venerdì 29 giugno 2012

F.Kafka: Le coscrizioni*

Le coscrizioni, spesso necessarie a causa delle continue battaglie al confine, si svolgono come segue: si emana l’ordine che in un giorno stabilito, in un quartiere stabilito, tutti i residenti senza distinzione, uomini, donne, ragazzi, debbano rimanere nelle loro abitazioni. Di solito per prima cosa, verso mezzogiorno, fa la sua comparsa, all’ingresso del quartiere dove un reparto di fanteria e di cavalleria sta in attesa già dall’alba, il giovane aristocratico che deve metter mano alla coscrizione. Si tratta di un giovane magro, piccolo, gracile, vestito in modo trascurato, gli occhi stanchi, assalito senza tregua da un’irrequietezza che assomiglia al rabbrividire di un malato. Senza guardare nessuno, costui fa un cenno con lo scudiscio, unico suo equipaggiamento, alcuni soldati gli fanno seguito e lui si dirige verso la prima casa. Un soldato che conosce personalmente i residenti di questo quartiere dà lettura dell’elenco di tutti gl’inquilini. Di solito ci sono tutti, stanno in riga dentro casa, come se fossero già soldati non staccano gli occhi dall’aristocratico. Tuttavia può anche succedere che di tanto in tanto ne manchi uno, si tratta sempre di uomini. Dal momento che nessuno oserà accampare una scusa o addirittura una bugia, ci si limita a tacere, si tengono gli occhi bassi, mal si sopporta il peso della trasgressione avvenuta in questa casa, ma la muta presenza dell’aristocratico trattiene tutti ai loro posti. L’aristocratico dà un segnale, non si tratta neppure di un cenno del capo, lo si legge unicamente nei suoi occhi, e due soldati iniziano a cercare colui che manca. Questo non costa assolutamente alcuna fatica. Non si trova mai fuori di casa, il mancante, mai ha l’intenzione di sottrarsi veramente al servizio militare, non si trova al suo posto solo per paura, ma nemmeno la paura del servizio è quella che lo trattiene, si tratta soprattutto del timore di farsi vedere, l’ordine per lui è smisuratamente formale, gli causa grande paura, da solo non riesce a cavarsela. Perciò non scappa, si nasconde soltanto, quando sente che l’aristocratico è in casa striscia fuori dal nascondiglio verso la porta della stanza e viene subito afferrato dai soldati che ne stanno uscendo. Lo si porta davanti all’aristocratico, che prende lo scudiscio a due mani – è tanto debole, con una mano non farebbe niente – e picchia. E’ difficile che ciò provochi forti dolori, perché l’aristocratico fa calare lo scudiscio un po’ con stanchezza, un po’ con ripugnanza che l’atto deve sopprimere per raggiungere l’uomo. Dopodiché costui può unirsi alla fila dei restanti. Del resto è quasi sicuro che non verrà dichiarato idoneo. 
Succede tuttavia, ed è più frequente, che ci siano più persone di quante si trovano nell’elenco. Per esempio c’è una ragazza estranea che guarda l’aristocratico, viene da fuori, forse dalla provincia, attirata dalla coscrizione, molte donne non sanno resistere al fascino di una tale coscrizione estranea – che a casa ha un significato totalmente diverso. E’ curioso, non si vede niente di vergognoso nel fatto che una donna ceda a questa seduzione, anzi, è qualcosa che secondo l’opinione di qualcuno le donne devono provare, come un debito che pagano al loro sesso. E la cosa si svolge sempre nello stesso modo. La ragazza o la donna sente dire che da qualche parte, anche molto lontano, presso parenti o amici, c’è la coscrizione, chiede ai suoi che le permettano il viaggio, le si dà il consenso, non si può rifiutarglielo, lei si veste al meglio delle sue possibilità, è più felice del solito, e insieme calma e serena, indifferente come può essere di solito, e al di là di tutta la calma e la serenità lei è inaccessibile, quasi come una straniera che si reca in patria e non pensa più a nient’altro. Invece, nella famiglia presso cui deve aver luogo la coscrizione, lei viene ricevuta come un’ospite abituale, è adulante, deve passare per ogni stanza, sporgersi da ogni finestra, impone le mani sul capo a qualcuno, ciò supera le benedizioni dei padri. Quando la famiglia è pronta alla coscrizione, lei ottiene il posto migliore, quello vicino alla porta, dove meglio viene vista dall’aristocratico, e meglio lei vedrà lui. Tale onore tuttavia le dura solo fino all’entrata dell’aristocratico, dopo si spegne addirittura. Lui la guarda poco come guarda poco gli altri e, se rivolge lo sguardo su qualcuno, questi non si sente guardato lo stesso. Ciò lei non se lo è aspettato, o meglio, se lo è aspettato certamente, poiché non può essere che così, ma non era nemmeno l’aspettativa del contrario a spingerla, solo qualcosa che ora invece è finito. Si vergogna come forse si vergognano di solito le nostre donne, per prima cosa ora si rende conto che si è veramente intromessa in una coscrizione estranea, e, quando il soldato ha letto ad alta voce l’elenco, il suo nome non è venuto fuori e per un attimo c’è stato silenzio, lei tremando scappa ingobbita fuori dalla porta e si prende anche un pugno nella schiena dal soldato.
C’è un uomo in sovrannumero, nonostante che non faccia parte di questa casa, ora non vuole altro che trovarsi insieme ai coscritti. Anche questo è del tutto senza speranza, un sovrannumerario arruolato, mai sì è visto qualcosa del genere.
*Arruolamenti militari.


mercoledì 27 giugno 2012

F.Kafka:Di notte


Come in una riflessione, sono immerso nella notte. Nella notte. Intorno dormono. Che dormano a casa, distesi su solidi letti, sotto solidi tetti, rannicchiati su materassi tra lenzuola e coperte, è una messa in scena da quattro soldi, un’immensa auto illusione, in realtà si sono radunati in tempi successivi in un luogo deserto, in un campo aperto, innumerevoli, un esercito, un popolo, al di sopra di loro un cielo freddo, sotto di loro una terra fredda, buttati dove capita, la fronte appoggiata al braccio, la faccia al suolo, e respirano a stento. E tu sorvegli, sei un guardiano, agiti un pezzo di legno ardente al di sopra del tuo riparo di sterpi e così individui il guardiano che si trova più oltre. Perché sorvegli, tu? Si dice che qualcuno deve farlo. Uno deve esserci (...)*


*Non terminato.

