venerdì 29 maggio 2020

Franz Kafka: Il processo - 7


L'avvocato
L'industriale
Il pittore

Una mattina d'inverno – fuori nevicava, la luce era fosca – K. sedeva in ufficio, molto stanco nonostante che fosse presto. Almeno per proteggersi dai sottoposti, aveva ordinato all'usciere di non far passare nessuno perché aveva molto da fare. Tuttavia, invece di lavorare, si rigirava sulla sedia, lento spostava sul tavolo qualche oggetto, poi senza rendersene conto abbandonava tutto un braccio sul piano del tavolo e restava immobile a testa china.
Il pensiero del processo non lo abbandonava più. Già diverse volte aveva considerato se non fosse bene elaborare una memoria difensiva da indirizzare al tribunale. Intendeva presentare una breve biografia e spiegare, per ogni evento in qualche modo maggiormente significativo, perché lui avesse agito in un certo modo, se tal condotta fosse riprovevole o giusta nell'ottica del presente giudizio e qual motivo lui potesse addurre per questa o quella condotta. Indubbi erano i vantaggi di una siffatta memoria difensiva rispetto alla semplice difesa tramite l' avvocato, del resto altrimenti non ineccepibile. Non lo sapeva proprio, K., quel che l'avvocato cercava di fare; non molto comunque, già da un mese non lo aveva chiamato e anche in nessuno dei colloqui precedenti K. aveva avuto l'impressione che quest'uomo potesse far molto per lui. Prima di tutto non lo aveva nemmeno interrogato, quasi. E molto nel caso specifico c'era da chiedere. Le domande erano la cosa principale. K. aveva la sensazione come di poterle far lui stesso, tutte le domande necessarie al caso. L'avvocato, invece di far domande, era lui a riferire, oppure gli stava seduto davanti muto, si chinava un po' in avanti, è probabile a causa del suo scarso udito, sulla scrivania, si tirava quella ciocca sporgente di peli che aveva in mezzo alla barba e guardava giù verso il tappeto, forse proprio dove K. era giaciuto con Leni. Talvolta vacuamente esortava K. , come si fa coi bambini. Discorsi tanto inutili quanto lunghi che K. non pensava di pagare un solo centesimo, al momento del conto finale. Dopo che l'avvocato riteneva di averlo sufficientemente afflitto, di solito lo rincuorava un po'. Già ne aveva avuti, raccontava allora, di processi del tutto o in parte simili, che, per quanto in realtà non difficili come questo, forse, erano anch'essi disperati. Nel cassetto aveva un registro di questi processi – e picchiettava su un cassetto della scrivania – purtroppo non poteva mostrare la documentazione trattandosi di segreto d'ufficio. Nonostante ciò naturalmente tornava a vantaggio di K. la grande esperienza che lui aveva acquisito con tutti questi processi. Com'è naturale aveva iniziato subito a lavorare, la prima istanza era già quasi ultimata. Era molto importante perché la prima impressione fatta dalla difesa spesso determina l'intera direzione del procedimento. Purtroppo, lui doveva renderlo noto a K., molte volte succede che la prima istanza neppur venga letta in tribunale. La si mette agli atti, tutto qui, e si rimarca che per intanto l'audizione e l'osservazione dell'imputato è più importante di ogni documento scritto. Si aggiunge, qualora il richiedente si faccia pressante, che si è raccolto tutto il materiale in vista della sentenza, tutti i documenti relativi al caso, com'è naturale dunque viene esaminata anche questa prima istanza. Purtroppo neanche ciò il più delle volte è esatto, la prima istanza abitualmente viene smarrita o perduta del tutto e, anche se viene conservata fino alla fine, la si legge appena, come l'avvocato del resto sapeva per sentito dire. Tutto ciò è deplorevole, ma non del tutto ingiustificato, K. non dovrebbe trascurare il fatto che il procedimento non è pubblico, può divenirlo qualora il tribunale lo ritenga necessario, ma la legge non prescrive la pubblicità del procedimento. Ne consegue che anche la documentazione del tribunale, prima di tutto l'imputazione dell'accusato e la sua difesa, siano inaccessibili, perciò in generale non si sa o almeno non si sa bene a chi indirizzare la prima istanza, ne consegue che essa può contenere solo per caso qualcosa di significativo ai fini della causa. Solo in un secondo tempo si possono elaborare istanze davvero appropriate e argomentate, quando nel corso delle audizioni dell'imputato i singoli punti dell'istanza e il loro fondamento si manifestano con chiarezza, oppure possono essere oggetto di congettura. In queste condizioni la difesa naturalmente ha una posizione assai sfavorevole e difficile. Tuttavia anche ciò è intenzionale. La difesa, in altri termini, non è propriamente stabilita dalla legge, ma solo tollerata, e anche su questo, se nei passi della legge inerenti la procedura processuale, debba essere letta almeno tra le righe tal tolleranza, si disputa. Vi sono perciò avvocati in realtà non riconosciuti affatto dal tribunale, tutti coloro che compaiono davanti a questo tribunale come avvocati in fondo sono solo azzeccagarbugli. Ciò com'è naturale li umilia molto nel loro stato; K., se torna una volta negli uffici di cancelleria del tribunale, in futuro, potrebbe esaminare da vicino, per farsi un'idea di tale stato di umiliazione, la stanza degli avvocati. Lo spaventerebbe, presumibilmente, la combriccola lì raccolta. Già la camera angusta e umile assegnatale indica il disprezzo del tribunale per questa gente. Ci arriva luce solo da un abbaino situato così in alto che se qualcuno intende guardare, tra l'altro, da dove il fumo di un comignolo vicino gli va nel naso e gli annerisce la faccia, bisogna che cerchi un collega che lo prenda sulle spalle. Nel pavimento di questa camera – solo per fare un altro esempio delle condizioni – da più di un anno c'è un buco, non tanto grosso che un uomo possa caderci dentro, ma grosso abbastanza perché ci sprofondi completamente con una gamba. La stanza degli avvocati si trova nella seconda soffitta, dunque, se uno sprofonda, la sua gamba spenzola giù nella prima soffitta e precisamente nell'andito dove stanno in attesa le parti. Non è esagerato definire vergognose, come si fa negli ambienti degli avvocati, condizioni simili. Reclamare con l'amministrazione non ha nessun risultato, eppur tuttavia agli avvocati è proibito con la massima severità di far cambiare a loro spese una qualsiasi cosa nella stanza. Tuttavia anche tal modo di trattare gli avvocati ha il suo motivo. Se si vuol neutralizzare il più possibile la difesa tutto deve essere lasciato addosso agli imputati stessi. Non c'è una prospettiva peggiore, in fondo, ma nulla sarebbe più sbagliato che concluderne che presso questo tribunale gli avvocati agli imputati siano inutili. Al contrario in nessun altro tribunale essi sono tanto necessari come in questo. Il procedimento, in altri termini, non è solo segreto in rapporto al pubblico, ma lo è anche in rapporto all'imputato. Segreto naturalmente solo per quanto possibile, ma possibile è, in larga misura. In altri termini, anche l'imputato non ha alcuna idea delle carte processuali, e desumere dagli interrogatori le carte ad essi soggiacenti è molto difficile in particolare per l'imputato, confuso e distratto da ogni genere di preoccupazioni. E qui interviene la difesa. Agli interrogatori in genere i difensori non possono presenziare, per cui essi devono, dopo l'interrogatorio, e di fatto possibilmente sulla porta stessa della aula dell'istruttoria, informarsi con l'imputato in merito all'interrogatorio, e trarre da questi spesso già molto confusi giudizi ciò che conviene alla difesa. Ma non è questa la cosa più importante, difatti in questo modo non si apprende molto, anche se com'è naturale in questo come in tutti i casi un uomo più abile apprende più di un altro. La cosa più importante restano le relazioni personali dell'avvocato, in quelle sta il valore principale della difesa. Ora, K. ha già imparato molto bene dalle sue esperienze che l'organizzazione di base del tribunale non è del tutto perfetta, esibisce impiegati dimentichi del loro dovere e corruttibili, ne consegue che la rigida chiusura del tribunale abbia delle lacune. E qui s'infila la maggior parte degli avvocati, qui si corrompe e si spia, anzi, almeno in passato, ci sono stati casi di sottrazione furtiva di documenti. Innegabilmente così possono esser conseguiti sul momento alcuni risultati addirittura sorprendenti in senso positivo per l'imputato, risultati di cui anche gli azzeccagarbugli vanno in giro fieri e attraggono nuova clientela, e tuttavia ai fini dell'ulteriore avanzamento del processo ciò non significa nulla, o nulla di buono. Valore reale lo hanno invece solo le valide relazioni personali e precisamente quelle con i funzionari di grado superiore, il che significa com'è naturale soltanto funzionari di grado superiore, ma superiore tra quelli di grado basso. Solo in tal modo sullo svilippo del processo si può influire, per quanto inizialmente in modo inosservabile, ma poi in modo sempre più significativo. Ne sono capaci com'è naturale solo pochi avvocati, e qui la scelta di K. è stata molto favorevole. Forse soltanto uno o due avvocati, oltre al dottor Huld, possono legittimarsi come possessori di relazioni simili. Costoro del resto non si curano della combriccola presente nella stanza degli avvocati né ci hanno a che fare alcunché. E tanto più stretto ne risulta il loro collegamento con i funzionari del tribunale. Non è neppure sempre necessario che il dottor Huld vada in tribunale, che attenda nell'anticamera del giudice istruttore la sua casuale comparsa, che consegua a seconda del di lui chiribizzo un successo il più delle volte solo apparente, o nemmeno quello. No, K. l'ha visto da sé, i funzionari, inclusi quelli davvero di alto grado, vengono di persona, danno premurosi ragguagli, chiari o almeno facilmente interpretabili, parlano dello sviluppo prossimo del processo, anzi in qualche caso si lasciano perfino persuadere ed accolgono volentieri il punto di vista altrui. Certo, proprio sotto quest'aspetto non ci si può fidare troppo di loro; per quanto esprimano senza dubbio la loro intenzione, nuova e favorevole alla difesa, magari se ne vanno in ufficio ed emettono subito, per il giorno dopo, un giudizio contenente l'opposto, e che forse per l'imputato è anche molto più severo di quello inizialmente formulato, dal quale loro dichiarano di essersi del tutto allontanati. Non ci si può fidare, ma nemmeno ci si può opporre, difatti quel che essi han detto a quattr'occhi è detto appunto solo a quattr'occhi né ammette alcuna chiara conseguenza, e la difesa così non è nemmeno tenuta a ingegnarsi di ottenere il favore di quei signori. D'altronde è anche giusto che quei signori non si mettano in relazione con la difesa, com'è naturale con una difesa competente, solo per senso di umanità o di amicizia, diciamo, anzi, non possono fare altrimenti. Qui si mette in risalto l'inconveniente di una organizzazione giudiziaria che nei suoi principi stabilisce che il giudizio sia segreto. Ai funzionari manca il rapporto con la popolazione, per i normali processi di interesse mediocre essi sono dotati, processi simili si svolgono quasi da soli sul loro binario e abbisognano solo a tratti di una spinta, nei confronti dei casi del tutto semplici però, come anche nei confronti di quelli particolarmente difficili, spesso i funzionari sono disorientati, chiusi dentro notte e giorno senza sosta nella loro legge non hanno la mentalità giusta per le relazioni umane, e in casi del genere della legge è difficile che facciano a meno. Ecco che llora vengono dall'avvocato per consigliarsi, e dietro di loro un usciere reca quei documenti altrimenti tanto segreti. Stando alla finestra <dello studio dell'avvocato Huld – n.d.t.