Sto arrivando al termine della mia traduzione di Der Bau (La tana), testo che non è facilissimo da seguire, nemmeno nella traduzione di A. Rho (edizione Frassinelli) risalente agli anni cinquanta del secolo scorso, che io conservo con affetto. Naturalmente è pubblicato anche nella raccolta di racconti, a cura di E. Pocar, realizzata da Mondadori (ignoro se ve ne siano altre traduzioni). Presto lo posterò qui oppure su Scribd. Il testo descrive i timori e le manovre atte a gestire i timori di intrusioni nemiche da parte di un anziano animale che si è costruito la cosiddetta tana, in realtà un sistema di gallerie e di piazzole che in qualche modo fanno capo ad un piazzale nel quale l'animale ha sistemato le provviste, cioè gli animali da lui uccisi. Nella descrizione viene messo in scena il funzionamento della mente dell'animale che ha costruito la tana - ed il funzionamento della mente di Kafka. A parte tratti nevrotici (ossessivi) evidenti, ciò che mi ha colpito di più è la rappresentazione delle fallacie cui la (nostra) mente dà luogo nell'operare attribuzioni causali a determinati fenomeni - nel testo si tratta di un sibilo misterioso di cui l'animale (il narratore) cerca di capire la causa.
Altri spunti: che la tana sia la pensione, cioè lo stato pensionistico d'un anziano?
L'animale protagonista è carnivoro e abbastanza grosso da assalire topi e ratti.
L'immagine del labirinto induce a pensare al Minotauro.
Il protagonista con i suoi giri nella tana ricorda Gregor Samsa ne La metamorfosi.
Il testo è la tana di Kafka che parla d'una tana animale di cui K esplora le difficoltà anche in fatto di logica.
A proposito del sibilo: lezioni di fallacia cognitiva.
Il protagonista vagamente è scimmiesco.
La piazza centrale della tana (Burgplatz) come corpo sempre disponibile.
A proposito del sibilo: il silenzio, come disse J.Cage, non esiste.
Pare che si tengano d'occhio i sintomi d'una malattia, con l'attenzione al sibilo.
N.B. La tana è certo buia, ma K pare che se ne scordi.
A cura di Nicola Spinosi, il blog è aperto a chiunque voglia leggerlo, ma si rivolge agli appassionati ...
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venerdì 16 febbraio 2018
mercoledì 18 febbraio 2015
Falsa coscienza in "Un cane ricercatore"
Chi abbia avuto la pazienza di leggere il testo che precede, come altri di K privo di titolo originale ed intitolato a cura nostra "Un cane ricercatore", avrà forse notato che in esso non si fa menzione alcuna della presenza umana - del padrone o meno: il cane che racconta le sue ricerche, per meglio dire, non accenna mai agli uomini, eppure ha come oggetto massiccio, di ricerca e di resoconto della medesima, il modo come il nutrimento pervenga ai cani. Certo, si fa riferimento numerose volte ad un imprecisata erogazione di nutrimento dall'alto, ciò che potrebbe alludere alla mano dell'uomo che ciba i cani. Quale reticenza!
Comunque sia, K ha voluto inquadrare le bislacche "attribuzioni causali"* e le credenze e superstizioni canine in merito all'origine del nutrimento - certo esso non dipendente solo dalla mano umana - nella cornice della falsa coscienza.
Dal momento però che superstizione e falsa coscienza non sono cose da cani, e nemmeno la scienza, né la ricerca, oggetti espliciti del testo di K, noi concludiamo affermando che in esso non sono in questione i cani.
*Con "Attribuzione causale", concetto filosofico prima e oggetto della scienza cognitiva poi, s'intende il dare una causa, un perché, ad un qualche fenomeno. Ricordiamo M.Hewstone, uno studioso inglese di tale materia, e naturalmente D.Hume.
(Non è del tutto impensabile, del resto, che K abbia immaginato un mondo parallelo abitato da cani e da altri animali - ad un tratto si fa effettivamente cenno ad altri animali - ma non da umani, per cui saremmo nell'ambito della utopia)
Comunque sia, K ha voluto inquadrare le bislacche "attribuzioni causali"* e le credenze e superstizioni canine in merito all'origine del nutrimento - certo esso non dipendente solo dalla mano umana - nella cornice della falsa coscienza.
Dal momento però che superstizione e falsa coscienza non sono cose da cani, e nemmeno la scienza, né la ricerca, oggetti espliciti del testo di K, noi concludiamo affermando che in esso non sono in questione i cani.
*Con "Attribuzione causale", concetto filosofico prima e oggetto della scienza cognitiva poi, s'intende il dare una causa, un perché, ad un qualche fenomeno. Ricordiamo M.Hewstone, uno studioso inglese di tale materia, e naturalmente D.Hume.
(Non è del tutto impensabile, del resto, che K abbia immaginato un mondo parallelo abitato da cani e da altri animali - ad un tratto si fa effettivamente cenno ad altri animali - ma non da umani, per cui saremmo nell'ambito della utopia)
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