lunedì 25 giugno 2012

F.Kafka: Ospite dei morti


Ero ospite dei morti. Si trattava di una grande cripta ben tenuta, già vi si trovavano diverse bare con dei posti ancora disponibili, due erano aperte, dentro sembravano letti sfatti appena lasciati. Un po’ di lato, tanto che non lo individuavo con chiarezza, uno scrittoio dietro cui stava un uomo dal fisico possente. Nella mano destra teneva una penna, era come se avesse scritto e terminato proprio ora, la sinistra giocava all’altezza del panciotto con la catenella luccicante d’un orologio, la testa profondamente abbassata su di essa. Una domestica spazzava, per quanto non vi fosse nulla da spazzare.
Con una certa curiosità tiravo via il fazzoletto che le copriva il capo mettendole in ombra il viso. Solo ora la vedevo. Era una ragazza ebrea che una volta avevo conosciuto. Piccoli occhi scuri e un viso bianco sensuale. Dato che mi sorrideva dal centro dei suoi stracci che la facevano sembrare una vecchia, dicevo: “State facendo la scena, non è vero?” “Sì”, “un po’. Come la sai lunga!” Poi però indicava l’uomo allo scrittoio e diceva: “Ora va’ e salutalo, qui lui è il padrone. Fino a quando non lo hai salutato, non posso davvero conversare con te”. “Chi è mai?”, domandavo piano. “Un aristocratico francese”, diceva lei, “si chiama de Poiton”. “Com’è che si trova qui?”, domandavo io. “Non lo so”, diceva lei, “qui c’è una gran confusione. Aspettiamo uno che faccia ordine. Sei tu?” “No no”, dicevo io. “Molto assennato”, diceva lei, “Ora però va’dal signore”.
Così ci andavo e m’inchinavo; tuttavia lui non alzava la testa – vedevo solo i suoi capelli bianchi spettinati -, dicevo buonasera, ma ancora non si muoveva, una gattina svoltava l’angolo dello scrittoio, ecco, era saltata dal grembo del signore e spariva di nuovo, forse lui non stava guardando la catenella dell’orologio, ma sotto lo scrittoio. Ora volevo dimostrare in qualche modo che mi ero avvicinato, ma la mia conoscente mi tirava per la giacca e bisbigliava: “E’ già sufficiente così”.
Molto contento di questo, mi voltavo verso di lei e ritornavamo abbracciati verso le bare. La scopa mi dava noia, “buttala via”, dicevo, “no, ti prego”, diceva lei, “lasciamela tenere, lo vedi bene, no, che spazzare qui non può dare alcun fastidio, e dunque; d’altra parte, però, è qualcosa che mi fa guadagnare e non voglio rinunciarci. Rimarrai qui?”, domandava, cambiando discorso. “Per te resto volentieri”, dicevo lentamente. Ora ci muovevamo avvinti come una coppia d’innamorati. “Rimani, oh, rimani”, diceva lei; “Come mi sento, dopo che ti ho visto. Qui non è tanto male come forse temi. E cosa c’importa di quel che c’è intorno”. Per un attimo procedevamo in silenzio, avevamo sciolto reciprocamente la stretta, ora ci tenevamo a braccetto. Percorrevamo il passaggio principale, a destra e a sinistra c’erano bare, la cripta era molto grande, o almeno molto lunga. Era scuro, sì, ma non completamente, una sorta di crepuscolo che però si rischiarava in un piccolo circolo intorno a noi. D’improvviso lei diceva: “Vieni, ti mostrerò la mia tomba”. La cosa mi stupiva. “Non sei mica morta”, dicevo. “No”, diceva, “ma per la verità qui io ci capisco poco, anche per questo sono così felice che tu sia venuto. Ci metterai meno a capire tutto quanto, già ora probabilmente vedi più chiaro di me. Comunque io ho una bara”. Svoltavamo in un passaggio laterale, ancora tra due file di bare. La disposizione mi ricordava una grande cantina che avevo visto una volta. Lungo questo passaggio attraversavamo un ruscelletto che scorreva rapido, largo appena un metro. Poi in breve arrivavamo alla bara della ragazza, aveva un bel cuscino guarnito di pizzo. La ragazza ci si metteva dentro e mi attirava giù, meno con il cenno dell’indice che non con lo sguardo. “Tu sei una cara ragazza”, dicevo, le tiravo via il fazzoletto dal capo e trattenevo la mano nella soffice pienezza dei suoi capelli. “Non posso restare ancora con te. C’è qualcuno nella cripta con cui devo parlare. Non vuoi aiutarmi a cercarlo?” “Devi parlare con lui? Qui non ci sono obblighi”, diceva. “Ma io non sono di qui”. “Credi ancora di metterti in salvo?” “Certamente”, dicevo. “Ragione di più per non sprecare il tuo tempo”, diceva. Poi cercava sotto il cuscino e tirava fuori una camicia. “E’ la mia veste funebre”, diceva, e me la porgeva, “ma io non la indosso”.




venerdì 22 giugno 2012

F.Kafka: Un'accolita di farabutti

C’era una volta un’accolita di farabutti, o meglio non erano affatto farabutti, piuttosto persone qualsiasi, nella media. Stavano sempre insieme. Se per esempio uno di loro aveva commesso qualcosa di leggermente canagliesco, o meglio, niente di leggermente canagliesco, piuttosto di normale, abituale, e lo confessava al cospetto dell’accolita, loro l’analizzavano, giudicavano e applicavano la pena: perdonato e simili. La cosa non era mal pensata, gl’interessi del singolo e dell’accolita erano scrupolosamente tutelati ed al reo confesso si offriva l’opportunità complementare di aver mostrato di che tinta fosse. Così stavano sempre insieme, neanche dopo la morte scioglievano la società, salivano al cielo uniti in un girotondo. Nell’insieme era una visione di pura innocenza infantile, il modo come prendevano il volo. Ma al cospetto del cielo il tutto veniva restituito alle sue parti componenti, ed essi ricadevano giù come veri e propri sassi.

giovedì 21 giugno 2012

F.Kafka:Lampade nuove

Era la prima volta che mi trovavo nella segreteria della direzione, ieri. Il nostro turno di notte mi ha delegato e, visto che non va bene come son fatte e come si riforniscono le nostre lampade*, io lì dovevo venire a capo di questo problema. Mi si indica l’ufficio competente, io busso ed entro. Un giovane esile, molto pallido, mi sorride dalla sua scivania. Annuisce molto, troppo. Non so se posso sedere, è vero che c’è una sedia a braccioli pronta, ma penso che alla mia prima visita forse non devo sedermi subito, ma fargli un rapporto sulla faccenda restando in piedi. E’ proprio a causa di tale riserbo, tuttavia, che provoco nel giovane dell’evidente imbarazzo, infatti è costretto ad alzare verso di me il viso, posto che non voglia, e non lo vuole, spostare la sua sedia. D’altra parte però, nonostante ogni premura, lui non arretra completamente la testa, perciò guarda in su sbilenco, durante il mio rapporto, a mezza strada tra me ed il soffitto; io anche, senza volere. Appena ho finito, si alza lentamente, mi batte sulle spalle, dice: bene, bene – bene bene, e mi spinge nella stanza accanto, dove un signore con una gran barba incolta evidentemente è rimasto in attesa, visto che sulla sua scrivania non c’è nessuna traccia visibile di qualche lavoro, in compenso una porta a vetri aperta dà in un giardinetto con fiori e siepi in abbondanza. Poche parole di chiarimento sussurrategli dal giovane bastano al signore ad afferrare i nostri molteplici problemi. Senza indugio si alza e dice: dunque, mio caro – esita, vuol sapere il mio nome, credo, e perciò io apro la bocca per presentarmi un’altra volta, ma lui m’interrompe: sì, sì, va bene, ti conosco benissimo – dunque la tua, o la vostra, richiesta è certamente accolta, io e i signori della direzione siamo gli ultimi ad essere riconosciuti nel nostro valore. Il bene delle persone, credimi, ci sta più a cuore del bene dell’azienda. Perché no? L’azienda si può rifare di nuovo, costa solo soldi, al diavolo i soldi, invece un essere umano va in malora, cioè, appunto, un uomo va in malora, resta la vedova, i figli. Ah, tu, amata generosità! Perciò è altamente benvenuta tra noi qualunque proposta d’introdurre nuova sicurezza, nuova illuminazione, nuova comodità e lusso. Chi viene con questo scopo è il nostro uomo. Tu lasciaci qui dunque le tue proposte, noi le valuteremo attentamente, si dovesse poter imbastire qualche piccola splendida novità, noi non mancheremo e andremo fino in fondo, ben vengano le vostre lampade. Però di’ ai tuoi laggiù**: finché non avremo realizzato nelle vostre gallerie un salotto noi qui non staremo con le mani in mano, e se alla fine voi non morirete in stivaletti di vernice non avremo pace. E con questo, i miei rispetti. *A petrolio. ** In miniera.

