “ Venite prima voi quassù!” – “Così poi ci buttate di sotto, non ci pensiamo nemmeno, non siamo mica scemi.” – “ Non ne avete il coraggio, ecco cos’è. Venite, venite e basta!” – “Ma davvero? Voi? Ci farete davvero volar giù? Pensate di esserne capaci?”
Partivamo all’assalto, venivamo spintonati e finivamo nell’erba della discesa cadendovi apposta. Tutta l’erba era uniformemente calda, non ne sentivamo il calore, non ne sentivamo il freddo, eravamo solo stanchi.
Se ci si girava sul fianco destro, si infilava la mano sotto l’orecchio, veniva voglia di addormentarsi sul posto. C’era certo la voglia di balzare su ancora fieramente, ma anche l’altra, di cadere più in basso. Si continuava poi a saltare nell’aria, braccia in avanti, gambe indietro, e di nuovo a cadere ancora più giù E non si voleva smettere.
Non appena però si pensava a come ci saremmo, da ultimo, distesi giù in fondo proprio a dormire in stato d'impotenza**, giacevamo sulla schiena come malati, sul punto di piangere. Si ammiccava se, qualche volta, un giovane, le braccia piegate sui fianchi, spuntava dalla scarpata, con le suole scure, sopra di noi.
Si vedeva già ad una certa altezza la luna alla cui luce avanzava una carrozza postale. Un vento delicato si alzava ovunque, lo si sentiva anche dal basso, e la foresta vicina cominciava a rumoreggiava. Restare lì da soli non piaceva più tanto.
Dove siete?” – “Venite qui!” – “Tutti insieme!” – “Che cosa c’è sotto, basta sciocchezze!” – “ Non lo sapete che c’è già la posta?” – “Ma no! Già ?” – “Certo, è passata mentre dormivi.” –“Ho dormito? Solo un pochino!” – “Taci, che ti teniamo d’occhio.” – “Ma ti prego.”- “Venite!”.
Si correva meno distanziati, alcuni tenendosi per la mano, poiché andavamo in discesa non si poteva tenere la testa abbastanza alta. Qualcuno lanciava un grido di guerra indiano, le gambe si mettevano più che mai al galoppo, i nostri balzi ci facevano vento sui fianchi. Niente avrebbe potuto fermarci; eravamo così in gara che nel sorpassarci incrociavamo le braccia e potevamo guardarci senza fatica.
Arrivati al ponte sul torrente ci fermavamo; quelli che erano corsi avanti tornavano indietro. L’acqua sottostante urtava sulle pietre e le radici, come se non fosse già tarda sera. Non ve n’era ragione, nessuno si sporgeva dal parapetto.
Oltre la boscaglia in lontananza transitava un convoglio ferroviario, tutti gli scompartimenti illuminati, certamente i finestrini aperti. Uno di noi cominciava a cantare una canzonetta alla moda, ma tutti ne avevamo voglia. Cantavamo molto più svelti al passaggio del treno, facevamo oscillare le braccia, perché le voci non bastavano, creavamo un’intensità vocale in cui stavamo bene. Se la nostra voce si confonde con un’altra, è come esser presi all’amo.
Cantavamo dunque da dietro la foresta nelle orecchie dei viaggiatori lontani. Gli adulti nel villaggio erano ancora svegli, le madri preparavano i letti per la notte.
Era già il momento. Baciavo quello che mi era vicino, porgevo soltanto la mano ai tre meno distanti, cominciavo a fare il percorso di ritorno correndo, nessuno mi chiamava. Al primo incrocio, là dove non potevano più vedermi, voltavo e correvo di nuovo sul viottolo verso la foresta. La mia meta era la città a sud, di cui nel nostro villaggio si diceva:
Là sì che c’è gente! Pensate, non dormono!”
E perché non dormono?”
Perché non si stancano.”
E perché non si stancano?”
Perché sono matti”
I matti non si stancano?”
Come potrebbero stancarsi, i matti!”