> capita, in modo quasi del tutto inatteso, di vedere nel vicolo parecchi di quei signori dall'aria addirittura disperata, intanto che l'avvocato studia i documenti al suo tavolo per poter dare loro un buon consiglio. D'altra parte proprio in simili occasioni si può vedere la non comune serietà con cui quei signori prendono il loro impiego e come si disperano in merito agli impedimenti che, secondo la natura loro, essi non sanno superare. La loro carica non è del resto da vedere come facile, non gli si potrebbe fare il torto di vederla come facile. L'ordine gerarchico e il relativo avanzamento di grado nel tribunale sono interminabili, e imprevedibili anche per gli iniziati. La procedura giudiziaria è tuttavia in generale segreta anche per i funzionari di basso grado, essi possono perciò seguire raramente in modo completo lo sviluppo delle pratiche che essi trattano, la causa giudiziaria appare loro all'orizzonte senza che spesso loro sappiano da dove provenga, ed essa procede senza che essi siano a conoscenza della sua direzione ulteriore. L'informazione dunque che si può ricavare dallo studio dei singoli stadi processuali, del verdetto finale e delle sue ragioni, sfugge a questi funzionari. Essi possono soltanto occuparsi di quella parte del processo che è definita per loro dalla legge e di quel che consegue, dunque del risultato del loro lavoro, sanno per lo più meno della difesa, che invece di regola resta collegata quasi fino alla chiusura del processo con l'imputato. Anche in questo senso essi dunque possono apprendere parecchie cose importanti dalla difesa. Si meraviglia ancora, K., qualora tenga presente tutto ciò, dell'irritazione dei funzionari che a volte, come tutti sperimentano, si manifesta nei confronti delle parti in modo offensivo? Tutti i funzionari sono in stato di irritazione, anche quando sembrano tranquilli. Com'è naturale gli azzeccagarbugli in particolare se ne dolgono assai. Per esempio si racconta la seguente storia che sembra verissima. Un vecchio funzionario, un signore buono e tranquillo, aveva studiato ininterrottamente per un giorno e una notte una difficile causa, diventata complessa specie a causa delle istanze dell'avvocato – questi funzionari sono in realtà diligenti come nessuno. La mattina dunque, dopo 24 ore di fatica davvero non molto producente, egli si recò all'ingresso, vi si mise in agguato e buttò giù dalle scale ogni avvocato che aveva intenzione di entrare. Gli avvocati si riunirono dabbasso sul pianerottolo e si consigliarono sul da farsi; da una parte non hanno nessun diritto di essere ammessi, per cui possono far poco, contro quel funzionario, e come sappiamo devono guardarsi dal mettersi contro l'insieme dei funzionari. D'altra parte però ogni giorno non trascorso presso il tribunale è per loro perduto e molto gli importa di entrarvi. Alla fine si misero d'accordo di esasperare il vecchio signore. Si continuò a mandar su un avvocato per volta, ognuno faceva le scale e poi si lasciava, nei limiti di una resistenza passiva, buttare di sotto, dove poi veniva afferrato dai colleghi. La cosa durò circa un'ora, poi il vecchio signore, già spossato dal suo lavoro notturno, si stancò davvero e tornò nel suo ufficio di cancelleria. Quelli che stavano da basso all'inizio non ci credettero e mandarono uno di loro a guardare dietro la porta d'ingresso, se davvero non c'era più nessuno. Solo allora entrarono, né probabilmente osarono neppure brontolare. Difatti gli avvocati – e anche il più misero di loro almeno in parte riesce a cogliere tale relazione <tra avvocati e funzionari; v. sopra – n.d.t.> – non ci pensano proprio a introdurre qualche riforma nel tribunale , o a volerla ottenere, invece quasi ogni imputato – e ciò è assai significativo: anche la gente più semplice - inizia a pensare, non appena entra nel processo, a proposte critiche di riforma, così impiegando tempo ed energie che potrebbero essere impiegate molto meglio. L'unica cosa adeguata è accontentarsi delle relazioni disponibili. Anche se fosse possibile riformare i dettagli – ma si tratta di una superstizione sciocca – si raggiungerebbe qualcosa al massimo per i casi futuri, smisuratamente danneggiando tuttavia se stessi per il fatto di aver suscitato la particolare attenzione dell'insieme dei funzionari. Mai dar nell'occhio! Uno deve comportarsi con calma, anche quando una cosa gli pare insensata! Deve cercare di capire che questo grosso organismo giudiziario resta eternamente instabile, per così dire, e che con certezza, qualora consapevolmente se ne cambi qualcosa, ci si leva via il terreno da sotto i piedi e si può andare in rovina, mentre il grosso organismo con facilità trova un equilibrio in un altro punto – che però è collegato al precedente – e resta immutato, se non diventa, addirittura con gran probabilità, all'incirca ancor più chiuso, ancor più occhiuto, ancor più severo, ancor più maligno. Si lasci lavorare l'avvocato, dunque, invece di disturbarlo. I rimproveri servono davvero a poco, specie se non se ne sa render comprensibile la causa nel suo pieno significato, mentre invece si deve dire quanto K. abbia danneggiato la sua causa con la condotta da lui tenuta nei con il cancelliere capo. Dalla lista di coloro con i quali K. potrebbe intraprendere qualcosa quest'uomo influente è già quasi da cancellare. Egli, è palese la sua intenzione, finge di non ascoltare anche gli accenni più piccoli al processo. E' vero che in parecchie cose i funzionari sono come bambini. Spesso possono essere urtati da ingenuità, tra le quali purtroppo non c'è la condotta di K., al punto che cessano di parlare anche con i buoni amici, se ne distolgono, quando li incontrano, e li contrastano quanto possono. Poi però capita che in modo anche più sorprendente, senza un particolare motivo, si mettano a ridere per una piccola facezia che si osa dire perché tutto pare senza speranza, ed eccoli riconciliati. E' insieme difficile e facile comportarsi con loro, non c'è quasi una regola. Talvolta è sorprendente che un'unica vita normale basti a capire questo, che in questi casi si possa operare con qualche successo. D'altra parte capitano ore oscure, tutti ne hanno, in cui si crede di non aver combinato nulla, in cui ci pare che solo i processi fin dall'inizio destinati a un buon esito siano finiti bene, ci pare che ciò sarebbe avvenuto anche senza lavorarci, mentre tutti gli altri sono stati perduti nonostante tutta l'assistenza, tutta la pena, tutti i modesti, apparenti, successi che ci dettero tanta gioia. Allora nulla ci sembra più certo e, davanti a precise domande, non oseremmo nemmeno negare che processi sviluppantisi bene per loro natura sono stati messi su una strada sbagliata a causa del lavoro da noi fatto. Anche questo è certo un modo di credere in noi stessi, ma è l'unico che ci resta. A tali accessi – si tratta com'è naturale solo di accessi, niente di più – sono esposti gli avvocati in particolare allorché un processo che loro hanno condotto abbastanza oltre e in modo soddisfacente all'improvviso gli vien tolto di mano. E' davvero la cosa peggiore che possa succedere a un avvocato. Non è che il processo gli sia sottratto dall'imputato, questo non accade mai, un imputato, una volta che abbia preso un avvocato, è costretto a restar con lui, succeda quel che succeda. Come potrebbe mai, una volta chiesto aiuto, far da solo? Ciò non capita, certo però a volte capita che il processo prenda una direzione cui l'avvocato non può più star dietro. Il processo, l'imputato, tutto quanto, semplicemente viene tolto all'avvocato; e allora neanche le migliori relazioni con i funzionari servono più, difatti nemmeno loro sanno nulla. Il processo è entrato in una fase in cui nessun aiuto può essere più dato, in cui operano corti giudicanti inaccessibili, in cui nemmeno l'imputato è più raggiungibile per l'avvocato. E' allora che un giorno si arriva a casa e si trovano sul tavolo tutte le istanze fatte con ogni applicazione e con le migliori speranze in questa causa, esse sono state respinte dal momento che non possono esser prese in considerazione nella nuova fase processuale, sono cartaccia. Con ciò non è che il processo sia perduto, assolutamente no, almeno non c'è alcuna ragione decisiva per tale congettura, è solo che del processo non si sa più nulla, non se ne ricevono più informazioni. Ora, certamente tali casi per fortuna sono eccezioni ed anche se il processo di K. dovesse essere uno di questi casi è ben lontano da una simile fase, per il momento. C'è ancora grande opportunità di lavorare per l'avvocato e K. può esser sicuro che essa verrà sfruttata. L'istanza come detto non è ancora stata consegnata, nemmeno ciò procede svelto, ma molto più importanti sono i colloqui introduttivi con i funzionari determinanti, che avrebbero già avuto luogo. Con successo vario, come spesso accade. Molto meglio non svelare dettagli provvisori dai quali K. potrebbe subire influenza solo negativa, essere reso troppo fiducioso oppure troppo impaurito, basti dire solo che alcuni si sono espressi in modo molto positivo e si sono segnalati per la loro buona volontà, mentre altri si sono espressi meno positivamente, eppure non hanno affatto rifiutato la loro collaborazione. E' un risultato dunque complessivamente molto soddisfacente, basta non trarne alcuna particolare conclusione, dato che tutti i colloqui preliminari cominciano così, e assolutamente solo lo sviluppo successivo indica il valore di tali colloqui preliminari. Comunque nulla è ancora perduto e se ancora si riuscisse nonostante tutto a acquisire il cancelliere capo – già a questo scopo si è fatto parecchio – allora, come dicono i chirurghi, l'incisione è ben fatta e si può aspettare il seguito con coraggio.
In discorsi di questo genere l'avvocato era inesauribile. Si ripetevano a ogni visita. Sempre passi avanti, c'erano, mai però poteva esser comunicata la loro natura. Si continuava a lavorare alla prima istanza, ma non era pronta, cosa che per lo più si manifestava, durante la visita successiva, come un bel vantaggio, dato che gli ultimi tempi sarebbero stati, imprevedibilmente, molto negativi ai fini della sua ricezione. Se K. faceva notare, completamente snervato dai discorsi, che anche tenendo conto di tutte le difficoltà la cosa procedeva assai lenta, gli veniva ritorto che non procedeva affatto lenta, ma che sarebbe già arrivata molto oltre se K. si fosse rivolto all'avvocato a tempo debito. Ciò purtroppo lui l'aveva trascurato, tuttavia, e tal trascuratezza avrebbe comportato ulteriori svantaggi, né solo in termini di tempo.
L'unica interruzione benefica di queste visite era Leni, che sempre sapeva fare in modo di portare il tè all'avvocato in presenza di K. Poi si metteva dietro di lui, pareva che stesse a guardare il modo avido dell'avvocato di chinarsi, di versare il tè nella tazzina e di berlo, e celatamente si faceva afferrare una mano da K. Il tutto in silenzio. L'avvocato beveva, K. le premeva la mano e capitava che Leni osasse sfiorargli delicata i capelli. “Sei ancora qui?” chiedeva l'avvocato una volta finito di bere. “Volevo portar via il servizio”, diceva Leni, c'era una nuova pressione delle mani, l'avvocato si puliva la bocca e con rinnovata energia cominciava a parlare a K.
Era conforto o disperazione, ciò a cui mirava l'avvocato? K. non lo sapeva, ma ben presto ritenne certo che la sua difesa non stesse in buone mani. Magari ciò che l'avvocato riferiva era tutto giusto, per quanto fosse chiaro che lui volesse il più possibile darsi importanza e che probabilmente ancora non avesse mai condotto un processo tanto importante come secondo lui era il processo di K. Sospette restavano però le relazioni personali di continuo da lui vantate con i funzionari. Ma dovevano essere sfruttate esclusivamente a favore di K.? Mai l'avvocato dimenticava di precisare che in questione erano solo funzionari di basso rango, dunque funzionari assai subordinati per il cui avanzamento certe svolte processuali potevano forse essere significative. Forse usavano l'avvocato per conseguire svolte processuali naturalmente sempre sfavorevoli per l'imputato? Forse non facevano ciò in ogni processo, certo, era improbabile, allora c'erano altri processi nel corso dei quali essi concedevano vantaggi all'avvocato per il suo servizio, difatti doveva importar loro di mantenere la sua fama inalterata. Se davvero le cose stavano così, in qual modo essi sarebbero intervenuti nel processo di K., che secondo l'avvocato era un processo molto più importante e dunque più difficile, e che subito dall'inizio aveva suscitato in tribunale grande attenzione? Non poteva esservi molto dubbio su ciò che avrebbero fatto. Se ne potevano già vedere indizi nel fatto che la prima istanza continuava a non essere stata consegnata nonostante che il processo durasse da mesi e che tutto, stando all'avvocato, si trovava agli inizi, cosa che naturalmente era assai confacente ad addormentare l'imputato, a mantenerlo in stato di impotenza, per poi di colpo assalirlo con la sentenza o almeno metterlo a conoscenza del fatto che l'istruttoria, chiusa a suo sfavore, sarebbe passata alle autorità superiori.
Era assolutamente necessario che K. intervenisse di persona. Non ne poteva più, ma proprio quella mattina d'inverno, quando la sua testa era occupata dall'irresolutezza, la decisione non era rinviabile. Il disprezzo che aveva avuto in precedenza per il processo non valeva più. Fosse stato solo al mondo, avrebbe potuto trascurarlo facilmente, per quanto lui fosse certo che il processo in quel caso non avrebbe proprio avuto inizio. Ora però lo zio lo aveva trascinato dall'avvocato, entravano nel discorso considerazioni famigliari; la sua posizione non era più del tutto indipendente dal corso del processo, lui stesso incautamente, con una certa inspiegabile compiacenza, aveva fatto menzione al processo davanti a conoscenti, altri ne erano stati informati in modo ignoto, la relazione con la signorina Buerstner pareva traballare, come il processo – in breve non aveva più la scelta tra accettare il processo o rifiutarlo, ci si trovava dentro e doveva difendersi. Non andava bene che lui fosse fiacco.