martedì 19 giugno 2012

F.Kafka:K era un gran prestigiatore

K era un gran prestigiatore. I suoi numeri erano un po’ monotoni, ma così ben eseguiti da restare attraenti. Dello spettacolo durante il quale lo vidi per la prima volta, nonostante che siano trascorsi vent’anni e io fossi giovanissimo, ricordo naturalmente tutto con precisione. Arrivò nella nostra cittadina senza avviso e allestì lo spettacolo la sera stessa. Nel salone del ristorante del nostro hotel attorno ai tavoli c’era dello spazio, tutta qui la preparazione dello spettacolo. Mi pare che la sala fosse piena, ora vedo una quantità di bambini, qualche lampada accesa, e sento il brusìo degli adulti, un cameriere correva di qua e di là, cose così, non so neanche perché fosse convenuto tanto pubblico per uno spettacolo evidentemente improvvisato, eppure resta nella mia memoria questo presunto affollamento del salone, stando all’impressione che ebbi dello spettacolo, certo decisiva.

lunedì 18 giugno 2012

F.Kafka:Il cruccio del capofamiglia

La parola Odradek deriverebbe dallo slavo, dicono gli uni, tentando di circostanziare l’origine della parola nell’ambito di tale lingua. Deriverebbe dal tedesco, pensano altri, dello slavo subirebbe soltanto l’influsso. L’incertezza di entrambe le spiegazioni fa tuttavia concludere ragionevolmente che nessuna ci abbia azzeccato, che tanto meno sia possibile, con l’una o l’altra, individuare un significato della parola. Naturalmente nessuno si prenderebbe la briga di uno studio del genere se non si desse un’entità reale di nome Odradek. Essa ha in primo luogo l’aspetto di un rocchetto da filo, piatto, a forma di stella, ed in realtà sembra avere a che fare con il filo; del resto anche semplici pezzi delle più varie specie e colori, consumati, vecchi, annodati l’un con l’altro, ma anche arruffati insieme, potrebbero far da filo. Non è tuttavia solo un rocchetto, invece dal centro della stella spunta un bastoncino che l’attraversa, e a questo bastoncino se ne adatta un altro ad angolo retto. Con l’aiuto di quest’ultimo da una parte, e di una delle punte della stella dall’altra, l’insieme può stare in piedi come su due gambe. Tale struttura avrebbe avuto nel passato qualche tipo di uso, ed oggi sarebbe soltanto rotta, si sarebbe tentati di pensare. Non sembra essere questo il caso, tuttavia; almeno, non se ne trova alcun indizio; da nessuna parte si notano rotture o pezzi aggiunti che richiamino qualcosa del genere; l’insieme pare certamente privo di senso, tuttavia di specie unica. Non si possono dare altri dettagli, del resto, perché Odradek è straordinariamente versatile e non si fa inquadrare. Lui resta o nel solaio, o per le scale, o nei corridoi, o nell’ingresso, talvolta non si vede per dei mesi, perché forse si è trasferito in altre case; poi, senza fallo, ritorna di nuovo in casa nostra. Talvolta, quando si va alla porta e lui si spenzola giù dalla ringhiera, viene la voglia di parlarci. Naturalmente non gli si fa nessuna domanda complicata, invece lo si tratta come un bambino – appunto a causa della sua piccolezza. “Allora, come ti chiami?” gli si domanda, “Odradek”, dice lui. “E dove abiti?”, “Domicilio incerto”, dice, e ride; si tratta tuttavia di una risata esprimibile come senza polmoni. Suona in qualche modo come il frusciare di foglie cadute. La conversazione per lo più finisce qui. Del resto tali risposte neanche si ottengono sempre; spesso lui tace lungamente, come il legno di cui sembra esser fatto. Mi domando a vuoto che cosa gli capiterà. Davvero può morire? Tutto quel che muore, prima ha uno scopo naturale, ha avuto una funzione naturale e poi è diventato polvere; nel caso di Odradek questo non è vero. Un giorno così potrebbe rotolare magari giù per le scale trascinandosi dietro fili di refe, incalzato dai piedi dei miei figli e nipoti? Non fa certo del male a nessuno; ma anche l’idea che mi debba sopravvivere, mi provoca una certa sofferenza.

