giovedì 12 febbraio 2015

F.Kafka: Un cane ricercatore

Com'è cambiata la mia vita, e tuttavia come non è, in fondo, cambiata! Se con il pensiero vado indietro e mi rifaccio ai tempi in cui ancora vivevo nella comunità dei cani, partecipavo a tutto quello che di essa è rattristante, cane tra cani, trovo però guardando meglio che da sempre qualcosa non tornava, lì, c'era una piccola frattura, un lieve disagio mi toccava nel corso delle solenni manifestazioni popolari, anzi, anche in cerchie intime talvolta, no, non talvolta, ma assai spesso, la mera vista d'un confratello a me caro, la mera vista in qualche modo guardata di nuovo, mi dava imbarazzo, spavento, impotenza, anzi disperazione. Cercai per dir così di migliorarmi, amici che di ciò feci partecipi mi furono utili, di nuovo vennero tempi più sereni, tempi nei quali certamente quel tipo di sorprese non mancarono, ma furono prese con imperturbabilità, imperturbabilmente divennero parti della vita, forse tristi e faticose, tuttavia a parte ciò esse lasciarono che io esistessi come un cane certo un po' freddo, riservato, timido, calcolatore, ma accolto nel complesso come uno a posto. Come avrei, senza queste pause distensive, potuto raggiungere l'età di cui oggi mi compiaccio, come avrei potuto farmi strada in direzione di quella serenità con cui contemplo le paure della mia gioventù e tollero le paure della vecchiaia, come avrei potuto arrivare a tirar le conclusioni circa la mia tendenza, lo confesso, all'infelicità o, per esprimersi con maggior cautela, alla scarsa felicità, e vivere in modo quasi del tutto conforme ad essa? Ritirato, in solitudine, occupato solo dalle mie modeste ricerche, senza speranza eppure a me indispensabili, vivo così, ma con ciò non ho smarrito la visione complessiva del mio popolo, spesso mi arrivano notizie ed ogni tanto anche io sto ad ascoltarle. Mi si tratta con attenzione, non si capisce il mio modo di vivere, ma ciò non mi nuoce, ed anche i giovani cani che talvolta vedo da lontano correre, una nuova generazione della cui fanciullezza a mala pena oscuramente mi rammento, non rifiutano di salutarmi con rispetto. Non è possibile trascurare il fatto che io, nonostante le mie particolarità oggi evidenti, non traligno completamente. Riflettendoci, e ne ho il tempo, il piacere e la capacità, ciò è anzi in armonia con la comunità dei cani. Vi sono, a parte noi cani, una quantità di specie di creature, in giro, povere, misere, mute, esseri limitati a certe loro grida, tra noi cani molti le studiano, han dato loro denominazioni, cercano di essere loro utili, di ingentilirli, cose del genere, a me sono indifferenti, a meno che non tentino di disturbarmi, all'incirca; li confondo, guardo oltre, ma anche uno solo, tra loro, dà troppo nell'occhio per sfuggirmi; in altri termini essi, confrontati a noi cani, sono davvero poco uniti, davvero passano reciprocamente estranei, davvero non li unisce né un interesse alto né uno infimo, davvero ogni interesse li tiene reciprocamente lontani assai di più di quanto già la normalità non comporti! Noi cani, al contrario! Si può ben dire che noi tutti viviamo proprio in un unico mucchio, tutti, quantunque siamo diversi, per il resto, a causa delle innumerevoli e profonde differenze che nel corso dei tempi sono emerse. Tutti in un mucchio! Ci accalchiamo reciprocamente e nulla può impedirci di compiacerci d'un simile pigia pigia, tutte le nostre leggi ed istituzioni, le poche che ancora conosco e le innumerevoli che ho dimenticato, sono riferite a questa grandissima fortuna cui siamo soggetti, il caldo stare uniti. Ma vediamo il reciproco di ciò, ora. Nessuna creatura vive a quanto ne so così estesamente sparpagliata come noi cani, nessuna possiede tanta ad occhio assolutamente incalcolabile distinzione di classe, di natura, di attività, noi che vogliamo tenerci uniti – e ci riesce sempre, nonostante tutto, nei momenti di entusiasmo – viviamo separati assai largamente l'un dall'altro in mestieri