Di preoccuparsi troppo del resto non c'era motivo. Aveva saputo in relativamente poco tempo farsi strada fino alla sua elevata posizione, in banca, e mantenerla riconosciuto da tutti, ora doveva solo spostare quelle capacità, che gli avevano reso possibile ciò, un poco sul processo, e non c'era alcun dubbio che ciò dovesse riuscirgli. Prima di tutto se si voleva arrivare a qualcosa era da qui in avanti necessario distogliersi da ogni preoccupazione di una possibile colpa. Non ce n'era alcuna. Il processo non era null'altro che un grosso impegno di lavoro come già con vantaggio per la banca spesso lui ne aveva risolti altri, un impegno di lavoro al cui interno, come di regola, stavano in agguato svariati pericoli cui appunto si doveva porre riparo. A tal fine non si poteva certo baloccarsi mentalmente su una qualche colpa, ma invece bisognava rinsaldare il più possibile la mente ai fini del proprio vantaggio. Da questo punto di vista era anche inevitabile togliere all'avvocato la procura, la cosa migliore era farlo quella sera stessa. Alla luce dei resoconti dell'avvocato ciò era inaudito e probabilmente offensivo assai, ma K. non poteva tollerare che i propri sforzi nel processo incontrassero impedimenti che forse erano causati dal suo avvocato. Una volta però sbarazzatosi di lui, l'istanza doveva venir subito consegnata e possibilmente ogni giorno bisognava insistere che la si prendesse in considerazione. A tale scopo com'è naturale non sarebbe bastato che K. sedesse in quell'andito come gli altri e riponesse il cappello sotto la panca. Lui, o le donne, o altri tramiti, dovevano giorno dopo giorno assediare i funzionari e costringerli, invece che a guardare attraverso la grata nell'andito, a sedersi al loro tavolo e a studiare l'istanza di K. Non si potevano abbandonare tali fatiche, tutto doveva venir organizzato e sorvegliato, il tribunale una buona volta si sarebbe imbattuto in un imputato che sapeva salvaguardare i suoi diritti.
Tuttavia, anche nel caso che K. avesse il coraggio di far tutto questo, la difficoltà della stesura dell'istanza era sbalorditiva. All'incirca da una settimana era riuscito a pensare solo come una vergogna di poter essere costretto a farla lui stesso un'istanza del genere, e che ciò potesse essere anche difficile proprio non lo aveva pensato. Si ricordò che una volta di mattina, proprio quando era oberato di lavoro, aveva di colpo messo tutto da parte e preso il blocco da scrivere per abbozzare a mo' di prova lo schema argomentativo di istanza e magari metterlo a disposizione di quel lento avvocato, e che proprio in quel momento la porta della direzione si era aperta e il vice direttore era entrato facendo grasse risate. Molto fastidioso per K., nonostante che il vice direttore non ridesse com'è naturale dell'istanza, di cui non sapeva niente, ma di una spiritosaggine borsistica appena sentita, spiritosaggine che per essere capita richiedeva un disegno che ora il vice direttore, chino sul tavolo di K., eseguì sul blocco da scrivere destinato all'istanza, con il lapis di K., dopo averglielo levato di mano.
Oggi K. non si vergognava più, l'istanza doveva esser scritta. Se in ufficio lui non ne trovava il tempo, cosa molto probabile, doveva scriverla a casa durante la notte. Non bastando le notti, lui doveva prendere un permesso. Serviva solo non restare a metà strada, la cosa più stupida, non solo negli affari, ma sempre e in ogni caso. L'istanza comportava s'intende un lavoro quasi infinito. Per scriverla serviva avere un carattere saldo, tuttavia era facile arrivare a credere che fosse impossibile terminarla. Non per pigrizia o perfidia, le quali potevano impedire all'avvocato di terminarla da solo, ma perché, nell'ignoranza dell'imputazione, non disponibile, e della sua possibile estensione, doveva venir riportata alla memoria l'intera vita nei suoi minimi eventi e atti, doveva venir delineata ed esaminata da ogni lato. E per di più, che tristezza fare un lavoro del genere! Era forse adatto a occupare, dopo il pensionamento, una mente rimbambita, ad aiutarla a trascorrere lunghe giornate. Ma ora che a K. ogni pensiero serviva per il lavoro, che ogni ora, dato che lui si trovava in ascesa e costituiva una minaccia per il vice direttore, trascorreva con maggior velocità, ora che lui desiderava gustare le brevi serate e le notti da giovanotto, ora dove dare inizio alla stesura di quell'istanza. Ricominciò a pensare in termini di lamentazione. Quasi in automatico, solo per smetterla, toccò il bottone del campanello elettrico che corrispondeva all'anticamera. Nel premerlo guardò l'orologio. Erano le 11, due ore, aveva trascorso trasognato un tempo lungo e prezioso e com'è naturale era ancor più sfinito di prima. Comunque il tempo non era perduto, aveva preso delle decisioni che potevano essere valide. L'usciere portò, oltre che svariata posta, 2 biglietti da visita di signori che aspettavano già da molto K. Si trattava di clienti molto importanti della banca, gente in ogni caso che non si doveva far aspettare. Perché loro venivano in un momento tanto inopportuno e perché, sembrava che chiedessero ancora quei signori dietro la porta, il diligente K. utilizzava per faccende private l'ora migliore per gli affari? Fiaccato da quel che gli era successo fin lì e stanco nella prospettiva di quel che sarebbe venuto dopo, K. si alzò per ricevere il primo dei due.
Era un piccolo vivace signore, un industriale che K. conosceva bene. Costui si rammaricò di aver disturbato K. nel suo importante lavoro e K. da parte sua si rammaricò di aver fatto aspettare tanto a lungo l'industriale. Espresse tale rammarico in modo talmente meccanico e in tono così falso che l'industriale, se non fosse stato tutto preso dall'affar suo, avrebbe dovuto accorgersene. Invece trasse svelto dalla borsa conti e tabelle, li dispose davanti a K., illustrò vari conteggi, corresse un piccolo errore che perfino in quella veloce panoramica lo aveva colpito, ricordò a K. un affare analogo che un anno prima aveva portato a termine con lui, menzionò al tempo stesso la possibilità di rivolgersi stavolta, non senza che gli dispiacesse moltissimo, a un'altra banca per l'affare, e infine tacque per sapere che cosa ne pensasse K. Questi in realtà all'inizio aveva seguito bene quel che diceva l'industriale, il pensiero di quell'importante affare aveva preso anche lui, ma purtroppo per breve tempo, presto rinunciò ad ascoltare, aveva poi annuito per un po' agli alti accenti dell'industriale, ma alla fine aveva smesso anche di annuire e si era limitato a stare a guardare quella testa pelata china sulle carte, e a chiedersi quando l'industriale finalmente avrebbe capito che tutto quel che diceva era inutile. Quando l'industriale si chetò, K. dapprima ritenne che ciò avvenisse per dare a lui l'opportunità di ammettere che non era capace di stare a sentire. Solo con rammarico notò tuttavia, nello sguardo ansioso dell'industriale, preparato chiaramente a tutte le risposte, che il colloquio d'affari doveva essere proseguito. Quindi sporse il capo sul tavolo come se avesse visto un errore e iniziò lento con il lapis a percorrere avanti e indietro le carte, qua e là fermandosi a guardare fisso una cifra. L'industriale congetturò obbiezioni, magari le cifre non erano davvero definitive, non erano magari decisive, comunque con una mano coprì le carte e ricominciò, avvicinatosi moltissimo a K., una descrizione generale dell'affare. “E' difficile”, disse K., arricciò le labbra e poiché le carte, unica cosa tangibile, erano coperte, arreso si calò sui braccioli della sedia. Guardò impotente, allorché si aprì, la porta della direzione; vi apparve non del tutto nitido il vice direttore, all'incirca come se fosse dietro un velo. K. non se ne crucciò, piuttosto stette a guardarne l'immediato effetto, per lui molto soddisfacente. Difatti subito l'industriale saltò dalla sedia e corse incontro al vice direttore, e K. lo avrebbe voluto dieci volte più svelto, perché temeva che il vice direttore potesse di nuovo sparire. Timore vano, i due signori si incontrarono, si tesero reciprocamente la mano e insieme vennero alla scrivania di K. L'industriale si rammaricò di aver trovato così poco propenso all'affare il procuratore, e indicò K. che, sotto lo sguardo del vice direttore, si chinò di nuovo sulle carte. Quando poi quei due si appoggiarono alla scrivania e l'industriale si impegnò a portare il vicedirettore dalla sua parte, per K. fu come se i due uomini, la cui grossezza lui esagerava con l'immaginazione, decidessero sulla sua testa. Lentamente cercò di capire volgendo cauto gli occhi in su che cosa stesse accadendo sopra di lui, dalla scrivania prese a caso una delle carte, la pose sul palmo di una mano e poco a poco la sollevò mentre lui stesso si alzava verso quei signori. In quel momento non pensò a nulla di preciso, agì con la sensazione che avrebbe dovuto far lo stesso, una volta che avesse ultimato l'importante istanza capace di liberarlo completamente. Il vice direttore, che partecipava alla discussione con tutta la sua attenzione, guardò appena la carta, non dette neppure una lettura veloce a quel che essa recava, difatti quel che contava per il procuratore per lui non contava; la prese di mano a K. e disse: “grazie, so già tutto”, e con calma la rimise sulla scrivania. K. gli dette un'occhiata di lato, con amarezza. Tuttavia il direttore non ci badò, se pure non se ne rallegrò, rise forte a più riprese, con una risposta a tono mise l'industriale in chiaro imbarazzo, da cui però subito lo liberò facendo a se stesso un'obbiezione, e alla fine lo invitò ad andare nel suo ufficio dove avrebbero potuto portare a termine la faccenda. “Si tratta di una cosa assai importante”, disse all'industriale, “lo capisco bene. E al signor procuratore farà certo piacere” - fece anche questa osservazione parlando solo all'industriale - “se gliela togliamo. Essa necessita di una tranquilla riflessione. Invece lui pare oggi sovraccaricato, anzi, in anticamera alcune persone attendono da ore.” K. ebbe ancora sufficiente padronanza per ignorare il vicedirettore e rivolgere, solo all'industriale, un sorriso gentile ma statico; per altro non s'intromise proprio, si appoggiò alla scrivania con entrambe le mani appena chinato in avanti come un commesso e rimase a guardare quei due signori che prendevano parlando ancora le carte dal tavolo e sparivano nella stanza della direzione. Sulla porta l'industriale si volse, ancora non si congedava, disse, ma naturalmente avrebbe informato il signor procuratore circa il risultato del colloquio, e aveva ancora un'altra piccola cosa da dirgli.
Finalmente K. fu solo. Non ci pensò proprio al fatto che stava trascurando qualche altro cliente, ed ebbe solo confusamente la coscienza di quanto fosse piacevole che le persone di là lo credessero ancora in trattativa con l'industriale e che per quel motivo nessuno, neppure l'usciere, potesse entrare da lui. Andò alla finestra, si mise sul davanzale, si tenne alla maniglia e guardò la piazza sottostante. La neve cadeva sempre, e l'aria ancora non era affatto schiarita.
Lungamente sedette così, senza sapere che cosa davvero lo preoccupasse, soltanto a tratti con qualche spavento guardò alle sue spalle verso la porta dell'anticamera, dove aveva creduto di sentire, sbagliandosi, del rumore. Non veniva nessuno, lui si calmò, andò al lavabo, si bagnò con acqua fredda e poi tornò al suo posto, alla finestra, con la testa più libera. La decisione di prendere in mano l'istanza gli si presentò ora come più grave di quanto inizialmente avesse ammesso. Finché aveva affidato la difesa all'avvocato in fondo lui era stato poco toccato dal processo, l'aveva osservato a distanza e direttamente aveva potuto esserne raggiunto appena, aveva potuto seguire, quando lo desiderava, come andava la sua causa, ma aveva potuto anche tirare indietro la testa quando voleva. Ora al contrario, nel caso che avesse condotto lui stesso la sua difesa, avrebbe dovuto almeno per il momento esporsi completamente in tribunale, risultandone certo per dopo una liberazione completa e definitiva, per lui, ma per arrivare a ciò intanto bisognava comunque esporsi a rischi molto maggiori che non finora. Anche dubitando di ciò, l'odierna esperienza fatta insieme con il vice direttore e l'industriale sarebbe stata sufficiente a convincerlo del contrario. Stava lì seduto, e com'era già completamente stordito dalla sola decisione di difendersi da sé! E si era solo all'inizio! Che giornate gli stavano davanti! L'avrebbe trovata la via che dopotutto lo portasse a un buon finale? Non comportava un'accurata difesa – l'unica sensata – anche la necessità di escludersi da tutto il resto? Ci sarebbe riuscito bene? E in banca sarebbe stato capace di farcela? Mica si trattava solo dell'istanza, per cui forse sarebbe bastato un permesso, per quanto la richiesta di un permesso sarebbe stata, proprio ora, un'impresa molto arrischiata, si trattava invece di tutto il processo, la cui durata era imprevedibile. Che razza di ostacolo era stato all'improvviso scagliato sulla carriera di K.!