**Lottando i fanciulli si stringono e sfregano reciprocamente i bottoni dei loro panciotti, come denti (n.d.t).
***Allusione probabile al giacere definitivo dei morti (n.d.t.)




lunedì 13 agosto 2012

F.Kafka:Essere infelici


Una sera di Novembre - non ce la facevo più e misuravo di furia i passi sullo stretto tappeto della mia stanza come se fosse una pista, mi sgomentava la vista della strada illuminata, facevo dietrofront per trovare del resto un altro limite nel tavolo e nel fondo dello specchio - solo per sentirlo cacciai un grido cui niente rispose e niente tolse forza, si alzò dunque libero e non poté cessare neanche quando si spense; a quel punto si aprì una porta, ma così di colpo, senza motivo, che anche i cavalli da tiro giù sul selciato della strada, come fossero imbizzarriti in battaglia, s’impennarono rovesciando indietro il collo.
Un fantasma di fanciullo percorse tutto al buio il corridoio dove  la lampada non ardeva ancora e rimase ritto su una striscia d’impiantito che oscillava impercettibilmente. Come accecato dalla penombra della stanza subito si mise il viso tra le mani, ma si calmò prontamente guardando verso la finestra, davanti al cui telaio i vapori dell’illuminazione stradale, sospinti in alto, giungevano e sostavano. Restò ritto davanti alla porta con il gomito destro appoggiato alla parete e si lasciò accarezzare i piedi, il collo e le tempie dalla corrente d’aria.
Per un po’ stetti a guardare, poi dissi “buongiorno” e presi la giacca dal parafuoco, non volevo mica restare così mezzo svestito. Per bloccarmi l’agitazione rimasi un momento con la bocca aperta. Aveva un cattivo sapore, la saliva, le ciglia mi tremavano, per farla breve non mi mancava che questa visita, a dire il vero aspettata.
Il fanciullo restava lì vicino alla parete, aveva la mano destra premuta sul muro e, tutto rosso in viso, non poteva esserne contento, infatti la parete intonacata di bianco era ruvida e gli pizzicava la punta delle dita. Dissi: “E’ proprio da me che volete venire? Non è uno sbaglio? Niente di più facile, in una casa grande come questa. Io mi chiamo Taldetali, abito al terzo piano. Sono io quello a cui volete far visita?”
Calma! Calma!” disse il fanciullo da sopra una spalla, “è tutto a posto.”
Allora entrate, devo chiudere la porta.”
L’ho appena chiusa io. Non vi affaticate. Soprattutto calmatevi.”
Non si tratta di fatica. E’ che in questo corridoio abita una quantità di gente, tutti com’è naturale sono miei conoscenti; la maggioranza torna ora dal lavoro; se sentono parlare in una stanza credono di avere senz’altro il diritto di venire a vedere cosa c’è. Già una volta è successo. Questa gente ha alle spalle la fatica quotidiana; durante la provvisoria libertà serale, chi mai rispetterebbero? Del resto già lo sapete. Fatemi chiudere la porta.”
Che sarà mai? Che avete? Per me può venire il casamento intero. E poi, di nuovo, la porta l’ho già chiusa, credete di saperla chiudere solo voi? Addirittura a chiave, ho chiuso.”
Allora va bene. Mi basta. Non avreste dovuto chiudere anche a chiave. E ora mettetevi comodo, se volete. Siete mio ospite. Fidatevi. Accomodatevi senza paura. Non vi costringerò né a rimanere né ad andarvene, bisogna che lo dica come premessa? Mi conoscete così male?”
No. Non avreste dovuto dirlo, anzi, certamente non avreste potuto dirlo. Sono un fanciullo; perché prendersi tanto disturbo con me?”
Non fa niente. Certo, un fanciullo. Ma non siete mica tanto piccolo. Siete già bello grande. Se foste una fanciulla non potreste così semplicemente chiudervi con me in una stanza.”
Non ce ne dobbiamo affatto preoccupare. Volevo soltanto dire: conoscervi così bene mi protegge poco, libera solo voi dalla fatica di farmi credere qualcosa. Però mi fate il cerimonioso. Smettetela, lo esigo, smettetela. Inoltre non vi distinguo bene, così in questo buio . Sarebbe meglio se voi faceste luce. No, meglio di no. Comunque mi ricorderò che mi avete minacciato.”