domenica 17 giugno 2012

F.Kafka: Una visita in miniera

Oggi gli ingegneri di grado più elevato erano giù con noi. C’è stata qualche disposizione dirigenziale di attrezzare nuove gallerie, per cui gli ingegneri sono venuti dabbasso per dare inizio alle primissime misurazioni. Come sono giovani, costoro, e nello stesso tempo già tanto reciprocamente diversi! Tutti sono cresciuti senza coercizioni, ed i loro caratteri, chiaramente stabiliti già nei primi anni, appaiono indipendenti. Uno, dai capelli scuri, vivace, guarda da ogni parte. Un secondo, dotato di un blocco per appunti, mentre cammina scrive, si guarda intorno, annota. Un terzo, le mani nelle tasche della giacca che per questo gli si tende tutta addosso, procede eretto; mantiene la dignità; solo nel suo continuo mordersi le labbra traspare, non troppo marcatamente, la giovanile impazienza. Un quarto fornisce al terzo chiarimenti non richiesti; più basso, come un tentatore che lo insegue, sembra che reciti soprattutto una litania: che cosa c’è da vedere qui. Un quinto, forse quello di grado più elevato, non tollera alcuna compagnia; alla svelta si trova in testa, o in coda; gli altri regolano i loro passi sui suoi; è pallido e fragile; la responsabilità gli ha scavato gli occhi; si preme spesso, nel riflettere, la mano sulla fronte. Il sesto e il settimo camminano un po’ curvi, le teste vicine, a braccetto, conversando confidenzialmente; se non fossero evidenti, qui, la nostra miniera di carbone e il lavoro che facciamo, si potrebbe pensare che questi signori ossuti, imberbi, con il naso a patata, siano dei giovani ecclesiastici. Uno continua a farsi delle risatine che sembrano le fusa di un gatto; anche l’altro ride, guida la conversazione e a questo scopo con la mano libera dà come il tempo. Come devono essere sicuri del loro impiego questi due signori, e quale stipendio, a dispetto della loro giovane età, devono essersi già conquistati nella nostra miniera, per potere qui, durante una visita così importante, sotto gli occhi dei loro superiori, permettersi di trattare, imperturbabilmente, solo di questioni particolari o comunque estranee all’immediata incombenza! O invece loro, nonostante tutto il ridere e la sbadataggine, rilevano benissimo quel che serve: possibile? Su tali signori si osa a mala pena dare un giudizio ponderato. D’altra parte è certo, tuttavia, che l’ottavo, per esempio, sta più attento, senza confronto, di questi e anche più di tutti gli altri signori. Deve toccare tutto e picchiettare con un martelletto che seguita a tirar fuori ed a rimettere in tasca. A tratti s’inginocchia nello sporco, nonostante il suo elegante abito, e colpisce il suolo, successivamente, mentre riprende il cammino, le pareti o il soffitto al di sopra della sua testa.In un caso si è messo lungo disteso ed è rimasto lì fermo, noi già a pensare che fosse capitato un guaio; ma poi è saltato su con solo uno scatto del suo fisico slanciato. Aveva fatto, dunque, una verifica, nient’altro. Noi credevamo di conoscere la nostra miniera e le sue pietre, ma non riusciamo a capire su che cosa indaga così senza sosta questo ingegnere. Un nono spinge davanti a sé una specie di carrozzina per bambini dove si trovano gli apparecchi di misurazione. Costosissimi strumenti affondati negl’intarsi di un contenitore ovattato. Veramente a spingere il carretto dovrebbe essere un sottoposto, ma non glielo si affida; deve stargli accanto un ingegnere, e, come si nota, lo fa volentieri. E’ davvero il più giovane, forse ancora non conosce tutti gli strumenti, comunque il suo sguardo ci ritorna di continuo, perciò corre quasi il rischio, a volte, di sbattere il carretto contro una delle pareti. Ma ad evitar ciò un altro ingegnere cammina accanto al carretto. Costui evidentemente conosce gli strumenti in modo completo e sembra esserne il più autentico custode. Di tanto in tanto ne prende uno senza fermare il carretto, ci guarda attraverso, avvita, svita, scuote e dà colpetti, lo porta all’orecchio e ascolta; infine lo rimette nel carretto, si tratta di un oggettino appena visibile da lontano, mentre il conduttore durante la maggior parte dell’operazione resta fermo. Quest’ingegnere è un po’ prepotente, ma soltanto in nome degli strumenti. A distanza di dieci passi davanti al carretto noi dobbiamo, basta un segno delle dita senza parole, farci da parte, anche lì dove non c’è nessuno spazio disponibile. Dietro questi due signori cammina il sottoposto, sfaccendato. Ciascuno dei signori ha da tempo naturalmente maturato una certa fierezza dal suo sapere, il sottoposto invece l’ha racimolata dentro di sé. Una mano dietro la schiena, l’altra davanti, sui bottoni dorati, oppure a toccare la fine stoffa della sua livrea, il sottoposto annuisce ripetutamente a destra e a sinistra come se noi ci fossimo inchinati e lui rispondesse, o come se supponesse che noi ci fossimo inchinati senza poterlo, dal suo alto livello, verificare. Naturalmente non c’inchiniamo, tuttavia si avrebbe voglia quasi di prenderlo, se non fosse incredibile, per un usciere di segreteria presso la direzione della miniera. Del resto gli ridiamo dietro, ma nemmeno un colpo di tuono potrebbe farlo voltare, lui resta incomprensibile, nonostante la nostra attenzione. Oggi si è lavorato poco, dopo la visita; l’interruzione era ingombrante; via tutti i pensieri di lavoro, troppo allettante osservare i signori nel buio della galleria sperimentale, dentro cui sono tutti spariti. Anche il nostro turno è finito presto; non potremo più vedere il loro ritorno.

venerdì 15 giugno 2012

F.Kafka: L'incrocio

Ho uno strano animale, mezzo gatto, mezzo agnello. Si tratta di un’eredità della mia famiglia, proprietà di mio padre, ma si è conformato quando io ero piccolo, prima era molto più agnello che gatto, ora invece ha senza dubbio lo stesso di entrambi. Del gatto ha testa e unghie, dell’agnello la mole e le forme, di entrambi gli occhi dolcemente lampeggianti, il pelame, aderente, soffice e corto, e le movenze, tanto saltellanti quanto guardinghe; si acciambella sul davanzale alla luce splendente del sole e fa le fusa, corre come un matto per i prati, imprendibile, scappa davanti ai gatti, vuole assalire gli agnelli, durante le notti di luna è la grondaia il suo percorso più amato, non sa miagolare e al cospetto dei topi si disgusta, può stare per ore in agguato accanto al pollaio, però ancora non ha mai colto l’occasione per compiere un assassinio, io lo nutro di latte, la più dolce, la migliore cosa per lui, lo inghiotte a grandi sorsate stando sulle sue zampe ferine. Naturalmente per i bambini è un grande spettacolo. La domenica a mezzodì è ora di visita, io lo tengo in grembo e i bambini di tutto il vicinato mi attorniano. Vengono fatte le domande più curiose, allora, cui nessun essere umano può rispondere. Io non mi sforzo per nulla, invece mi accontento, senza ulteriori spiegazioni, di farlo vedere com’è. Qualche volta i bambini portano con sé dei gatti, in un caso hanno portato perfino due agnelli, tuttavia, contrariamente a quanto si aspettavano, non ci fu nessuna scena di riconoscimento, gli animali si guardarono a vicenda negli occhi di bestia ed apparentemente accolsero il loro essere come realtà di natura reciprocamente divina. Nel mio grembo l’animale non conosce né timore né fregola della caccia. Stretto a me sta benissimo. E’ legato alla famiglia che lo ha tirato su. Non che sia una straordinaria fedeltà, piuttosto si tratta dell’appropriato istinto di un animale che di certo innumerevoli volte imparentato sulla terra non ha tuttavia alcun consanguineo disponibile e sente sacra la protezione che senza dubbio ha trovato presso di noi. Qualche volta mi viene da sorridere, quando si mette ad annusarmi, mi cammina tra le gambe attorcigliandosi e quasi non riesco a svincolarmi. Non basta che sia agnello e gatto, vuol essere anche una specie di cane. Cioè, io credo, assomigliante quanto alla dignità. Di entrambi ha l’irrequietezza, quella del gatto e quella dell’agnello, per quanto siano eterogenei. La sua pelle perciò gli sta stretta. Per lui forse il coltello del macellaio sarebbe una liberazione, che io però devo rifiutare, perché si tratta di un’eredità della mia famiglia.