E ora doveva lavorare per la banca? - Guardò verso la scrivania. Ora doveva far entrare i clienti e trattare con loro? Mentre il suo processo correva avanti, mentre su nella soffitta i funzionari sedevano a studiare la documentazione del processo, lui doveva curarsi degli affari della banca? Ciò non aveva l'aria di una tortura riconosciuta dal tribunale, che stesse in rapporto con il processo e lo accompagnasse? Si sarebbe considerata la sua situazione, in banca, giudicando, diciamo, il suo lavoro? Nessuno lo avrebbe fatto, né mai. Il suo processo non era ignoto, certo, per quanto non fosse ancora del tutto chiaro chi lo conoscesse e quanto. La voce, era chiaro, ancora fino al vice direttore non era arrivata, altrimenti si sarebbe già distintamente dovuto vedere come se ne sarebbe tratto profitto ai danni di K. senza alcun spirito di colleganza né umanità. E il direttore? Certo era ben disposto verso K. e probabilmente, saputo del processo, nei limiti in cui stava a lui, avrebbe procurato diverse agevolazioni per K., ma non si sarebbe imposto, difatti soggiaceva, ora che il contrappeso fin qui costituito da K. iniziava a indebolirsi, sempre di più all'influsso del vice direttore che oltre a ciò approfittava dello stato di scarsa salute del direttore per rafforzare il suo potere. Cos'aveva da sperare dunque, K.? Forse con le sue elucubrazioni indeboliva le sue energie oppositive, però era anche necessario non ingannarsi e veder tutto con la chiarezza sul momento possibile.
Senza un particolare motivo, solo per non dover tornare a sedersi alla scrivania, aprì la finestra. Non fu facile, dové girare la maniglia con entrambe le mani. Per cui dalla finestra, per tutta la sua larghezza e altezza, entrò nella stanza la nebbia mista a fuliggine riempiendola con un lieve odore di bruciato. Entrò anche qualche fiocco di neve. “Un autunno orribile”, disse alle spalle di K. l'industriale, entrato di ritorno dal vice direttore senza essere stato visto. K. annuì guardando inquieto la borsa dell'industriale da cui ora quello avrebbe certo tirato fuori le carte per comunicare a K. il risultato delle sue trattative con il vice direttore. Tuttavia l'industriale seguì lo sguardo di K., dette un colpetto sulla borsa e senza aprirla disse: “Volete sapere com'è andata. Così e così. Ho già quasi in borsa la chiusura dell'affare. Un uomo incantevole, il vostro vice direttore, ma assolutamente insidioso.” Rise e, volendo indurlo a ridere con lui, strinse la mano a K. Ma a K. parve ora sospetto che l'industriale non intendesse mostrargli le carte, né trovò nulla da ridere all'osservazione che lui aveva fatto. “Signor procuratore”, disse l'industriale, “voi vi rammaricate del tempo. Oggi sembrate così avvilito.” “Sì”. Disse K. stringendosi le tempie, “mal di testa, preoccupazioni in famiglia.” “Giustissimo”, disse l'industriale, che era un uomo con la risposta pronta e non riusciva ad ascoltare tranquillamente nessuno, “ognuno ha la sua croce da portare.” Senza volere K. aveva fatto un passo verso la porta, come se volesse accompagnare l'industriale all'uscita, ma quello disse: “avrei ancora una cosina da dirvi, signor procuratore. Ho molto timore di seccarvi, oggi, ma già due volte ultimamente venni qui e sempre me ne dimenticai. Però se la rimando di nuovo è probabile che essa perda completamente il suo scopo. E sarebbe un peccato, difatti in fondo non è priva di valore.” Prima che K. avesse il tempo di rispondere, l'industriale gli si avvicinò, gli dette un leggero nocchino sul petto, e a voce bassa disse: “avete un processo, nevvero?” K. arretrò e subito disse: “ve l'ha detto il vice direttore.” “Noo”, disse l'industriale, “come fa a saperlo, il vice direttore?” “E voi?” chiese K. già molto più interessato. “Sono informato a spizzico dal tribunale”, disse l'industriale. “C'entra appunto la cosa che volevo dirvi.” “Quanta gente è collegata al tribunale!” disse K. a testa bassa, e condusse l'industriale alla scrivania. Si misero seduti come prima e l'industriale disse: “Purtroppo non è molto quel che posso dirvi. Ma in questioni simili non si devono trascurare nemmeno le minime cose. Inoltre mi preme di darvi una mano in qualche modo, e sia pure così modesto. Finora siamo stati buoni amici in affari, no? E dunque.” K. intendeva scusarsi della sua condotta odierna, ma l'industriale non volle essere interrotto, si mise la borsa sotto un'ascella per mostrare che aveva fretta e continuò: “So del processo da un certo Titorelli. E' un pittore, Titorelli è solo il nome d'arte, il nome vero proprio non lo so. Da anni viene ogni tanto in ufficio da me e porta dei quadretti in cambio dei quali gli do in pratica un'elemosina – si tratta quasi di un mendicante. Del resto sono carini, sono paesaggi, steppe e simili. Questi commerci – entrambi ci eravamo abituati – scorrevano lisci. In un caso però le visite divennero troppo frequenti, io lo rimproverai, si cominciò a parlare, a me interessava come lui si mantenesse con la pittura e, stupito, venni a sapere che i suoi introiti principali sono i ritratti. Lavorava per il tribunale, disse. Per quale tribunale, chiesi io. E allora mi raccontò del tribunale. Vi immaginerete bene come fossi stupito da quei racconti. Da allora a ogni sua visita sento qualche novità dal tribunale e mi faccio un po' alla volta una certa idea di che cos'è. Del resto Titorelli è un chiacchierone e spesso lo devo bloccare, non solo perché di certo racconta frottole, ma prima di tutto perché a un uomo d'affari come me, che quasi è a pezzi tra le preoccupazioni di lavoro, non può importare molto di altre cose. Ma entro certi limiti. Forse – penso ora – Titorelli un po' vi può essere utile, conosce diversi giudici e, anche se non dovesse essere molto influente, lo stesso può darvi consigli su come arrivare a gente influente. E anche se questi consigli in sé e per sé non fossero decisivi lo stesso secondo me una volta in vostro possesso sarebbero importanti. Voi pure siete quasi un avvocato. Dico sempre: il procuratore K. è quasi un avvocato. Non è che il vostro processo mi preoccupi. Ma volete andarci, da Titorelli? Su mia raccomandazione egli farà certo tutto quello che può. Penso davvero che dovreste andare. Mica oggi, è naturale, una volta, quando capita. Del resto non siete minimamente obbligato per questo consiglio che vi do – voglio ancora dire – ad andarci. No, se credete di poterne fare a meno di Titorelli è certamente meglio trascurarlo del tutto. Forse avete già un bel piano valido e Titorelli potrebbe disturbarlo. No, allora assolutamente non andateci. Farsi dare consigli da un ragazzotto simile, è dura. Insomma, come volete. Ecco lettera di raccomandazione e indirizzo.”
Deluso K. prese la lettera e la ficcò in tasca. Anche nel migliore dei casi il vantaggio che la raccomandazione poteva dargli era incomparabilmente minore del fatto che l'industriale sapesse del processo e che il pittore ne spargesse la notizia. Riuscì a mala pena a costringersi a ringraziare con poche parole l'industriale, che già era alla porta. “Ci andrò”, disse nel congedarsi dall'industriale, “oppure, siccome ora ho molto da fare, gli scriverò, magari può venire qui in ufficio. “Lo sapevo bene”, disse l'industriale, “che avreste trovato la migliore alternativa. D'altra parte, penso che vogliate evitare di invitare gente come questo Titorelli in banca per parlarci del processo. Né è sempre vantaggioso lasciare in mano a gente simile una lettera. Ma certo voi avete valutato bene e sapete quel che potete fare.” K. annuì e accompagnò l'industriale in anticamera. Nonostante la calma esteriore però era molto spaventato. L'aveva solo detto, in effetti, che avrebbe scritto a Titorelli, per mostrare all'industriale che sapeva dar valore alla raccomandazione e che pensava subito di incontrasi con Titorelli, ma se avesse visto che l'aiuto di Titorelli valeva, non avrebbe esitato a scrivergli davvero. Tuttavia i pericoli che ciò avrebbe potuto portare come conseguenza li aveva visti solo per via della precisazione dell'industriale. Poteva di fatto fidarsi già così poco della sua capacità di comprensione? Se era possibile che lui invitasse con una lettera esplicita una persona di dubbia fama in banca allo scopo di chiedergli consigli circa il processo, separato solo da una porta dal vice direttore, non era possibile allora, e perfino probabile, che lui non facesse caso anche ad altri pericoli, oppure che vi si cacciasse? Non sempre c'era qualcuno accanto a lui a metterlo in guardia. E proprio ora che era costretto ad agire con tutte le sue energie dovevano venirgli dubbi, fin lì ignoti, sulla sua attenzione. Anche nel processo dovevano cominciargli le difficoltà che sentiva nello svolgimento del suo lavoro in ufficio? Per altro ora non capì proprio come cosa possibile che lui scrivesse a Titorelli e volesse invitarlo in banca.
Scuoteva ancora la testa per quel motivo quando l'usciere gli si avvicinò e richiamò la sua attenzione sui tre signori che in anticamera sedevano su una panca. Aspettavano già da tanto che bisognava farli passare. Ora che l'usciere parlava con K. erano in piedi e ognuno pretendeva di avere un buon motivo per di esser fatto passare prima degli altri. Dato che da parte della banca si era così privi di riguardo da far loro perdere tempo in sala d'attesa, intendevano anche loro mancar di riguardo. “Signor procuratore”, già stava dicendo un di loro. Ma K. s'era fatto prendere il cappotto e disse a quei tre mentre se lo metteva con l'aiuto dell'usciere: “Perdonino, signori, purtroppo per il momento non ho tempo di riceverli. Li prego molto di scusarmi, ma ho un'urgente uscita di lavoro da fare e devo andare subito via. Hanno certo visto quanto a lungo venni ora trattenuto. Sarebbero così gentili di tornare domani o un'altra volta, oppure di parlarmi per telefono? Oppure vogliono dirmi in breve subito di che cosa si tratta e io do loro in un secondo tempo una risposta esaustiva per iscritto? La cosa migliore sarebbe che loro tornassero un'altra volta.” Il suggerimento rese talmente stupefatti quei signori i quali dunque avevano dovuto aspettare completamente a vuoto, che si guardarono ammutoliti. “Siamo d'accordo?” chiese K. voltato verso l'uscire che ora gli portava anche il cappello. Dalla porta aperta della stanza di K. si vedeva che la nevicata si era molto rinforzata. Per cui K. si tirò su il colletto del cappotto e se lo abbottonò sotto la gola.
In quella entrò per l'appunto il vice direttore, guardò sorridendo K. che incappottato intratteneva quei signori e chiese: “Ve ne andate ora, signor procuratore?” “Sì”, disse K. sedendosi, “ho un'uscita di lavoro da fare.” Tuttavia il vice direttore s'era già voltato verso quei tre signori. “E i signori?” chiese. “Penso che abbiano già abbastanza aspettato.” “Siamo già d'accordo”, disse K., ma i tre non si lasciarono fermare, circondarono K. e misero in chiaro che non avrebbero aspettato ore se le faccende loro non fossero state importanti e non dovessero inoltre venir discusse dettagliatamente subito a 4 occhi. Il vice direttore stette ad ascoltarli per un po', considerò anche K. che teneva in mano il cappello e andava spolverandolo in più punti, poi disse: “Signori miei, c'è una semplicissima soluzione, però. Se loro vogliono accontentarsi di me, mi assumo molto volentieri di trattare con loro al posto del signor procuratore. Le loro questioni devono naturalmente venir discusse subito. Siamo uomini d'affari come loro e sappiamo valutare come merita il tempo degli uomini d'affari. Vogliono entrare da me?” E aprì la porta che dava nell'anticamera del suo ufficio.