Come? Vi avrei minacciato? Ma vi prego. Io sono davvero felice che alla fine siate qui. Dico ‘alla fine’ perché è già così tardi. Mi resta incomprensibile la ragione per cui siete venuto tanto tardi. Può darsi che nella gioia io abbia parlato a caso e che voi abbiate capito lo stesso a caso. Che io vi abbia parlato in questo modo, lo ripeto dieci volte, è vero, in fin dei conti vi ho minacciato, come volete. – Niente discussioni, per l’amor del cielo! – Ma come potete pensarlo? Come potete offendermi così? Perché volete guastare così questa breve presenza? Un estraneo sarebbe più amabile di voi.”
Credo che non siate stato saggio. Io vi sono tanto vicino quanto un estraneo può permettersi di esserlo, per indole. Lo sapete, dunque perché prendersela? Ditelo, che volete far la scena, e me ne vado subito.”
Dunque! Anche questo osate dirmi? Siete un po’ troppo temerario. In fondo vi trovate nella mia stanza. Strofinate come un matto quel dito sulla mia parete. La mia stanza, la mia parete! Ed oltre a questo c’è quel che dite, ridicolo, non solo sfrontato. Dite, è la vostra indole che vi obbliga a parlare con me in quel modo. Sul serio? E' la vostra indole ad obbligarvi? E’ carino da parte sua. La vostra indole è la mia, e se mi comporto in modo amichevole per indole, voi non potete fare che la stessa cosa.”
Questo è amichevole?”
Parlo di prima.”
Sapete come sarò più tardi?”
Non so niente.”
E andai al tavolino da notte dove accesi una candela. Allora nella mia stanza non avevo né il gas né l’elettricità. Restai al tavolino ancora un momento, finché non fui stanco anche di questo, mi misi il soprabito, presi il berretto dal divano e soffiai sulla candela per spegnerla. Seduto su una sedia dibattei con me stesso se uscire oppure no.
Per le scale incappai in un inquilino del mio stesso piano.
Andate via di nuovo, vagabondo?” domandò quello fermandosi con le gambe su due diversi gradini.
Cosa devo fare?” dissi, “ho avuto ora un fantasma nella mia stanza.”
Lo dite scontento come se aveste trovato un capello nella minestra.”
Voi scherzate, ma rendetevi conto, un fantasma è un fantasma.”
Verissimo. Ma in che modo, visto che ai fantasmi non si crede affatto?”
Non penserete che io creda ai fantasmi? Tuttavia, questo non credere a che cosa mi serve?”
Semplicissimo. Non dovete assolutamente avere alcuna paura, se un fantasma davvero viene da voi.”
Sì, ma questa è la paura secondaria. Quella vera è la paura della causa dell’apparizione. E questa paura rimane. L’ho dentro di me, enorme.” Il nervosismo mi fece rovistare in tutte le mie tasche.
Ma dal momento che non avete alcuna paura dell’apparizione stessa, avreste potuto interrogarla con calma sulla sua causa!”
E’ evidente che voi ancora non avete mai parlato con i fantasmi. Con loro non si riesce davvero mai ad avere un’informazione chiara. Tergiversano. Questi fantasmi sembrano più dubbiosi di quanto lo siamo noi sulla loro esistenza, ciò che non è affatto stupefacente, data la loro nullità.”
Però ho sentito che si può allevarli.”
Siete ben informato. Si può. Ma chi lo farà?”
Perché no? Se per esempio è un fantasma di donna”, disse, e balzò sullo scalino superiore.
Eh sì!” dissi “ma lui non è mica adatto.”
Mi ricordai. Il mio conoscente era già salito tanto che doveva sporgersi da un angolo delle scale per vedermi. “Comunque”, gridai, “se lassù vi prendete il mio fantasma tra noi è finita per sempre.”
Ma era solo uno scherzo”, disse, e tirò indietro la testa.
Allora va bene”, dissi, e ora sarei potuto andare a passeggio davvero tranquillo. Invece, poiché mi sentivo completamente perso, andai su e mi distesi a dormire.