particolari spesso incomprensibili anche al cane accanto, stando alla regola, mestieri non da cani, anzi orientati contro i cani. Cose difficili, di quelle che si preferisce non toccare – lo capisco, tale punto di vista, anche meglio del mio – eppure sono cose nelle quali sono caduto ben bene. Perché non faccio come gli altri, perché non vivo in concordia con il mio popolo, perché non accolgo in silenzio ciò che turba la concordia, perché non lo trascuro come un piccolo errore nella somma generale, perché non resto sempre orientato verso ciò che felicemente lega, e non verso ciò che continua a trarci irresistibilmente fuori dalla cerchia del popolo? Ricordo un episodio della mia fanciullezza, mi trovavo allora in uno di quegli stati felici di esaltazione che forse ogni fanciullo prova, ero ancora assolutamente un cucciolo, mi piaceva tutto, tutto mi riguardava, credevo che attorno a me accadessero grandi cose, con me al centro, cui dovessi dar voce, cose che, se io non fossi loro andato in soccorso agitandomi a destra e a manca, sarebbero rimaste in uno stato misero, fantasie da fanciullo, dunque, che si dileguarono con gli anni, eppure ancora assai potenti, talvolta, ero del tutto in loro potere, e poi successe però qualcosa di straordinario che parve dar ragione alle sfrenate aspettative. Nulla di eccezionale in sé, in seguito ho visto abbastanza spesso cose del genere, ed anche più particolari, ma quella volta rimasi colpito fortemente in confronto alle successive. Incontrai dunque una piccola compagnia di
cani, anzi, non la incontrai, mi venne incontro. Ero allora corso a lungo nel buio con il presentimento di grandi cose, un presentimento che però era facilmente ingannevole perché lo avevo sempre, ero corso a lungo nel buio, a destra e a sinistra, condotto da null'altro che dall'incerto desiderio, di colpo mi fermai sentendo che lì ero nel posto giusto, alzai gli occhi ed era giorno più che luminoso, solo un po' caliginoso, salutai il mattino con grida disordinate, là – come se li avessi evocati – spuntarono da una qualche tenebra facendo un frastuono spaventoso, come mai l'avevo udito, sette cani. Se non avessi visto con chiarezza che si trattava di cani e che quel frastuono era di loro pertinenza, per quanto non potessi capire in qual modo lo facevano, sarei scappato subito, ma stando così le cose rimasi. Ai tempi non sapevo quasi niente della musicalità di cui la specie canina è tipicamente dotata, essa era sfuggita alla mia nascente attenzione, soltanto per accenni si era tentato di farmela notare, e tanto più sorprendenti, addirittura soverchianti, furono per me quei sette musici. Non parlavano, non cantavano, diciamo che tacevano quasi con una certa ostinazione, tuttavia dallo spazio vuoto producevano per incanto la musica. Tutto era musica, il su e giù operato dai loro piedi, la precisa rotazione delle teste, mosse e poi bloccate, le posizioni che essi assumevano reciprocamente mentre per esempio uno appoggiava le gambe anteriori sulla groppa dell'altro, tutti e sette ciò facendo in modo che il primo portasse il peso di tutti gli altri, oppure era musica il loro strisciare la pancia a un pelo dal suolo dando luogo a figure intrecciate e mai sbagliandosi, neanche l'ultimo, ancora un po' incerto, mancava mai di congiungersi all'altro, a momenti vacillava, per dir così, mentre la melodia veniva abbaiata, eppure era incerto solo in confronto alla gran sicurezza degli altri, e neanche con molto maggiore incertezza, anzi, neanche con la più compiuta incertezza lui avrebbe potuto guastare alcunché, dato che gli altri, grandi maestri, tenevano il tempo imperturbabili. E tuttavia innegabilmente costoro si vedevano a mala pena, tutti e sette si vedevano a mala pena. Erano spuntati, interiormente li avevi salutati come cani, certo eri assai confuso dal frastuono che li accompagnava, ma si trattava di cani, cani come tu ed io ne vedevamo normalmente, cani di quelli che s'incontrano per la via, ti volevi avvicinare