Però, com'era bravo il vice direttore ad appropriarsi di tutto ciò cui ora K. era costretto a rinunciare per necessità! Ma K. non rinunciava a più di quel che era assolutamente necessario? Mentre correva da un pittore sconosciuto con speranze incerte e, come era costretto a confessare, minime, qui la sua reputazione pativa un danno irrimediabile. Sarebbe stato probabilmente molto meglio togliersi il cappotto e riconquistarsi i 2 signori che lì accanto avevano ancora da aspettare. K. ci avrebbe anche provato se ora non avesse visto, nella sua stanza, il vice direttore alla ricerca di qualcosa nello scaffale di K., che non era suo. Quando K. si avvicinò in stato di agitazione alla porta, il vice direttore disse: “Ah, non siete ancora andato via.” Volse verso K. il suo viso le cui nette grinze non parvero mostrare vecchiaia, ma energia, e ricominciò subito a cercare. “Cerco una copia di contratto”, disse, “che come sostiene il rappresentante della ditta deve trovarsi qui da voi. Non volete aiutarmi a cercarla?” K. si mosse di un passo, ma il vice direttore disse: “grazie, la ho già trovata”, e fece ritorno nella sua stanza con un grosso pacco di documenti che contenevano non solo la copia di contratto, ma molto altro.
Ora non sono alla sua altezza”, si disse K., “però una volta che le mie difficoltà personali saranno eliminate, allora sarà il primo ad accorgersene, e molto amaramente.” Un po' placato da questi pensieri, K. dette all'usciere, che già da molto gli teneva aperta la porta del corridoio, l'incarico di annunciare al momento opportuno al direttore che lui si trovava fuori per lavoro, e lasciò la banca quasi felice di potersi dedicare completamente alla sua causa, per un po'.
Andò subito dal pittore che abitava in un sobborgo completamente opposto rispetto a quello in cui si trovavano gli uffici del tribunale. Era una zona ancora più povera; gli edifici ancor più scuri, le vie piene di sporcizia, che lentamente si spandeva sulla neve sciolta. Nella casa dove abitava il pittore era aperto solo un battente del grande portone, ma nell'altro, in basso dalla parte del muro, c'era un buco da cui proprio mentre K. si avvicinava fuoriuscì un liquido giallo disgustoso e fumante che fece scappare un ratto nel canale vicino. In fondo alle scale giaceva per terra sulla pancia un bambino piccolo piangente, ma lo si udiva appena per via del frastuono che proveniva da un'officina di stagnino dall'altra parte rispetto al portone, e copriva tutto. La porta dell'officina era aperta, c'erano tre garzoni in semicerchio attorno al pezzo che lavoravano a martellate. Una grossa piastra di latta appesa alla parete gettava una luce pallida che s'infilava tra 2 garzoni rischiarandone i visi e i grembiali da lavoro. K. ebbe per tutto ciò solo uno sguardo fuggevole, voleva far prima che poteva, interrogare solo con poche parole il pittore e subito tornare in banca. Qualora qui avesse avuto anche solo il minimo successo, ciò avrebbe dovuto esercitare anche un buon effetto sul suo lavoro in banca. Al terzo piano fu costretto a moderare l'andatura, non aveva più fiato, le scale salivano troppo ripide tra i vari piani, altissimi, e il pittore magari abitava una soffitta all'ultimo piano. Anche l'aria era molto pesante, non c'era lo spazio interno tra le rampe, la scala, stretta, era racchiusa da entrambi i lati da muri nei quali solo qua e là si aprivano finestrini molto in alto. Proprio quando K. si era fermato per un po', scapparono fuori da un appartamento due ragazzine e corsero ridendo su per le scale. K. le seguì pian piano, raggiunse una delle due che era inciampata e rimasta indietro rispetto all'altra: “abita qui un pittore che si chiama Titorelli?” La fanciulla, una 13enne un po' gobba, gli dette una gomitata, per risposta, e stette a guardarlo da una parte. Né la sua giovane età né il suo difetto fisico avevano potuto impedirle che di essere già depravata. Non sorrideva affatto, invece seria guardava K. con occhi acuti di sfida. K. fece finta di nulla e chiese: “conosci il pittore Titorelli?” Lei annuì e chiese: “cosa volete da lui?” A K. parve conveniente informarsi velocemente ancora un po' su Titorelli: “voglio farmi fare il ritratto da lui”, disse. “Farsi fare il ritratto?” chiese lei, spalancò la bocca, colpì con una mano K., leggermente, quasi che avesse detto qualcosa di straordinariamente strano o stupido, tirò su il vestitino già cortissimo e corse svelta quanto poteva dietro all'altra, il cui gridio già si perdeva incerto in alto. Tuttavia alla svolta successiva delle scale ecco che K. incontrò ragazzine in quantità. Chiaramente erano state informate dalla gobba dell'intento di K. Stavano sui due lati delle scale, si tenevano strette al muro in modo che K. passasse tra loro a fatica, e si lisciavano il grembiule. I loro visi, tutti, come anche la loro complessione, mostravano una mescolanza di fanciullaggine e di depravazione. In cima alla fila che ora si chiudeva, tra le risate, dietro a K., c'era la gobba, che prese il comando. K. dové esserle grato per aver potuto trovare la strada giusta. In altri termini, lui intendeva salire ancora a diritto, invece lei gli indicò che doveva prendere un braccio delle scale, che si biforcavano, per arrivare da Titorelli. La scala che portava da lui era particolarmente stretta, molto lunga, diritta, visibile nella sua intera lunghezza che si concludeva direttamente con la porta di Titorelli. Abbastanza rischiarata, al contrario del resto della scala, da un piccolo lucernario obliquo soprastante, la porta era fatta di assi non verniciate su cui era dipinto a larghe pennellate di color rosso il nome Titorelli. Con il suo seguito K. era appena a metà della scala quando lassù, chiaramente a causa del rumore dei molti passi, la porta venne un poco aperta e dallo spiraglio apparve un uomo vestito probabilmente solo con una camicia da notte. “Oh!” fece, quando vide tutta quella gente che arrivava, e sparì. La gobba batté le mani tutta contenta e le altre ragazze dietro a K. gli fecero pressione perché avanzasse più alla svelta.
Non erano però ancora neppure arrivati che lassù il pittore aprì completamente la porta e con un profondo inchino invitò K. a entrare. La ragazze invece le respinse, non volle farne passare nessuna, per quanto lo pregassero molto e molto ci provassero, a penetrare, se non con il suo permesso, contro la sua volontà. Solo alla gobba riuscì di intrufolarsi al di sotto del braccio di lui, teso, ma il pittore la placcò, l'afferrò per la veste, la fece vorticare e la piazzò davanti alla porta insieme alle altre, le quali mentre il pittore aveva cambiato posizione non s'erano azzardate ad attraversare la soglia. K. non sapeva come giudicare il tutto, in altri termini pareva che ogni cosa avvenisse come entro un accordo amichevole. Le ragazze allungavano il collo presso la porta una dietro l'altra, gridavano al pittore svariati lazzi che K. non capì, e anche il pittore rideva, mentre la gobba quasi gli volava tra le mani. Poi chiuse la porta, s'inchinò di nuovo a K., gli porse la mano e presentandosi disse: “Titorelli, pittore artistico.” K. indicò la porta dietro cui le ragazze mormoravano, e disse: “sembrate molto amato in questa casa.“ “Ah, le monelle!” disse il pittore cercando invano di abbottonarsi il colletto della camicia da notte. Per altro era scalzo e vestito solo con un paio di brache gialle, larghe, fermate da un lungo laccio il cui capo ciondolava qua e là liberamente. “Queste monelle sono una vera croce”, continuò mentre aveva smesso di occuparsi della camicia da notte, mancante proprio dell'ultimo bottone, prese una sedia e obbligò K. a sedersi. “Una volta ho ritratto una di loro – oggi non c'è – e da allora tutte mi perseguitano. Quando io sono qui vengono solo se glielo permetto, ma se io sono fuori eccone almeno una. Si sono fatte fare una chiave per la mia porta e se la passano tra loro. Si fa fatica a immaginarsi il fastidio che è. Per esempio vengo a casa con una signora che devo ritrarre, apro la porta con la mia chiave e per dirne una trovo la gobba lì al tavolino che col pennello si colora le labbra di rosso, intanto che i suoi fratellini, che lei ha da badare, vanno in giro e m'imbrattano la stanza dappertutto. Oppure arrivo a casa, com'è successo ieri, la sera tardi – scusate vi prego il mio stato, e il disordine – dunque arrivo la sera tardi e intendo andare a letto, qualcosa mi pizzica una gamba, guardo sotto il letto e ne tiro fuori una, di queste monelle. Perché mi stanno tanto addosso non lo so, che io non cerchi di attirarmele credo che abbiate potuto vederlo. Com'è naturale questo mi disturba anche sul lavoro. Se non l'avessi a disposizione gratis, questo atelier, me ne sarei già andato da molto tempo.” Dietro la porta una vocetta debole e ansiosa faceva: “Titorelli, allora, possiamo venire?” “No”, rispose il pittore. “Nemmeno io sola?” si sentì chiedere ancora. “Nemmeno”, disse il pittore, andò alla porta e la sbarrò.
Intanto K. s'era guardato intorno, non sarebbe mai arrivato a pensare che quella misera stanzetta si potesse chiamare atelier. A mala pena ci si potevano incrociare due passi lunghi. Tutto, pavimento pareti e soffitto era fatto di legno, tra le assi si vedevano fenditure. Davanti a K. era addossato alla parete il letto, stracarico di coperte multicolori. Nel mezzo della stanza c'era su un cavalletto un quadro coperto da una camicia le cui maniche penzolavano fino a terra. Dietro K. la finestra, che per via della nebbia non lasciava vedere che i tetti degli edifici vicini coperti di neve.