giovedì 14 giugno 2012

F.Kafka:La mia ditta

La mia ditta pesa interamente sulle mie spalle. Due dattilografe e i registri dei conti nell’anticamera, e la mia stanza, dov’è una scrivania, la cassa, un tavolo per le riunioni, una poltrona di pelle e il telefono, ecco tutta la mia attrezzatura professionale. Tanto semplice da tenere sott’occhio quanto facile da gestire. Sono giovane, e gli affari mi vanno bene, non mi lamento. Non mi lamento. Dall’inizio di quest’anno uno più giovane, di colpo, ha preso in affitto l’appartamentino vuoto accanto al mio, dopo che goffamente avevo esitato tanto ad affittarlo io. Appunto una stanza e un’anticamera, ma anche una cucina. La stanza e l’anticamera avrei potuto usarle, le mie due dattilografe già stanno pigiate, ma a che cosa mi sarebbe servita la cucina? A causa di questa domanda gretta mi sono fatto soffiare l’appartamento. Ora questo giovanotto sta qui accanto. Si chiama Harras. Che cosa faccia di preciso non lo so. Sulla porta c’è soltanto “Harras, Ufficio”. Ho raccolto informazioni: mi si è fatto sapere che si tratta di un’attività simile alla mia, che con la concessione di credito non si è mai abbastanza guardinghi, che simili faccende forse hanno sì un avvenire se le tratta un giovane in ascesa, che d’altra parte i consigli in fatto di credito non sono mai troppi, dato che oggi come oggi con ogni probabilità il giovanotto non dispone di alcun capitale: le solite informazioni che si danno quando non si sa nulla. Talvolta incontro Harras per le scale, deve avere una fretta straordinaria, letteralmene mi guizza davanti, quasi non l’ho visto bene, ancora, ha la chiave del suo ufficio pronta in mano, in un attimo ha aperto la porta, scivola dentro come la coda d’un topo e io mi ritrovo davanti alla targa “Harras, Ufficio”, che ho già letto molto più spesso di quel che meriti. Le pareti miseramente sottili tradiscono l’uomo onesto e infaticabile mentre proteggono il disonesto. Il mio telefono è installato alla parete che mi separa dal mio vicino, lo evidenzio solo perché è un fatto veramente ironico, infatti, anche se il mio telefono stesse sulla parete opposta, dall’appartamento vicino si sentirebbe tutto. Ho smesso di fare il nome del cliente a cui telefono, tuttavia non c’è bisogno di molta scaltrezza per indovinare i nomi, dalle particolari inevitabili frasi dei discorsi. Capita che io, tormentato dall’irrequietezza, ballonzoli in punta di piedi accanto al telefono con il ricevitore all’orecchio, ma ciò non può impedire che i segreti si propaghino. Com’è naturale anche le mie scelte professionali, al telefono, si fanno più incerte, la voce mi trema. Cosa fa Harras, mentre telefono? Volendo esagerare molto, ma spesso ciò serve per essere chiari, potrei dire che Harras non ha alcun bisogno del telefono: adopera il mio, ha il divano accostato alla parete e ascolta. Invece io, se suona, devo correre, soddisfare i clienti, prendere decisioni importanti, persuaderli, ma, innanzitutto, fare involontariamente rapporto ad Harras attraverso la parete. Forse non aspetta quasi neanche la fine dei discorsi, dopo aver capito i punti a lui utili invece si alza, com’è sua abitudine guizza per la città e, prima che io abbia riattaccato, forse è già all’opera contro di me.

mercoledì 13 giugno 2012

F.Kafka:D'estate

Durante una giornata d’estate molto calda, tornando verso casa, giunsi insieme a mia sorella davanti al portone di una fattoria. Lei colpì improvvisamente il portone con un pugno, non saprei se per distrazione o solo mimando, senza bussare davvero. Cento passi più avanti, sulla strada di campagna che voltava a sinistra, iniziava un villaggio che noi non conoscevamo. Subito uscì gente dalla casa più vicina e amichevolmente ci accennò di stare in guardia; erano spaventati, ingobbiti dalla paura. Indicarono la fattoria cui noi eravamo davanti e a gesti il colpo sul portone. I padroni della fattoria ci avrebbero rimproverato, e si sarebbe dato inizio all’indagine. Io calmissimo tranquillizzai mia sorella, probabilmente non aveva quasi dato il colpo, e anche se lo avesse dato per questo mai al mondo s’intenta un processo. Provai a far capire loro questa cosa, mi ascoltarono, ma non espressero un parere. Successivamente dissero che non solo mia sorella, ma anch’io come fratello sarei stato accusato. Ridendo dissi di sì, mentre tutti guardavamo in direzione della fattoria come si tiene d’occhio una nuvola di fumo lontana e si sta attenti alla fiamma. Di fatto ben presto si videro uomini a cavallo entrare nel grande portone aperto della fattoria alzando un polverone che coprì tutto e sopra cui lampeggiava solo la punta delle lance. Appena sparita quella truppa nella fattoria, subito la si vide girare i cavalli e venire verso di noi. Spinsi da parte mia sorella, avrei chiarito tutto da solo, lei si rifiutò di lasciarmi e allora le dissi che avrebbe dovuto indossare magari un abito migliore per presentarsi davanti a quei signori. Infine obbedì e si accinse a fare la lunga strada per tornare a casa. Gli uomini a cavallo già erano su di noi, dall’alto chiesero a mia sorella di non restare per ora sul posto, avrebbe sì risposto dettagliatamente, ma di presentarsi più tardi. La risposta di lei fu accolta quasi con indifferenza, soprattutto sembrava importante che fossi stato individuato io. Si trattava di due signori, un giovane ufficiale dall’aria sveglia e uno più tranquillo, il suo aiutante, il vice. Venni invitato nella stanza di soggiorno della fattoria: lentamente, scotendo la testa, stirando le mie bretelle, passai sotto gli sguardi intenti di quei signori. Pensavo ancora che bastasse una parola per essere lasciato libero, io, il cittadino, perfino con onore davanti a questi campagnoli. Invece, quando ebbi varcato la soglia di quella stanza, l’ufficiale, che mi aveva preceduto dentro e stava aspettandomi, disse: “Quest’uomo mi fa compassione”, ma era fuor di dubbio che non si riferiva tanto alla mia condizione presente, quanto a quel che mi sarebbe successo. La stanza, più che un soggiorno rustico, pareva una cella. Lastroni di pietra, fredde pareti grigio scure, qua e là certi anelli di ferro, e nel mezzo qualcosa tra la panca e il tavolo operatorio.