a loro, scambiare saluti, erano vicinissimi, cani certo assai più vecchi di me e non di pelo lungo e lanoso come il mio, ma non del tutto diversi in fatto di taglia e fattezze, molti uguali o simili ne conoscevo ben più intimamente, ma intanto che eri nell'imbarazzo di simili riflessioni la musica cresceva, ti afferrava sul serio, ti spingeva via molto di contraggenio da questi cani davvero piccoli, si alzava a tutta forza, urlava come se fosse stato procurato del dolore, di nient'altro ti potevi occupare se non della musica proveniente dall'alto, dal profondo, da ogni dove, afferrava l'uditore, lo riempiva, lo soverchiava, così prossima, al di là del suo affievolirsi, mentre invece già era in lontananza appena udibile, ed ancora risuonante di fanfare. Ed avevi di nuovo la libertà, poiché eri già troppo stanco, troppo annientato, troppo debole per continuare ad ascoltare, la libertà di vedere i sette piccoli cani condurre la loro processione, fare i loro salti, volevi chiamarli, così poco parevano propensi, chieder loro informazioni, domandare che cosa ci facevano, lì – io ero un fanciullo e credevo di poter fare domande a tutti –, ma non appena mi accinsi a ciò, non appena provai il buon intimo legame canino con i sette, la loro musica fu di nuovo lì facendomi ammattire, costringendomi a girare su me stesso in cerchio come se fossi anch'io uno dei musici, invece ero soltanto una vittima; mi volsi qua e là, tanto chiedevo grazia, ed infine mi salvai dinnanzi a quella potenza per il fatto che la musica mi strinse all'interno di un intrigo boschivo che da ogni lato si levava attorno senza che fin lì io lo avessi notato, ora mi circondava strettamente e mi spingeva il capo in basso fornendomi la possibilità di riprendere un po' di fiato, poteva rimbombare là fuori, la musica. Per la verità mi meravigliavo, più che della bravura dei sette cani – inafferrabile, assolutamente scollegata dalle mie facoltà -, del loro coraggio di esporsi a quello che essi producevano in modo pieno e aperto, e della loro forza di sopportarlo tranquilli senza spezzarsi la schiena. Ora però, dal mio nascondiglio, ad una osservazione più rigorosa riconobbi che non c'era tanta tranquillità quanto lo sforzo massimo che loro mettevano in atto, quelle gambe mosse con tanta sicurezza tremavano ad ogni passo con incessante meticoloso spasimo, l'uno guardava l'altro come irrigidito nella disperazione, la loro lingua, sempre ritirata dentro, tornava a pendere molle fuori dalle bocche. Non poteva essere ansia di ben riuscire, quello che tanto li agitava; chi tanto osava, tanto realizzava, non poteva più angosciarsi, e per che cosa? Chi li costringeva a fare quel che facevano lì? E non riuscii a trattenermi più, in particolare perché essi ora mi sembravano tanto misteriosamente bisognosi d'aiuto, così gridai al di là di tutto il frastuono le mie domande, chiaro e sollecito. Tuttavia loro – incomprensibile, incomprensibile! - non risposero, fecero come se io non ci fossi, cani che al richiamo canino non danno risposta, una mancanza di buone maniere che mai viene perdonata né al più piccolo né al più grosso cane. Non si trattava invece di qualcosa all'incirca di non canino? Ma come poteva non trattarsi di cani? Ora però udii, stando ad ascoltare meglio, perfino lievi richiami con cui essi si bersagliavano per richiamare l'attenzione alle difficoltà, si mettevano in guardia dagli errori, mentre vidi l'ultimo e più piccolo dei cani, al quale toccava la maggior parte dei richiami, sbirciare spesso verso di me come se avesse molta voglia di rispondermi, ma si contenne, infatti ciò non era lecito che avvenisse. Ma perché non era lecito, perché stavolta non era lecito ciò che sempre senza riserve le nostre leggi esigono? Il mio cuore provò indignazione, quasi dimenticai la musica. Quei cani lì trasgredivano la legge. Per quanto potessero essere dei grandi maghi la legge valeva anche per loro, lo capivo con assoluta precisione anch'io, che ero un fanciullo. Ed