mercoledì 8 agosto 2012

F.Kafka: Meditazione sui signori cavalieri


A pensarci, nella volontà di primeggiare in una gara nulla è allettante. La gloria di essere riconosciuto come il miglior cavaliere della regione rallegra troppo, quando l’orchestra attacca, perché il giorno dopo si riesca ad evitare il rimorso.
L’invidia degli avversari, scaltri, gente importante, non può non dispiacere, ora, nello stretto passaggio tra due ali di folla in cui si cavalca dopo il pendio, che invece era vuoto fino al punto dove qualche avversario doppiato cavalcava minuscolo contro la linea dell’orizzonte.
Molti nostri amici intanto s’affrettano a incassare la loro vincita e, con aria d’indubitabile superiorità, urlano, dallo sportello laggiù, il loro hurrà al nostro indirizzo; i migliori amici, di nuovo, non hanno assolutamente puntato sul nostro cavallo, perché temevano che finisse perdente, forse ce l’hanno con noi, ma ora che il nostro è arrivato primo e loro non hanno vinto nulla, si voltano dall’altra parte, se noi ci facciamo avanti e guardiamo soddisfatti verso la tribuna.
I concorrenti sconfitti, saldi in sella, cercano di valutare la sfortuna che li ha colpiti e l’ingiustizia che in qualche modo gli è stata fatta; prendono un’aria gagliarda, come se dovessero cominciare una nuova corsa seria, dopo la prima, quella dei bambini.
A molte signore il vincitore appare ridicolo, perché mena vanto, eppure non sa come contenersi con le infinite strette di mano, saluti, inchini, richiami da lontano, mentre gli sconfitti tengono la bocca chiusa e danno colpetti sul collo dei loro cavalli che, quasi tutti, nitriscono.
Infine, dal cielo diventato fosco, comincia anche a piovere.



martedì 7 agosto 2012

F.Kafka:Il rifiuto



Se incontro una bella ragazza e le chiedo di essere tanto gentile da venir con me, lei se ne va senza una parola, pensando: “Non sei mica un famoso duca, né un grosso americano, un indiano dallo sguardo fermo e ardito, dalla pelle lavorata dall’aria delle praterie e dei fiumi che le solcano; non ti sei mai spinto fino ai Grandi Laghi e neppure fino ai laghi che non sappiamo dove si trovino; perché una bella ragazza come me dovrebbe venir con te?”
E tu trascuri il fatto che nessun’auto lunga e molleggiata ti scarrozza, né vedo una coda di signori eleganti riverirti tutt’intorno; sì, hai il seno ben modellato nel busto, ma i fianchi e le gambe si prendono la rivincita; indossi un abito di taffetà plissettato come piaceva a tutti noi, lo scorso autunno, ciò nonostante ti permetti di sorridere ancora. A tuo rischio.”
Hai le tue ragioni, ma ne ho anch’io, e al fine che ciò non ci si riveli inconfutabilmente è meglio che andiamo tutti e due a casa da soli, no?”

lunedì 6 agosto 2012

F.Kafka: Ritorno a casa


Sono tornato a casa, ho attraversato il vecchio cortile della fattoria di mio padre. Nel mezzo il pantano. Un intrigo di vecchi inutili attrezzi ostacola l’accesso ai piedi della scala. La gatta fa la posta sul muro. Un drappo che ha visto giorni migliori, attorcigliato al palo, si rianima nel vento. Sono arrivato. Chi mi accoglierà? Chi aspetta dietro la porta della cucina? Sale fumo dal comignolo, si prepara il caffè per la cena. Ti pare accogliente, ciò, ti senti a casa? Non so, sono molto incerto. E’ la casa di mio padre, ma i suoi pezzi restano freddi uno accanto all’altro, come se ognuno fosse occupato in una sua faccenda che io non ho dimenticato e non potevo dimenticare. In che cosa poteva loro servire, che cosa è per loro, e per suo padre, il figlio del vecchio contadino? Non oso bussare alla porta della cucina, ascolto a distanza, solo a distanza, per non esser scoperto come uno che origlia. E poiché ascolto a distanza, non capisco niente, sento unicamente un leggero battere dell’ora, se non, invece, mi limito a pensare di udirlo a rimorchio dei tempi dell’infanzia. Quel che invece accade nella cucina è il mistero, protetto contro di me, di chi siede lì dentro.
Quanto più a lungo s’indugia davanti alla porta, tanto più si diventa sconosciuti. Come sarebbe, se ora qualcuno aprisse la porta e mi domandasse qualcosa? Allora io stesso non sarei come chi vuole custodire il suo segreto?