F.Kafka:Una vecchia pagina

Sembra che molto sia stato trascurato nella difesa della nostra patria. Finora non ci abbiamo fatto caso, badando agli affari nostri, tuttavia gli ultimi avvenimenti ci danno da pensare. Io ho una bottega di calzolaio nella piazza antistante il palazzo imperiale. Appena apro, alle prime luci dell’alba, vedo già le strade che sbucano nella piazza occupate da uomini armati. Ma non sono soldati nostri, sembra che siano nomadi provenienti dal nord. Senza che io capisca come, sono penetrati fino nella capitale, che per altro si trova molto lontana dal confine. Eppure eccoli lì, e sembra che aumentino ogni giorno. Secondo la loro natura stanno accampati sotto il cielo, dato che detestano abitare nelle case. Si danno da fare affilando le loro spade, mantenendo appuntite le lance, e si esercitano a cavallo. Di questo luogo, tenuto sempre scrupolosamente pulito, hanno fatto una stalla. Noi talvolta cerchiamo, è vero, di schiodarci dai nostri affari e di eliminare la sporcizia peggiore, ma ciò succede sempre più raramente, perché la fatica è inutile, e per giunta ci espone al pericolo di finire sotto i cavalli selvaggi o di esser feriti dalle fruste. Con i nomadi non si può parlare. Non conoscono la nostra lingua, ammesso che ne abbiano una loro. S’intendono reciprocamente a mo’ di cornacchie. Si continua a sentire questo gracchiare di cornacchie. Il nostro modo di vivere e i nostri costumi a loro sono tanto incomprensibili quanto indifferenti. Perciò sembrano alieni anche davanti al linguaggio mimico. Hai voglia di serrare le mascelle e di stringerti con le mani le giunture, loro non ti capiscono né ti capiranno. Spesso fanno smorfie, ruotano le pupille in alto mostrando il bianco degli occhi, ma non è che vogliano dirti qualcosa o spaventarti, lo fanno e basta, è la loro razza. Quel che gli serve se lo prendono, non si può dire che usino la forza. Se pigliano, ci si fa da parte e gli si lascia tutto. Hanno prelevato anche dalla mia bottega parecchi buoni pezzi, non posso rammaricarmene, però, se guardo a come vanno le cose al macellaio di fronte. Appena porta dentro la sua merce, tutto gli vien portato via dai nomadi, e divorato. Anche i loro cavalli si nutrono di carne, spesso un cavaliere e il suo cavallo stanno lì e si sfamano allo stesso pezzo di carne, ognuno dalla sua parte. Quest’azzannare è spaventoso e ci vuole coraggio per portare a termine la consegna della carne, tuttavia ce ne rendiamo conto, facciamo la colletta e aiutiamo il macellaio. Se non avessero la carne, i nomadi, chissà che cosa verrebbe loro in mente di fare, del resto chissà che cosa hanno in mente anche quando ne ricevono tutti i giorni. Tempo fa il macellaio pensò di risparmiarsi la fatica della macellazione, e una mattina portò un bue vivo. Non poté più rifarlo. Io per un’ora mi ritrovai schiacciato sul pavimento, dentro la mia bottega, addosso un mucchio di vestiti, coperte, cuscino, tutto per non sentire i muggiti del bue, assalito da ogni parte dai nomadi che gli azzannavano pezzi di carne viva. S’era fatto silenzio da un bel po’, prima che mi azzardassi a venir fuori; e quelli si sbracavano attorno ai resti del bue, parevano ubriachi attorno a una botte di vino. Fu proprio quella volta che ebbi il pensiero che l’imperatore stesso, stando a una finestra del palazzo, avesse visto; altrimenti mai che lui venisse in questo suo appartamento esterno, viveva sempre unicamente nel giardino più interno, ma stavolta si trovava, così almeno mi sembrò, ad una delle finestre, e guardava a testa bassa quel che succedeva davanti alla sua residenza. “Com’è avvenuto ciò?”, ci domandiamo noi tutti. “Per quanto tempo sopporteremo questa pena, questo supplizio? Il palazzo imperiale ha attirato i nomadi, ma non sa scacciarli. La porta rimane chiusa, la guardia, che prima sempre marciava solennemente dentro e fuori, ora sorveglia da dietro le inferriate. La salvezza della patria è affidata a noi artigiani e commercianti, ma non siamo all’altezza di tale compito e non abbiamo mai preteso di esserlo. Si tratta di un equivoco che ci manda in rovina.”

domenica 10 giugno 2012

F.Kafka: Ieri ho avuto un mancamento

Ieri ho avuto un mancamento. Abita nella casa accanto, spesso le ho fatto un inchino vedendola entrare dentro un basso uscio. Una gran dama, abito lungo, largo e spiovente, cappello con piume. Ieri entrò di fretta in casa mia come un medico timoroso di essere arrivato tardi da un malato terminale. “Anton”, disse a bassa voce, fiera però, “eccomi”. Si lasciò cadere sulla sedia che le avevo indicato. “Stai di casa in alto, te”, disse sospirando. Sprofondato in poltrona feci un segno affermativo. Danzavano innumerevolmente gli scalini che portano fino alla mia stanza, uno dietro l’altro, instancabili ondine. “Perché fa così freddo?”, domandò lei, ma si tolse i guanti, vecchi e lunghi, e li buttò sul tavolo. Vide che tenevo la testa bassa e gli occhi serrati. Mi sentivo come un passerotto, saltellavo per le scale e lei mi scompigliava le piume morbide. “Mi duole davvero che tu ti consumi dietro a me”, disse. “Ho visto il tuo viso sciupato, quando stai in cortile e guardi verso la mia finestra, non sono mal disposta verso di te; tu non possiedi ancora il mio cuore, ma forse hai la possibilità di conquistarlo”.

venerdì 8 giugno 2012

F.Kafka: Sciacalli e arabi.