ancor di più ci feci maggior caso per questa ragione. Avevano davvero ragione di tacere, se lo facevano per senso di colpa. Al modo come essi si comportavano non avevo fatto caso finora a causa dell'elevato frastuono, avevano scacciato da sé proprio ogni pudore, quei miserabili si davano sia ad assurdità che ad indecenze, si muovevano ritti sulle gambe posteriori, che schifo! Si scoprivano mettendo in mostra la loro vistosa nudità; se la godevano, e se per un attimo ascoltavano i buoni impulsi ed abbassavano le gambe anteriori, si spaventavano addirittura come se fosse una colpa, come se la naturalezza fosse una colpa, rialzavano svelti le gambe ed il loro sguardo pareva chiedere perdono perché avevano dovuto interrompersi un poco nella loro peccaminosità. Era il mondo alla rovescia? Dove mi trovavo? Che cosa era successo? Per amore della mia stabilità personale non potevo più indugiare, mi liberai degli sterpi che mi avvolgevano, con un balzo saltai fuori e mi diressi verso i cani, io, semplice scolaro, dovevo essere maestro, dovevo far loro capire ciò che facevano, dovevo tenerli lontani dal persistente peccato. “Cani tanto anziani, tanto anziani!”, andavo ripetendo. Ma non appena fui libero e solo due o tre salti mi separavano dai cani, di nuovo fu il frastuono ad avermi in suo potere. Probabilmente con il mio ardore avrei perfino resistito al frastuono che a questo punto mi era noto, se, attraverso tutta la sua pienezza spaventosa, ma forse contrastabile, una tonalità netta e forte che giungeva sempre uguale da grande distanza, magari la melodia vera e propria interna al frastuono, non fosse risuonata e mi avesse costretto ad inginocchiarmi. Accidenti che razza di musica incantatrice facevano quei cani! Non ce la facevo più, non volevo più ammaestrarli, potevano seguitare ad allargar le gambe, a peccare e ad attrarre altri al peccato di guardare inertemente, ero un cane così piccolo, io, chi poteva caricarmi di un tale onere, e mi facevo anche più piccolo di quanto non fossi, guaivo, se a quel punto i cani mi avessero chiesto la mia opinione, forse avrei dato loro ragione. Del resto non durò a lungo, ed essi sparirono, insieme a tutto il frastuono ed a tutta la luce, nella tenebra da cui erano venuti.
L'ho già detto: tutto questo caso non ha niente di straordinario, nel corso di una lunga vita te ne capitano di vario genere, di cose che fuori dal loro contesto e viste con occhi di fanciullo sarebbero ancora assai sorprendenti. Inoltre su queste cose si può – come felicemente indica il modo di dire - “stare a veglia” come su tutto, e poi salta fuori che sette cani erano convenuti lì per far della musica nel silenzio del mattino, che un piccolo cane si era smarrito, un ascoltatore molesto che essi, purtroppo invano, tentarono di scacciare con un musica particolarmente paurosa o sublime. Che li disturbò con le sue domande, e loro avrebbero dovuto, già abbastanza disturbati dalla mera presenza dell'estraneo, prestarsi a quella molestia ed aumentarla rispondendo? Ed anche se la legge comanda di rispondere a tutti, la venuta di un simile cagnolino è poi degna di nota? E magari non lo compresero affatto, forse lui balbettò le sue domande in modo davvero incomprensibile. O invece lo capirono bene e risposero, facendosi forza, ma lui, il piccino, quello non avvezzo alla musica, non seppe discernere la risposta dalla musica. E per quel che riguarda le gambe posteriori, forse eccezionalmente, esse andavano da sé, nient'altro, non va bene, certo! Ma loro erano soli, sette amici tra di loro, in compagnia e confidenza, per dir così tra le loro quattro pareti, per dir così soli soli, amici dunque senza pubblico, e dove non c'è pubblico non lo porta neanche un piccolo curioso cane di strada, e dunque in questo caso non è come se non fosse successo niente? Non è proprio proprio così, ma quasi, ed i genitori dovrebbero insegnare ai loro piccoli a gironzolare poco, a stare zitti, piuttosto, ed a tener conto dell'età altrui.