Il giro di chiave nella serratura ricordò a K. l'intenzione che aveva di andarsene presto. Per cui estrasse di tasca la lettera dell'industriale, la porse al pittore e disse: “ Ho saputo di voi da questo signore vostro conoscente e sono qui su suo consiglio.” Il pittore lesse di sfuggita la lettera e la buttò sul letto. Se l'industriale non ne avesse parlato con la massima chiarezza come di un suo conoscente, come di un poveruomo che doveva far ricorso alla sua elemosina, si sarebbe potuto davvero credere, ora, che Titorelli non conoscesse l'industriale, o almeno non fosse in grado di ricordarsene. Per di più ora il pittore chiese: “volete comprare quadri o farvi fare il ritratto?” K. lo guardò stupito. Cosa conteneva la lettera in realtà? K. aveva presunto evidente che l'industriale nella lettera avesse informato il pittore del fatto che K. non voleva altro che informazioni circa il suo processo. Eppure era venuto, lì, anche troppo in fretta e in modo sconsiderato! Però ora doveva rispondere in qualche modo al pittore e, dando un'occhiata al cavalletto, disse: “state lavorando a un quadro?” “Sì”, disse il pittore e, dopo la lettera, gettò sul letto anche la camicia che era appesa sul cavalletto. “E' un ritratto. Un buon lavoro, ma non ancora del tutto pronto.” Il caso offriva a K. la possibilità di parlare del tribunale, difatti si trattava del ritratto di un giudice. Per altro sorprendentemente simile al quadro appeso nello studio dell'avvocato. Si trattava però di un altro giudice, un uomo grasso con la barba nera ispida e le guance molto sporgenti, inoltre quello dell'avvocato era dipinto a olio, invece questo era fatto, debole e indefinibile, a pastello. Tutto il resto era però simile, difatti anche in questo caso il giudice stava levandosi con fare minaccioso dal suo soglio. “E' un giudice”, avrebbe voluto dire K., ma si trattenne, per il momento, e si avvicinò al quadro come se volesse studiarne i particolari. Non riuscendo a spiegarsi una grande figura che stava al centro sopra il soglio, ne chiese al pittore. “Deve essere ancora elaborata un poco”, rispose il pittore, levò dal tavolino una matita e la passò appena sui bordi della figura centrale, senza però renderla più perspicua a K. “E' la giustizia”, disse infine il pittore. “Ora la riconosco”, disse K., “ecco la benda sugli occhi ed ecco la bilancia. Ma non ci sono anche le ali ai piedi? E non è in movimento?” “Sì”, disse il pittore, “fui commissionato a dipingerla così, in effetti è la giustizia e la dea della vittoria insieme.” “Non è affatto un bel collegamento”, disse K. sorridendo, “la giustizia deve star quieta, altrimenti la bilancia oscilla e non è possibile alcun verdetto giusto.” “Sono subordinato al mio committente”, disse il pittore. “Eh già”, disse K. che con la sua osservazione non aveva voluto offendere nessuno. “Avete dipinto la figura come si trova davvero sul soglio.” “No”, disse il pittore, “non ho visto né la figura né il soglio, è tutta un'invenzione, ma mi venne indicato ciò che devo dipingere.” “In che modo?” chiese K, intenzionalmente facendo come se non capisse in pieno il pittore, “è pur sempre un giudice in posizione giudicante.” “Sì”, disse il pittore, “ma non si tratta proprio di un giudice di gran rango e mai si è seduto su un soglio del genere.” “E si fa ritrarre in atteggiamento tanto solenne? Ha la postura di un presidente di tribunale.” “Sì, quei signori sono vanitosi”, disse il pittore. “Ma hanno il permesso di farsi ritrarre così. A ognuno è prescritto con precisione come può farsi ritrarre. Solo che purtroppo non si possono proprio valutare in questo quadro i dettagli del costume e del sedile, i pastelli non sono adatti a una tale rappresentazione.” “Certo”, disse K., “è strano che sia fatto con i pastelli.” “E' il giudice che lo volle così”, disse il pittore, “è destinato a una signora.” La vista del quadro parve avergli messo voglia di lavorare, si rimboccò le maniche, prese qualche matita in mano e K. vide che sotto il fremito della punta della matita applicata al capo del giudice si formava un'ombra rossastra che sfumava radialmente al margine del quadro. Un po' alla volta quel gioco d'ombra circondò il capo come un ornamento, o un'alta distinzione. Attorno alla figura della giustizia però il gioco d'ombra rimase chiaro fino a una tonalità trascurabile, in tal chiarore la figura parve risaltare particolarmente, non ricordava più la dea della giustizia e neppure quella della vittoria, appariva anzi, ora, del tutto come la dea della caccia. Il lavoro del pittore prendeva K. più di quanto lui volesse; alla fine tuttavia si rimproverò del fatto che fino a quel momento si trovava lì senza avere in fondo preso alcuna iniziativa per la sua causa. “Come si chiama questo giudice?”, chiese ad un tratto. “Non posso dirlo”, rispose il pittore, era chinato sul quadro e palesemente non badava all'ospite che pure aveva accolto prima con tanto riguardo. K. ritenne ciò umorale, e se ne adirò perché in tal modo perdeva tempo. “Siete un uomo di fiducia del tribunale?” chiese. Subito il pittore mise da parte le matite, si sedé, si strofinò le mani e guardò K. con un sorriso. “Diciamo la verità una volta per tutte”, disse, “voi volete saper qualcosa sul tribunale, come dice anche la vostra lettera di raccomandazione, e prima avete parlato del mio quadro per avermi dalla vostra. Non me la prendo a male, non potete sapere certo che con me ciò non serve. Prego!” disse bruscamente difensivo, poiché K. intendeva ribattere qualcosa. E continuò: “comunque la vostra osservazione è molto giusta, sono un uomo di fiducia del tribunale.” Fece una pausa come se volesse lasciare a K. il tempo di adeguarsi a tale fatto. Dietro la porta si udirono di nuovo le ragazze. Probabile che si accalcassero attorno al buco della serratura, magari si poteva vedere dentro anche attraverso le fenditure. K. si astenne dal giustificarsi in qualsiasi modo, infatti non voleva sviare il pittore, né però voleva che questi si gloriasse troppo così rendendosi inaccessibile, per così dire; ragion per cui chiese: “si tratta di una posizione pubblicamente riconosciuta?” “No”, tagliò corto il pittore, quasi che ciò chiudesse il resto del discorso. K. però non voleva lasciarlo tacere e disse: “or bene, spesso posizioni del genere prive di riconoscimento sono più influenti di quelle riconosciute.” “E' proprio questo il mio caso”, disse il pittore, la fronte aggrottata, annuendo. “Parlai ieri del vostro caso con l'industriale, mi chiese se volevo aiutarvi e io risposi: 'quest'uomo una volta può venire da me', e ora mi rallegro di vedervi così presto. La cosa sembra starvi molto a cuore e com'è naturale non me ne meraviglio. Ma non volete togliervi prima il cappotto?” Per quanto K. avesse intenzione di restare solo pochissimo tempo, l'invito del pittore gli fu molto gradito. L'aria nella stanza per lui era via via divenuta molto opprimente, più volte aveva già guardato stupito in direzione di una stufetta di ferro senza dubbio spenta, l'afa nella stanza era inspiegabile. Mentre si toglieva il cappotto e si sbottonava la giacca, il pittore disse scusandosi: “devo aver calore. Non è gradevole, qui? La stanza da questo punto di vista ha un'ottima posizione.” K. non replicò, ma in effetti non era il caldo che gli creava disagio, era l'aria pesante che quasi impediva di respirare, certo la stanza da molto non era stata areata. Tale seccatura venne rinforzata dalla richiesta fattagli dal pittore di sedere sul letto mentre lui si metteva sull'unica sedia della stanza davanti al cavalletto. Inoltre parve che il pittore equivocasse il motivo per cui K. restava sul bordo del letto, anzi gli chiese di mettersi comodo e, dato che K. esitava, si mosse lui e lo spinse proprio nel letto, sul cuscino. Poi tornò alla sua sedia e pose infine la prima domanda, quella essenziale, che tutto il resto faceva dimenticare a K.: “siete innocente?” chiese. “Sì”, disse K. La risposta a tale domanda gli dette senz'altro gioia, in particolare perché era data a un privato, quindi senza responsabilità. Ancora nessuno glielo aveva chiesto con tanta chiarezza. Per assaporare quella gioia, aggiunse: “sono completamente innocente.” “Ecco”, disse il pittore, abbassò la testa e parve riflettere. Di colpo la rialzò e disse: “se siete innocente, allora la causa è semplicissima.” Lo sguardo di K. si oscurò, questo presunto uomo di fiducia del tribunale parlava come un bambino ignaro. “La mia innocenza non semplifica la causa”, disse K. Nonostante tutto dové sorridere e scosse lentamente la testa. “Ciò dipende da molte sottigliezze in cui il tribunale si perde. Alla fine però tira fuori una gran colpa da qualche parte dove in origine non c'è stato proprio nulla.” “Sì sì, certo”, disse il pittore, quasi che K. disturbasse inutilmente quel che lui andava pensando. “Eppur tuttavia, siete innocente?” “Ma sì”, disse K. “E' questo che conta”, disse il pittore. Non era influenzabile da argomenti contrari, solo non era chiaro, nonostante la sua risolutezza, se parlasse in quel modo per riflessione o per indifferenza. K. volle stabilirlo subito, per cui disse: “voi conoscete certo il tribunale molto meglio di me, che non ne so molto più di quanto ho sentito dire, del resto dalla gente più svariata. Tutti concordano però sul fatto che in quella sede non si fanno accuse sconsiderate e che il tribunale una volta che accusa è ben convinto della colpa dell'accusato, e che solo con difficoltà può essere spostato da tale convinzione.” “Con difficoltà?” chiese il pittore tirando su una mano. “Il tribunale è sempre inamovibile. Se qui dipingo tutti i giudici uno accanto all'altro su una tela, e voi vi difendete davanti a essa, avrete più successo che non davanti al vero tribunale.” “Sì”, disse K. da sé, dimenticando che aveva voluto interrogare solo il pittore.
Una ragazza dietro la porta ricominciò a chiedere: “Titorelli, ma quello non se ne va via alla svelta?” “Silenzio”, gridò il pittore rivolto alla porta, “non vedete che sto parlando con il signore?” Ma la ragazza non si accontentò di tale spiegazione, e chiese: “gli farai il ritratto?” E poiché il pittore non rispondeva disse ancora: “per favore non glielo fare il ritratto a una persona così odiosa.” Seguì un urlo collettivo incomprensibile, di approvazione. Il pittore balzò verso la porta, ne aprì uno spiraglio – si videro protese le mani giunte delle ragazze – e disse: “se non state zitte vi butto giù per le scale. Mettetevi a sedere sui gradini e state buone.” Forse non gli obbedirono, per cui fu costretto a ordinare: “A sedere sui gradini!” Solo allora tacquero.
Scusate”, disse il pittore quando fu tornato da K. Si era appena voltato verso la porta, K., aveva completamente lasciato al pittore il se e il come proteggerlo. Di nuovo si mosse appena quando il pittore si chinò verso di lui mormorandogli, per non esser sentito da quelle: “anche queste ragazze fanno parte del tribunale.” “Come sarebbe?” chiese K., mosse la testa di lato e guardò il pittore. Questi però si rimise seduto e disse, un po' per scherzo, un po' per chiarimento: “ma tutto fa parte del tribunale.” “Ancora non me n'ero accorto”, disse K. brevemente; quel che aveva detto in senso generale il pittore rendeva assai meno disturbante il riferimento alle ragazze. Tuttavia K. guardò per un momento verso la porta dietro cui ora le ragazze sedevano in silenzio sui gradini. Solo una di loro aveva ficcato una pagliuzza in una fessura e la muoveva su e giù piano piano.
Sembra che ancora voi non abbiate alcuna visione d'insieme del tribunale”, disse il pittore, che aveva allargato le gambe e batteva la punta dei piedi sul pavimento. “Poiché però siete innocente, non vi servirà averla. Sarò io da solo a tirarvi fuori.” “E com'è che lo farete?” chiese K. “Avete poco fa detto voi stesso che il tribunale è del tutto inaccessibile agli argomenti.” “Lo è solo agli argomenti che gli si presentano in faccia”, disse il pittore sollevando l'indice come se K. non avesse colto una sottile differenza. “Diversa è la sua condotta in merito a ciò che si tenta, in questa prospettiva, alle sue spalle, cioè in sala di consultazione, nei corridoi, o per esempio anche qui nell'atelier.” Quel che il pittore diceva ora non parve più a K. tanto incredibile, di più, indicava una grande concordanza con ciò che K. aveva già sentito dire da parte di altra gente. Anzi, era perfino assai promettente. Se i giudici erano così facilmente pilotabili tramite relazioni personali, come l'avvocato aveva illustrato, allora le relazioni del pittore con quei boriosi giudici erano particolarmente importanti e in ogni caso da non trascurare in alcun modo. Quindi il pittore si adattava molto bene alla cerchia di sostenitori che un po' alla volta K. radunava attorno a sé. In banca una volta si era elogiato il suo talento organizzativo, in questo caso, nel quale lui era abbandonato a se stesso, si mostrava una buona occasione di provare quel talento al massimo. Il pittore osservò l'effetto che la sua spiegazione aveva fatto su K. e poi disse con un certa riluttanza: “non vi colpisce che io parli quasi come un giurista? E' l'ininterrotta frequentazione con quei signori del tribunale che su di me ha tale influenza. Com'è naturale ne ho un gran profitto, ma la mia vitalità artistica va in gran parte perduta.” “Come siete entrato in collegamento inizialmente con i giudici?” chiese K., voleva anzitutto conquistare la fiducia del pittore prima di servirsene senz'altro. “Fu molto semplice”, disse il pittore, “l'ho ereditato, il collegamento. Già mio padre era pittore del tribunale. Si tratta di una posizione che sempre si passa in eredità. Non ci si può servire di gente nuova. Mi spiego, per i ritratti dei diversi gradi di funzionariato sono stabilite regole così diverse, molteplici e prima di tutto segrete, che in genere non possono essere note al di fuori di determinate famiglie. Là nel cassetto per esempio ho le indicazioni di mio padre, che non mostro a nessuno. Tuttavia solo chi le conosce è abilitato a ritrarre i giudici. Ciò non di meno anche nel caso che io le perdessi ne restano così tante nella mia testa che nessuno potrebbe contendermi la mia posizione. Ogni giudice vuole essere ritratto così come sono stati ritratti i vecchi grandi giudici, e solo io so farlo.” “Ciò è invidiabile”, disse K. pensando alla sua posizione in banca, “la vostra posizione è dunque inattaccabile?” “Sì, inattaccabile”, disse il pittore e con fierezza sollevò le spalle. “E' per questo che ogni tanto io posso osare l'aiuto di un pover'uomo che ha un processo.” “E come?” chiese K. come se non fosse lui che il pittore aveva or ora definito un pover'uomo. Il pittore però non si lasciò sviare, invece disse: “nel vostro caso per esempio, dato che siete del tutto innocente, ecco cosa farò.” La ripetuta menzione della sua innocenza già diveniva molesta, per K. Gli pareva a tratti come se il pittore rimarcandola non subordinasse un esito positivo del processo al suo aiuto, che perciò naturalmente in sé perdeva forza. Nonostante tale dubbio K. si trattenne e non interruppe il pittore. Non voleva rinunciare all'aiuto del pittore, in ciò era risoluto, quell'aiuto non gli sembrava assolutamente più discutibile di quello dell'avvocato. Addirittura K. lo preferiva, perché veniva offerto in modo bonario e sincero.