Ci eravamo accampati nell’oasi. I compagni dormivano. Un arabo alto e bianco mi passò davanti; aveva provveduto al cammello ed era diretto al posto dove avrebbe dormito. Mi girai nell’erba; volevo dormire; non ci riuscivo; l’ululato lamentoso di uno sciacallo a distanza; mi rimisi seduto. E quel che era stato tanto lontano, d’improvviso era vicino. Intorno a me un brulicare di sciacalli; occhi d’oro opaco, la cui brillantezza era sul punto di spegnersi; corpi snelli, eccitati all’agilità ed all’obbedienza come da una frusta. Da dietro ne venne uno, mi s’infilò sotto il braccio, stretto a me come se richiedesse il mio calore, poi mi si mise davanti e parlò, i suoi occhi fissi nei miei: “Sono lo sciacallo più vecchio in assoluto. Sono felice di poterti accogliere proprio qui. Avevo quasi già perso la speranza, infatti noi ti aspettiamo da un’infinità di tempo; mia madre e la madre di lei hanno aspettato e a ritroso tutte le madri, fino alla madre di tutti gli sciacalli. Devi crederci!” “ La cosa mi stupisce”, dissi, e dimenticai di accendere la legna accatastata, pronta per tener lontani gli sciacalli con il fumo, “sentirla mi stupisce molto. E’ solo per caso che vengo qui dall’estremo nord e sto facendo un breve viaggio. Che cosa volete dunque, voi sciacalli?” E loro, come incoraggiati da queste frasi forse troppo amichevoli, strinsero di più il loro cerchio intorno a me; tutti avevano il respiro corto e ansimante. “Sappiamo”, disse l’anziano, “che vieni dal nord, proprio su questo si fonda la nostra speranza. Lì c’è il giudizio che qui tra gli arabi non si trova. Sai, da questa fredda superbia non nasce alcuna scintilla di giudizio. Uccidono gli animali per mangiarli e disdegnano le carogne.” “Non parlare a voce così alta”, dissi, “qui vicino dormono degli arabi.” “Sei veramente uno straniero”, disse lo sciacallo, “altrimenti sapresti che fin qui mai nella storia universale uno sciacallo ha avuto paura di un arabo. Dovremmo averne paura? Non basta, quanto alla sfortuna, che noi siamo finiti tra gente simile?” “Può essere, può essere”, dissi, “non mi sono fatto un’opinione su cose che mi sono tanto lontane; sembra una contesa assai vecchia; dunque risiede tutta nel sangue; così forse avrà termine innanzitutto con il sangue.” “Sei molto acuto”, disse il vecchio sciacallo; e tutti ansimarono ancora più svelti; con affanno, per quanto se ne stessero ancora tranquilli; dalle fauci aperte fuoriuscì un odore più cattivo, solo appena sopportabile serrando i denti, “sei molto acuto, quel che dici è conforme alle nostre antiche dottrine. Noi dunque gli leviamo il sangue e la contesa è finita.” “Oh!” dissi con più violenza di quanto volessi, “loro si difenderanno, a frotte vi uccideranno con i loro schioppi.” “Ci fraintendi”, disse lui, “dipende dalla natura umana, che non viene meno neppure nel lontano nord. Noi mica li uccideremo. Il Nilo non avrebbe abbastanza acqua per mondarcene. Alla sola vista del loro corpo vivo ce ne scappiamo via nell’aria più pura, nel deserto, che per questo è la nostra patria.” E tutti gli sciacalli intorno, ai quali nel frattempo se n’erano aggiunti molti altri da lontano, abbassarono il muso tra le zampe anteriori e se lo pulirono; era come se volessero nascondere una ripugnanza, ma così spaventosa che io sarei balzato via volentieri dal loro cerchio. “Che cosa avete intenzione di fare”, domandai, e volevo alzarmi; ma non potevo; due giovani animali mi avevano saldamente piantato i denti nella giacca e nella camicia; dovevo restare seduto. “Ti tengono lo strascico”, disse con serietà il vecchio sciacallo a mo’ di spiegazione, “un atto di omaggio”. “Devono lasciarmi andare!”, urlai, un po’ rivolto all’anziano, un po’ ai giovani. “Certo che lo faranno”, disse l’anziano, “se tu lo chiedi. Ma ci vuole un po’, perché, come sono abituati a fare, hanno addentato in profondità, e prima devono staccare piano il morso un poco per volta. Nel frattempo, ascolta la nostra preghiera.” “La vostra condotta non mi ha reso molto sensibile all'ascolto”, dissi io. “Non farci scontare la nostra inettitudine”, disse, ed ora per la prima volta adoperò il tono lamentoso naturale della sua voce, per chiedere aiuto, “siamo poveri animali, questa è la nostra sola certezza; per tutto quello che abbiamo intenzione di fare, il bene e il male, ci resta quest’unica certezza.” “Che cosa vuoi, dunque?”, domandai, appena un po' più calmo. “Signore”, gridò lui, e tutti gli sciacalli ulularono; nella lontananza buia mi sembrò che fosse una melodia. “Signore, tu sei destinato a por fine alla contesa che divide il mondo. I nostri anziani ti hanno descritto così come sei, quello che lo farà. Noi dobbiamo ottenere la pace dagli arabi; aria respirabile; liberata della loro presenza la vista tutt’intorno, fino all’orizzonte; nessun montone macellato dagli arabi che si lamenti urlando; ogni animale è destinato a morire quietamente; dev’essere prosciugato da noi senza che veniamo disturbati, e ripulito fino alle ossa. Pulizia, non desideriamo altro che pulizia,” – ora tutti piangevano, singhiozzavano – “come fai tu, cuore nobile, sensibili viscere, anche soltanto a sopportarlo? Nell’umano i bianchi sono sozzura, sozzura i neri, orribili le loro barbe; vederne la coda dell’occhio dà il vomito; ed esce l’inferno dalle loro ascelle, quando sollevano il braccio. Perciò, o signore, o signore prezioso, con le tue mani che possono tutto, per mezzo delle tue mani che possono tutto, taglia loro la gola con queste forbici!” E, obbedendo ad uno scatto della sua testa, si avvicinò uno sciacallo che portava, su un dente canino, un paio di piccole forbici da cucito ricoperte di vecchia ruggine. “E dunque eccoci finalmente alle forbici, e con questo alla conclusione!” gridò il capocarovana arabo, che si era avvicinato strisciando contro vento ed ora agitava il suo enorme scudiscio. Tutto terminò di colpo, ma parecchi animali rimasero a poca distanza rannicchiati insieme, così stretti e immobili da sembrare una compatta barriera intorno a cui volteggiassero fuochi fatui. “Dunque, signore, anche tu hai visto e udito questa messa in scena”, disse l’arabo e rise tanto allegramente quanto il riserbo della sua stirpe gli permetteva. “Quindi tu sai quel che vogliono gli animali?” domandai. “Certo, signore”, disse lui, “è universalmente noto; finché ci sono arabi, queste forbici vagano per il deserto e vagheranno con noi fino alla fine dei giorni. Vengono proposte per il capolavoro a tutti gli europei; ogni europeo è proprio quello che a loro sembra adatto. Questi animali hanno una speranza insensata; folli, sono veramente folli. Noi li amiamo per questo; si tratta dei nostri cani; meglio dei vostri. Guarda, ora, un cammello è morto durante la notte, l’ho fatto trasportare qui.” Vennero numerosi portatori e gettarono il pesante cadavere davanti a noi. Non appena giacque lì, gli sciacalli fecero sentire la loro voce. Ognuno tirato come da funi irresistibili, si avvicinarono non senza soste, sfiorando il suolo con la pancia. Avevano dimenticato gli arabi, dimenticato l’odio, li affascinava la presenza della salma che, con il suo forte olezzo, cancellava tutto il resto. Già uno si attaccava alla gola e trovava, al primo morso, la giugulare. Come una misera pompa frenetica che, tanto perentoria quanto inutile, intenda spegnere un fuoco troppo poderoso, ogni muscolo del suo corpo ora tirava, ora sussultava. E già tutti erano all’ opera sulla salma, ammonticchiati. Allora il capo li colpì forte da ogni parte con il tagliente scudiscio. Sollevarono la testa; mezzo ebbri e inermi; videro l’arabo star loro davanti; ebbero da sentire sui musi lo scudiscio; si tirarono indietro con un salto e corsero un poco a ritroso. Tuttavia il sangue del cammello già formava una pozza, fumava, il corpo era squarciato in molti punti. Non potevano resistere; erano di nuovo lì; il capo sollevò ancora lo scudiscio; gli afferrai il braccio. “Hai ragione, signore”, disse, “lasciamoli al loro mestiere; del resto è tempo di partire. Hai visto. Prodigiosi animali, non è vero? E come ci odiano!”

martedì 5 giugno 2012

F.Kafka: A cavallo di un secchio.