Il pittore aveva tirato la sua sedia più vicino al letto e continuò a dire abbassando la voce: “ho dimenticato di chiedervi come prima cosa come desiderate venirne fuori. Vi sono tre possibilità, mi spiego, la vera assoluzione, la assoluzione apparente e il rinvio. La vera assoluzione com'è naturale è il meglio, solo che io non conto nulla ai fini di questo genere di soluzione. Secondo la mia opinione non c'è nessuno che eserciti una influenza ai fini della vera assoluzione. In essa decide probabilmente solo l'innocenza dell'imputato. Dato che voi siete innocente sarebbe davvero possibile che faceste affidamento solo sulla vostra innocenza. Allora però non avete bisogno né di me né di alcun altro aiuto.”
All'inizio quest'ordinata esposizione sbalordì K., poi però disse anche lui a bassa voce: “credo che voi vi contraddiciate.” “In che senso?” chiese il pittore paziente, e sorridendo si appoggiò indietro sulla sedia. Quel sorriso suscitò in K. la sensazione come di star scoprendo contraddizioni non nelle parole del pittore, ma nella procedura stessa del tribunale. Ciò nonostante non si dette per vinto, e disse: “prima avete rimarcato che il tribunale è inaccessibile agli argomenti, poi avete ristretto il discorso al tribunale pubblico, e ora dite addirittura che l'innocente di fronte al tribunale non necessita di alcun aiuto. In ciò v'è contraddizione. Inoltre prima avete detto che si può esercitare influenza sui giudici di persona, ma ora mettete in dubbio che la vera assoluzione, come voi la definite, sia mai ottenibile tramite influenze personali. In ciò v'è una seconda contraddizione.” “Sono contraddizioni facili da spiegare”, disse il pittore. “In questione sono due diverse cose, la lettera della legge e quello di cui io personalmente sono informato, non dovete confonderle. La legge, che del resto io non ho letto, dice naturalmente da un lato che l'innocente viene assolto, d'altro canto non dice che sui giudici si possa esercitare influenza. Orbene, io però sono informato per l'appunto dell'opposto. Io non so di alcuna vera assoluzione, ma so bene che l'esercizio di influenze è grande. Naturalmente è possibile che in tutti i casi a me noti nessuno fosse innocente. Tuttavia non è improbabile, ciò? In così tanti casi nessun innocente? Già da bambino stavo in ascolto di mio padre quando a casa raccontava dei processi, anche i giudici che venivano nel suo studio raccontavano del tribunale, in genere nel nostro giro non si parla d'altro, non appena avevo la possibilità di andare in tribunale anch'io, la sfruttavo sempre, ho ascoltato innumerevoli processi nelle loro fasi essenziali e nei limiti della loro visibilità li ho seguiti e – devo ammetterlo – non sono stato testimone di una sola assoluzione.” “Di nessuna assoluzione dunque”, disse K. come parlando a se stesso e alle sue speranze. “Tuttavia questo conferma l'opinione che già ho del tribunale. E' dunque anche da questo lato inutile. Un boia potrebbe sostituire l'intero tribunale.” “Non potete generalizzare”, disse il pittore contrariato, “ho parlato solo delle mie esperienze.” “Ma esse bastano”, disse K., “oppure avete sentito parlare di assoluzioni risalenti a tempi precedenti?” “Assoluzioni del genere”, rispose il pittore, “devono certo esservene state. Solo che è assai difficile stabilirlo. Le decisioni conclusive del tribunale non sono rese pubbliche, sono inaccessibili anche ai giudici, per cui sui vecchi casi giudiziari si sono tenute in piedi soltanto leggende. Esse contengono certo, perfino nella maggioranza, vere assoluzioni, si può prestar loro fede, ma non sono accertabili. Ciò nonostante non le si deve del tutto trascurare, una certa verità la contengono certamente, e sono anche molto belle, io stesso ho fatto quadri che hanno per soggetto leggende del genere.” “Leggende pure e semplici non mutano la mia opinione”, disse K.,”mica ci si può richiamare a esse al cospetto del tribunale?” Il pittore rise. “No, non si può”, disse. “E allora non serve parlarne”, disse K., voleva per il momento accettare tutte le opinioni del pittore anche quando le riteneva improbabili e contraddicevano altri referti. Ora non aveva il tempo di verificare la veridicità di tutto quel che diceva il pittore e neanche di fare obbiezioni, già il massimo era raggiunto se lo mobilitava a dargli una mano in qualche modo, foss'anche non un modo decisivo. Per cui disse: “asteniamoci dunque dalla vera assoluzione, voi menzionavate però altre due possibilità.” “L'assoluzione apparente e il rinvio. Solo di questi si tratta”, disse il pittore. “Non volete togliervi la giacca, prima che ne parliamo? Per voi è davvero caldo.” “Sì”, disse K.; fin lì non aveva fatto attenzione che alle spiegazioni del pittore, ma ora che gli era stato ricordato quel caldo con più forza il sudore gli sgorgava sulla fronte. “E' quasi insopportabile.” Il pittore annuì come se capisse molto bene il disagio di K. “Non si potrebbe aprire la finestra?” chiese K. “No”, disse il pittore, “si tratta solo di un vetro fisso, non si può aprire.” Ora K. si rese conto che per tutto il tempo trascorso aveva sperato che all'improvviso il pittore o lui sarebbero andati a spalancare la finestra. Era disposto a inspirare anche la nebbia a bocca aperta. La sensazione di essere completamente escluso dall'aria gli causò il capogiro. Dette un colpetto con una mano sul piumino del letto accanto a sé e disse debolmente: “è spiacevole e malsano.” “Oh no”, disse il pittore in difesa della sua finestra. “Grazie al fatto che non si può aprire, e nonostante che sia un semplice vetro, il calore viene trattenuto meglio che con una finestra a doppio vetro. Se però voglio areare, cosa non molto necessaria, prima di tutto entra aria dalle fessure, e posso aprire le porte, anche entrambe.” Un po' confortato da tali spiegazioni K. si guardò attorno alla ricerca del secondo uscio. Il pittore se ne rese conto e disse:” l'avete dietro di voi, dovetti sbarrarlo con il letto.” E solo ora K. vide l'usciolino nella parete. “In effetti qui è tutto troppo piccolo per un atelier”, disse il pittore, quasi volesse prevenire la critica di K. “Dovetti arrangiarmi come potevo. Il letto davanti all'uscio com'è naturale ha un posto pessimo. Per esempio, il giudice che ora ritraggo viene sempre da quest'uscio e gliene ho anche dato una chiave perché quando io non ci sono possa aspettarmi qui nell'atelier. Ora, abitualmente però viene presto di mattina, mentre io dormo. E sempre mi strappa dal sonno migliore aprendo la porta accanto al letto. Voi perdereste ogni rispetto per i giudici se sentiste le imprecazioni con cui lo accolgo quando mi sale sul letto all'alba. Certo potrei togliergli la chiave, ma sarebbe soltanto peggio. Qui ogni porta con il minimo sforzo si può scardinare.” Durante tutto questo discorso K. pensò se dovesse togliersi la giacca, ma alla fine capì che se non lo faceva gli era impossibile restar lì oltre, per cui se la tolse mettendosela però sulle ginocchia per potersela rimettere subito nel caso che il colloquio finisse. Non appena si era tolto la giacca una delle ragazze gridò: “s'è già levato la giacca” e si sentì che tutte si accalcavano alle fessure per potere vedere di persona lo spettacolo. “Le ragazze, mi spiego, credono”, disse il pittore, “che io stia per ritrarvi e che voi vi spogliate per questa ragione.” “Ecco”, disse K. poco divertito, difatti non si sentiva molto meglio di prima nonostante che fosse seduto lì in maniche di camicia. Un po' accigliato chiese: “com'è che le chiamate le altre due possibilità?” Se n'era già dimenticato, di quelle definizioni. “Apparente assoluzione e rinvio”, disse il pittore. “Sta a voi quale delle due scegliere. Entrambe con il mio aiuto si possono ottenere, naturalmente non senza fatica, la differenza da questo punto di vista risiede nel fatto che l'assoluzione apparente esige uno sforzo completo e temporaneo, mentre il differimentone richiede uno molto minore, ma prolungato. Cominciamo dunque dall'assoluzione apparente. Nel caso che la desideriate io metto sulla carta un'attestazione della vostra innocenza. Il testo di un'attestazione simile mi è stato tramandato da mio padre ed è del tutto inattaccabile. Con quest'attestazione faccio un giro presso i giudici che conosco. Comincio a fare in modo, diciamo, di sottoporla al giudice che ora ritraggo, quando viene stasera per posare. Gliela sottopongo, gli spiego che voi siete innocente e garantisco io della vostra innocenza. Non si tratta mica di una garanzia superficiale, ma invece di una garanzia davvero impegnativa.” Nello sguardo del pittore c'era come un rimprovero del fatto che K. intendesse accollargli il peso di una tale garanzia. “Sarebbe molto gentile, questo”, disse K. “E il giudice pur credendo a voi non mi assolverebbe veramente?” “L'ho già detto”, rispose il pittore. “D'altra parte non è assolutamente certo che ognuno mi creda, più di un giudice per esempio pretenderà che io vi porti da lui. Per cui una volta dovreste venirci. In un caso del genere del resto la causa è per metà vinta, specialmente perché com'è naturale prima voi sareste ben istruito su come condurvi in presenza del giudice in questione. Peggio va con quei giudici che mi respingono a priori – anche questo capiterà. A costoro dobbiamo rinunciare, per quanto io non mancherò certo di provarci in più modi, tuttavia possiamo anche permettercelo, difatti giudici singoli in questo caso non possono essere decisivi. Orbene, quando sull'attestazione io ho un sufficiente numero di firme dei giudici, vado con l'attestazione dal giudice che si occupa proprio del vostro processo. E' possibile che io abbia anche la firma sua, e allora tutto quanto si svolge un po' più velocemente che non altrimenti. In genere non ci sono più molti ostacoli e quindi per l'imputato è il momento della maggior fiducia. Strano ma vero, la gente a questo punto è più fiduciosa che dopo l'assoluzione. Non c'è più bisogno di nessuna fatica particolare. Il giudice con l'attestazione è in possesso della garanzia di una quantità di giudici, tranquillamente può assolvervi e lo farà, del resto dopo aver espletato svariate formalità, senza dubbio per compiacere me ed altri conoscenti. Voi però uscite dal tribunale e siete libero. “Poi dunque sono libero”, disse K. incerto. “Sì”, disse il pittore, “ma solo apparentemente libero, o per meglio dire temporaneamente libero. I giudici di più basso grado, mi spiego, che sono i miei conoscenti, non hanno il diritto di assolvere in modo definitivo, tale diritto lo ha solo il tribunale supremo, che è assolutamente inattingibile per voi, per me e per tutti noi. Quale aspetto abbia il tribunale supremo non lo sappiamo e detto tra parentesi neppure vogliamo saperlo. Il vero diritto di prosciogliere uno dalla imputazione i nostri giudici quindi non lo hanno, bensì hanno il diritto di sbarazzare uno dalla imputazione. Ciò significa che se voi siete assolto in questo modo per il momento siete spogliato dell'imputazione, ma anche in seguito essa si libra su di voi e può, basta che l'ordine superiore arrivi, subito diventare effettiva. Poiché sono in un così buon collegamento con il tribunale io posso anche dirvi come si esplicita esteriormente nelle norme stabilite per gli uffici di cancelleria del tribunale la differenza tra la vera e la apparente assoluzione. Nel caso di una vera assoluzione gli atti processuali vengono completamente abbandonati, scompaiono del tutto dal sistema procedurale, non solo l'imputazione, anche il processo e perfino l'assoluzione sono distrutte, tutto è distrutto. Altro avviene nel caso di un'assoluzione apparente. Con tale atto non ha luogo nessuna ulteriore modifica se non che esso atto è stato arricchito con l'attestazione dell'innocenza, con l'assoluzione e con la motivazione dell'assoluzione. Per altro esso atto resta nel sistema procedurale, viene, come l'ininterrotto lavorio degli uffici di cancelleria del tribunale richiede, trasmesso al tribunale superiore, torna indietro al tribunale inferiore, e va e viene con maggiori o minori oscillazioni, con maggiori o minori fermate dall'uno all'altro dei tribunali. Sono vie imprevedibili. Dall'esterno ciò può esser visto talvolta come aver l'apparenza che tutto sia dimenticato da un pezzo, che sia perso l'atto di assoluzione e che l'assoluzione sia completa. Un iniziato non lo crederà. Nessun atto va perso, nel tribunale non c'è dimenticanza. Un giorno - nessuno se l'aspetta – un qualche giudice prende in mano l'atto con attenzione, si accorge che in questo caso l'imputazione è ancora in vigore e dispone l'immediato arresto. Ho supposto ora che tra l'assoluzione apparente e il nuovo arresto passi molto tempo, è possibile, e conosco molti casi del genere, ma è altrettanto possibile che la persona assolta vada dal tribunale a casa dove già lo aspettano degli incaricati per arrestarlo di nuovo. Quindi com'è naturale addio vita libera. “E il processo ricomincia da capo?” chiese K quasi incredulo. “Ma certo”, disse il pittore, “il processo ricomincia da capo, ma di nuovo sussiste, come prima, la possibilità di ottenere un'assoluzione apparente. Si devono di nuovo raccogliere tutte le energie e non è consentito arrendersi.” Quest'ultima cosa forse il pittore la disse avendo l'impressione che K. fosse un po' demoralizzato. “Ma ottenere una seconda assoluzione”, chiese K come volendo ora prevenire qualche rivelazione da parte del pittore, “non è più arduo che ottenere la prima?” “Nulla di preciso si può dire”, rispose il pittore, “in questa prospettiva. Credete che i giudici con il secondo arresto siano influenzati dal loro giudizio a sfavore dell'imputato? Non è così. I giudici già in occasione dell'assoluzione hanno previsto quest'arresto. Per cui la circostanza del giudizio sfavorevole conta poco. Tuttavia è per innumerevoli altri motivi che lo stato d'animo dei giudici, come il loro retto giudizio sul caso, può essersi trasformato, e le fatiche ai fini della seconda assoluzione devono perciò venir adattate alle mutate circostanze e in generale essere tanto energiche quanto lo furono quelle ai fini della prima assoluzione.” “Però questa seconda assoluzione, di nuovo, non è definitiva”, disse K e disgustato voltò la testa. “Certo che no”, disse il pittore, “alla seconda assoluzione segue il terzo arresto, alla terza assoluzione segue il quarto arresto e così di seguito. Ciò è costitutivo della assoluzione apparente.” K tacque. “La assoluzione apparente è chiaro che non vi sembra vantaggiosa”, disse il pittore, “forse vi serve di più il differimento. Devo spiegarvene le caratteristiche?” K annuì. Il pittore si era spaparanzato sulla sedia, aveva infilato una mano nella camicia da notte spalancata e si accarezzava il petto e le costole. “Il differimento”, disse il pittore guardando per un attimo davanti a sé come per cercare una spiegazione davvero adeguata, “il differimento consiste nel fatto che il processo, restando nel suo più basso stadio, si ferma. Per arrivare a ciò è necessario che l'imputato e chi lo aiuta, in particolare però chi lo aiuta, restino in contatto con il tribunale. A tal fine, lo ripeto, non è necessario un dispendio di energie come per conseguire una assoluzione apparente, però è davvero necessaria un'attenzione molto maggiore. Non si può perdere d'occhio il processo, si deve andare dal giudice in questione a intervalli regolari e inoltre nelle occasioni particolari, e si deve cercare in ogni modo di tenerselo buono; se non si conosce di persona il giudice allora si deve esercitare influenza su di lui tramite giudici che si conoscono, senza permettersi di rinunciare per questo a colloqui diretti. Non trascurando in tale prospettiva alcunché si può con sufficiente precisione ipotizzare che il processo non proceda dal suo primo stadio. Non che il processo termini, ma l'imputato è protetto da una condanna quasi come se fosse libero. In confronto all'assoluzione apparente il differimento ha il vantaggio che il futuro dell'imputato è meno incerto, egli resta al riparo dal terrore degli arresti improvvisi e non deve temere, proprio nella fase, diciamo, in cui le altre circostanze della sua vita sono, a causa del processo, le meno favorevoli, di doversi sobbarcare fatiche ed emozioni quali quelle che sono connesse all'ottenimento della assoluzione apparente. Certo anche il differimento ha per l'imputato certi svantaggi che non è consentito sottovalutare. Non sto qui riferendomi al fatto che l'imputato non è mai libero, l'imputato non lo è propriamente neppure nel caso dell'assoluzione apparente. Lo svantaggio è un altro. Il processo non può restare a un punto morto senza che ve ne siano motivi, almeno apparenti. Bisogna perciò che dall'esterno accada qualcosa nel processo. Bisogna che di tanto in tanto vengano date disposizioni, che l'imputato debba essere interrogato, che debbano aver luogo assise istruttorie eccetera. Il processo deve quasi di continuo venir rigirato nell'esiguo ambito in cui abilmente è stato ristretto. Ciò comporta com'è naturale per l'imputato certe seccature, voi però non potete immaginarvele troppo malvagie. Tutto è superficiale, gli interrogatori per esempio sono solo brevissimi, se non si ha, una volta, né tempo né voglia di andarci, è permesso giustificarsi, si può addirittura, d'accordo con certi giudici, rimandare di molto tempo le date cui le loro disposizioni sono riferite, si tratta essenzialmente solo di questo, che siccome si è imputati, di tanto in tanto ci si fa vivi con il proprio giudice.” Già durante queste ultime parole K aveva appoggiato la giacca su un braccio e si era alzato. “Già si alza”, gridarono là fuori dietro la porta. “Volete già andarvene?” chiese il pittore, alzatosi anche lui. “Certo è l'aria che vi fa scappare da qui. Mi rincresce molto. Avrei ancora parecchie cose da dirvi. Dovevo farla breve, ma spero di esser stato chiaro.” “Sì sì”, disse K, cui faceva male il capo per lo sforzo al quale si era costretto nello stare a sentire. Nonostante tale conferma il pittore, ancora una volta riassumendo il tutto, come per dare a K, che se ne andava, una consolazione, disse: “Entrambi i metodi hanno in comune il fatto di impedire una condanna dell'imputato.” “Impediscono però anche la vera assoluzione”, disse K a bassa voce, quasi si vergognasse di averlo capito. “Avete colto il nucleo della faccenda”, disse rapido il pittore. K pose mano al suo cappotto, ma non riuscì a decidersi a indossare la giacca. Al meglio avrebbe affastellato giacca e cappotto insieme e sarebbe filato all'aria fresca. Nemmeno le ragazze riuscirono a indurlo a rivestirsi, nonostante che le loro voci stessero già anticipando che lui stava rivestendosi. Al pittore premeva di capire quali fossero le intenzioni di K, per cui disse: “ancora non vi siete deciso, circa le mie proposte. Lo apprezzo. Addirittura vi avrei sconsigliato io dal prendere subito una decisione. I vantaggi e gli svantaggi sono impercettibili. Si deve valutare tutto bene. Certo è che non ci si può permettere di perdere troppo tempo.” “Tornerò presto”, disse K, che con piglio decisionale si mise la giacca, si buttò su una spalla il cappotto e corse alla porta, dietro cui le ragazze ora cominciavano a urlare. K credé di vederle, dietro la porta. “Dovete però mantenere la parola”, disse il pittore, rimasto dov'era, “altrimenti vengo io in banca a chiedervelo di persona.” “Ma apritemi la porta”, disse K afferrando la maniglia che le ragazze, come lui si accorse dalla pressione che facevano dall'altra parte, bloccavano. “Volete farvi scocciare dalle ragazze?” chiese il pittore. “E' meglio che usiate quest'altra uscita” disse indicando l'uscio dietro il letto. K fu d'accordo e saltò di nuovo sul letto. Tuttavia, invece di aprire l'uscio il pittore strisciò sotto il letto e da lì chiese: “ancora un attimo. Non volete vedere un quadro che potrei vendervi?” K non volle essere scortese, il pittore davvero se l'era preso a cuore e aveva promesso il suo aiuto per il futuro, né a causa della distrazione di K si era ancora parlato del pagamento dell'aiuto, per cui ora lui non poteva rifiutarsi, e si fece mostrare il quadro, nonostante che fremesse d'impazienza di andarsene dall'atelier. Il pittore tirò fuori da sotto il letto una pila di quadri senza cornice tanto coperti di polvere che, quando cercò di soffiarla via dal quadro che stava in cima, turbinò a lungo davanti agli occhi di K mozzandogli il respiro. “E' una brughiera”, disse il pittore porgendo il quadro a K. Il paesaggio rappresentava due alberucci distanti l'uno dall'altro, ritti nell'erba bruna. Sullo sfondo c'era un tramonto multicolore. “Bello”, disse K, “lo compro.” S'era espresso così succintamente, irriflessivo, per cui fu contento allorché il pittore, invece di prendersela a male, prese su un secondo quadro. “Questo gli fa da contraltare”, disse il pittore. Magari poteva fargli da contraltare, ma non si vedeva la minima differenza tra il secondo e il primo, qui c'erano gli alberi, l'erba e lì il tramonto. A K poco importava di ciò. “Sono bei paesaggi”, disse, “li compro entrambi e li appenderò nel mio ufficio.” “Il soggetto sembra piacervi”, disse il pittore tirando su un terzo quadro, “per fortuna ne ho un altro simile, qui.” Tuttavia non era simile, era anzi proprio lo stesso paesaggio brughierasco. Il pittore sapeva sfruttare bene l'occasione per vendere vecchi quadri. “Prendo anche questi”, disse K. “Quanto costano i 3 quadri?” “Ne riparleremo la prossima volta”, disse il pittore, “ora avete fretta, e poi noi rimaniamo in contatto. Comunque mi fa piacere che vi piacciano i miei quadri, porterò con me tutti quelli che ho qua sotto. Sono solo paesaggi brughieraschi, ne ho già dipinti molti. Parecchia gente rifiuta quadri così perché troppo cupi, ma altri, e voi siete tra quelli, amano proprio la cupezza.” K però ora non seguiva proprio le informazioni professionali del pittore questuante. “Impacchettateli”, esclamò interrompendolo, “domani verrà a prenderli il mio usciere.” “Non è necessario”, disse il pittore. “Spero di potervi procurare uno che li porti subito insieme voi.” Alla fine si chinò al di sopra del letto e disserrò l'uscio. “Non abbiate timore di salire sul letto”, disse, “lo fanno tutti quelli che entrano di qui.” K anche senza quell'invito non avrebbe avuto alcun riguardo, aveva già piazzato un piede in mezzo al piumino quando guardò attraverso l'uscio aperto e ritirò il piede. “Cos'è?” chiese al pittore. “Di che vi stupite?” chiese questi, a sua volta stupito. “Sono gli uffici di cancelleria del tribunale. Non sapevate che qui ci sono uffici di cancelleria del tribunale? Ce ne sono quasi in ogni soffitta, perché dovrebbero non essercene proprio qui? Anche il mio atelier fa parte in effetti degli uffici di cancelleria, il tribunale me lo ha messo a disposizione.” K era spaventato non tanto per il fatto che anche qui aveva trovato uffici di cancelleria del tribunale, principalmente era spaventato da se stesso, dalla sua ignoranza delle cose del tribunale. Gli parve regola fondamentale di condotta per un imputato quella di non farsi mai prendere di sorpresa, di non guardare senza sospetti verso destra se alla sua sinistra gli si trovava accanto il giudice – e proprio contro tal regola fondamentale lui non faceva altro che urtare. Davanti a lui c'era un lungo andito da cui spirava un'aria al cui confronto quella dell'atelier era fresca. Panche si trovavano sui due lati dell'andito proprio come nella stanza d'attesa della cancelleria di competenza di K. Sembrava che vi fossero precise prescrizioni in merito all'arredamento degli uffici di cancelleria. In quel momento la frequenza delle parti non era molto grande. Mezzo disteso un uomo sedeva lì, aveva il volto sepolto nelle braccia, sulla panca, e sembrava dormire; un altro si trovava in penombra al termine dell'andito. K salì sul letto, dietro di lui il pittore con i quadri. Presto incontrarono un usciere del tribunale – K ora li riconosceva già tutti dal bottone dorato che costoro avevano tra i bottoni normali del loro abito civile – e il pittore lo incaricò di accompagnare K con i quadri. Più che camminare K barcollò tenendosi il fazzoletto premuto sulla bocca. Erano già presso l'uscita quando li investì il fiotto delle ragazze, che quindi non erano state risparmiate a K. Evidentemente avevano visto che la 2a porta dell'atelier era stata aperta e avevano fatto il giro per intrufolarsi da quella parte. “Non posso più accompagnarvi”, gridò ridendo il pittore nella ressa delle ragazze. “Arrivederci! Non riflettete troppo a lungo!” K non si guardò nemmeno attorno. In strada prese la prima vettura che gli capitò. Gli premeva molto di liberarsi dell'usciere il cui bottone dorato gli perseguitava la vista, per quanto probabilmente nessuno ci facesse caso. L'usciere, servizievole, intendeva sedersi a cassetta, ma K lo cacciò giù di lì. Era da molto trascorso il mezzogiorno quando arrivò davanti alla banca. Avrebbe volentieri lasciato i quadri nella vettura, ma temé di aver necessità, in qualche occasione, di renderne conto al pittore. Se li fece mettere in ufficio e li chiuse nel cassetto più in basso del suo tavolo, almeno per metterli al sicuro, per i giorni a venire, dalla vista del vice direttore.