Consumato tutto il carbone, vuoto il secchio, la paletta inutile, la stufa diffonde freddo, il gelo divora la stanza, fuori della finestra alberi irrigiditi nella brina, il cielo è uno scudo argenteo ostile a chi vorrebbe il suo aiuto. Devo procurarmi del carbone, non posso mica morire assiderato; dietro di me ho la spietatezza della stufa, davanti il cielo, anche lui spietato; ecco perché devo decidermi a cavalcare alla svelta per cercare aiuto dal carbonaio. Dato che lui è di solito insensibile alle mie preghiere, devo dimostrargli con la massima precisione che non ho più neanche un pezzetto di carbone e che lui perciò rappresenta addirittura il sole nel firmamento. Devo arrivare da lui come un mendicante moribondo che rantola per la fame sulla soglia dell’ingresso, cui la cuoca dei padroni decide di conseguenza di far versare in gola il fondo di caffè avanzato: proprio nello stesso modo il carbonaio deve buttare una paletta piena di carbone nel mio secchio, contrariato ma obbediente al comandamento “Non uccidere”. La mia uscita di casa dev’essere decisiva, perciò cavalco il secchio. Come cavaliere del secchio, una mano stretta al manico, la semplicissima briglia, faccio le scale con difficoltà, tuttavia il secchio mi si solleva sotto magnifico; i cammelli, umilmente accovacciati al suolo, non si levano, colpiti dal bastone del padrone, in modo più bello. Per la via, che è assai ghiacciata, procediamo al trotto regolare, non poche volte vengo sollevato all’altezza dei primi piani, mai ai portoni delle case. Incredibilmente alto mi libro di fronte al soffitto della cantina del carbonaio, dove lui, in basso, ripiegato sul suo tavolo, scrive: per smaltire il calore esagerato ha aperto la porta. “Carbonaio!” grido con la voce rauca per il freddo, avvolto in una nube di fumo, “ti prego, carbonaio, dammi un po’ di carbone. Ho il secchio così vuoto che riesco ad andarci a cavallo. Sii così buono. Quando posso ti pago.” Il carbonaio porta la mano all’orecchio. “Ci sento bene?”, chiede al di sopra della spalla di sua moglie, che lavora a maglia sulla panca della stufa, “ci sento bene? Un cliente.” “Io non ho sentito proprio nulla” dice la moglie, respirando impassibile sui ferri del lavoro a maglia, la schiena piacevolmente scaldata. “Sì” grido, “sono un vecchio cliente fedele, affezionato, solo per il momento sprovvisto di mezzi”. “Moglie”, dice il carbonaio, “è qualcuno, non posso certo sbagliarmi, dev’essere un cliente, un vecchio cliente, a parlar così al mio cuore.” “Cos’hai, marito?”, dice la moglie appoggiandosi il lavoro al petto per riposarsi un momento. “Non è nessuno, la strada è vuota, tutti i nostri clienti sono a posto, possiamo interrompere i nostri affari per giorni e riposarci.” “Ma io sono qui sul secchio”, grido, e senza che me ne accorga lacrime di freddo mi velano gli occhi, “per favore, guarda fuori, mi vedrai facilmente, per favore, una paletta piena di carbone, e sarei felicissimo se me ne voleste dare due. Gli altri clienti sono già riforniti. Ah! Già lo sento scricchiolare nel secchio!” “Arrivo”, dice il carbonaio, e vorrebbe salire la scale della cantina con quelle sue gambe corte, ma la moglie è già su di lui, lo blocca per un braccio e dice: “Tu non ti muovi, tu desisti dalla tua testardaggine, ci vado io. Pensa a quella brutta tosse di stanotte. Per un affare solo ipotetico trascuri moglie e figlio e sacrifichi i polmoni? Vado io.” “Allora però fagli l’elenco di tutte le qualità di carbone che abbiamo in magazzino, che io ti grido i prezzi.” “Bene”, dice la moglie e sale in strada. Naturalmente mi vede subito. “Signora carbonaia”, grido, “le porgo i miei rispettosi saluti, soltanto una paletta piena di carbone, qui, nel secchio, che la porto a casa, una paletta piena del più scadente. Naturalmente lo pago tutto, ma non subito, non subito.” Come scampanano le due parole “non subito”, e come si confondono con l’Avemaria che per l’appunto si sente dal campanile della chiesa vicina. “Cosa vuole, allora?”, grida il carbonaio. “Niente”, risponde gridando la moglie, “non è niente, non vedo niente, non sento niente, soltanto che suonano le sei e noi ora si chiude. Il freddo è spaventevole, domani di sicuro avremo molto lavoro.” Non vede e non sente nulla, lei, eppure si slaccia il grembiule e tenta di sventagliarmelo addosso. Purtroppo le riesce. Il mio secchio ha tutte le qualità di un animale da sella, ma non quella di resistere, troppo leggero, basta un grembiule da donna a farlo volar via. “Cattiva!”, le grido di rimando, mentre girandosi verso il negozio, metà soddisfatta metà sprezzante, lei, armata di grembiule, colpisce l’aria. “Cattiva! Ho implorato una paletta piena di carbone, del più scadente, e tu non me l’hai data”. E mai più a rivederci, io salgo dove le montagne sono di ghiaccio, dove mi perdo.

lunedì 4 giugno 2012

F.Kafka: Il ponte.

Ero rigido e freddo, ero un ponte bloccato su uno sprofondo, le punte dei piedi affondate da una parte, dall’altra le mani, pezzi d’argilla tra i miei denti. Le falde della giacca sventolavano di qua e di là. Sotto, il frastuono del gelido torrente. Nessun gitante si arrischiava fino a quest’altezza impraticabile, il ponte non era ancora segnato sulla carta. Insomma, ero immobilizzato ed aspettavo; dovevo aspettare; un ponte, una volta costruito, non poteva certo smettere di essere ponte, se non venendo giù. Una volta, verso sera, la prima o la millesima non lo so, perché i pensieri mi si confondevano sempre e giravano a vuoto, verso sera, in estate, il torrente mormorava più scuro - sentii passi umani. Da questa parte, da questa parte! Ponte, distenditi, assestati, deboli travi del parapetto, rimanete sicure, compensate impercettibili l’incertezza dei suoi passi; ma, se lui incespica, allora, ponte, fatti riconoscere, e, come una divinità della montagna, scaglialo giù. Arrivò, mi colpì con la punta ferrata del bastone, poi mi sollevò le falde della giacca e le mise a posto sopra di me, spinse quindi la punta nei miei capelli cespugliosi e v’indugiò a lungo, mentre forse ci guardava dentro. Poi, mentre sognavo che si trovasse lontano, oltre la montagna e la valle, lui si mise a saltarmi, con entrambi i piedi, sulla schiena. Tremavo di un dolore bestiale, senza sapere nulla, cos’era? Un bambino? Un ginnasta? Uno spericolato? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi voltai per vederlo. Il ponte si voltò! Non mi ero ancora girato, che cadevo e già venivo smembrato ed infilzato da quei sassi appuntiti che sempre mi avevano guardato tanto pacifici tra l’acqua furiosa.

venerdì 1 giugno 2012

F.Kafka: In loggione

Se girasse sulla pista davanti al pubblico instancabile una cavallerizza stagionata e ansimante, se facesse il suo spietato collega schioccar la frusta, se si dimenasse da un mese di seguito, la cavallerizza, se buttasse baci dondolandosi sul vitino e continuasse questo suo numero tra i clamori continui dell’orchestra e del ventilatore - prospettiva grigia, applausi in calo prima, poi di nuovo alti, veri e propri colpi di maglio: allora magari un giovane loggionista correrebbe giù per la lunga scalinata attraversando ogni ordine di posti, si precipiterebbe nella pista e urlerebbe quel che segue: Basta!, tra le fanfare dell’orchestra, adattabile ad ogni caso. Ma le cose non stanno così: una bella dama bianca e rossa sbuca volante dai tendaggi che le tengono aperti dei prodi in livrea. Il direttore, cercando pieno di deferenza i suoi occhi, le ansima contro come una bestia, ma fortuna vuole che lei sfoggi il suo cavallo pomellato come se del direttore fosse la nipote preferita, pronta a una corsa pericolosa; lui non riesce a decidersi a dare il segnale schioccando la frusta, da ultimo riesce a dominare le sue passioni, e via, dà il segnale, corre a bocca aperta accanto al cavallo a passi gravi, segue i balzi della cavallerizza con gli occhi fissi, a mala pena ne coglie la capacità artistica, tenta di mantenere il controllo con certi suoi urli in inglese, incita furiosamente alla più scrupolosa attenzione il palafreniere che regge il cerchio, prima del gran Salto Mortale * scongiura l’orchestra, le mani levate, di tacere. A cose fatte la piccola si solleva sul cavallo fremente, lo bacia sulle guance e non le bastano le ovazioni quando, sostenuta dal pubblico, sollevandosi sulla punta dei piedi si scuote con ampio gesto delle braccia la polvere dalla testolina spinta indietro; desidera condividere la sua felicità con tutto il circo. Le cose stanno così, il loggionista osserva dal parapetto e senza rendersene conto piange, affondato nella marcetta finale che somiglia ad un sogno opprimente. * in italiano nel testo.