A posto, il caso è chiuso. Tuttavia quel che è chiuso per i grandi non lo è ancora per i piccoli. Io gironzolai, raccontai e domandai, accusai e indagai e mi impegnai a far venire ognuno là dove era accaduto tutto per indicargli la mia posizione e quella dei cani e dove e come avevano danzato e fatto musica, e, se qualcuno fosse venuto, invece di liberarsi di me deridendomi, avrei certo rinunciato alla mia innocenza e provato a stare sulle gambe posteriori allo scopo di illustrare il tutto esattamente. Ora, un fanciullo non se la prende a male di tutto, ma tutto perdona, davvero. Tuttavia io ho serbato questo modo di fare immaturo, e sono divenuto nel frattempo un cane anziano. Così come all'epoca non chiusi quel caso, che del resto oggi sottovaluto molto, e ne parlai apertamente, lo analizzai nelle sue parti, lo descrissi ai presenti senza riguardo alla compagnia in cui mi trovavo, impegnato solo e sempre con la cosa che io trovavo come ogni altro perfettamente noiosa, ma che – questa la differenza – intendevo risolvere da ricercatore in modo appunto integrale per questo motivo, per liberare di nuovo infine lo sguardo verso la solita tranquilla felice vita di ogni giorno, proprio come all'epoca ho fatto in seguito ed anche oggi non smetto di fare, per quanto con mezzi meno giovanili – ma la differenza non è molto grande.
La cosa tuttavia iniziò con quel concerto. Nessun rammarico, nel caso in questione agisce il mio carattere innato che certo, senza il concerto, avrebbe avuto un'altra occasione per manifestarsi, solo che la cosa avvenne così presto, talvolta mi fece soffrire prima del dovuto, mi ha tolto una gran parte della mia fanciullezza, la vita beata dei cuccioli, che di per sé può durare molti anni, per me è durata solo pochi mesi. E sia! Ci sono cose più importanti della fanciullezza. E forse mi aspetta, in una vecchiaia conseguita per mezzo d'una dura vita, una felicità più fanciullesca di quanto un vero fanciullo avrebbe la forza di tollerare, e che invece io avrò.
Allora iniziai le mie investigazioni sulle cose più semplici, la materia non mancava, ve n'è purtroppo in sovrabbondanza, ed in ore oscure mi fa disperare. Iniziai ad investigare in merito all'origine del nutrimento della comunità dei cani. Ora, non si tratta affatto, naturalmente, volendo, di una questione semplice, essa ci impegna dai primordi, è la materia principale della nostra riflessione, innumerevoli sono le osservazioni, i tentativi e le opinioni in tale campo, ne è derivata una scienza che, con le sue enormi dimensioni, nel complesso esorbita non solo l'intelligenza del singolo, ma anche quella di tutti gli eruditi, e non può essere fatta avanzare se non dall'intera comunità dei cani e soltanto con sofferenza e parziale completezza, di continuo essa seguita a frammentarsi in vetuste ossessive aree e deve essere ricompattata con fatica, tacendo del tutto delle sciocchezzuole e delle ipotesi nuove di ricerca che è difficile che si realizzino. Tutto questo non mi viene obbiettato, io tutto questo lo so come lo sa anche un qualsiasi normale cane, non mi viene in mente di ingerirmi nella scienza vera, al suo cospetto ho tutto il timore reverenziale che le spetta, ma mi manca il carattere e l'assiduità e la serenità per incrementarla, e l'appetito – non per ultimo, in specie da alcuni anni. Il cibo lo butto giù, se lo trovo, ma non mi sembra all'altezza della più modesta casuale osservazione d'un ordinato paesaggio rurale. Mi è sufficiente, riguardo alla scienza tutta, il suo estratto, la piccola regola con cui la madre libera alla vita i suoi piccoli: “Bagna tutto per quanto puoi.” E non è davvero compreso tutto, qui? Che cos'ha la ricerca iniziata dai nostri avi da aggiungere a ciò, di decisivo ed essenziale? Dettagli, dettagli, e com'è incerto l'insieme, invece questa regola resisterà finché esisteremo noi cani. Essa concerne il nostro nutrimento principale, certamente disponiamo anche di altri mezzi, ma nell'urgenza, e quando gli anni non sono troppo cattivi, potremmo vivere di tale nutrimento principale, lo troviamo nella terra, che però necessita della nostra orina, si nutre di essa e soltanto a questo prezzo ci dà il nostro nutrimento il cui spuntare si può del resto accelerare, non bisogna dimenticarsi di questo, tramite precisi motti, canti e gesti. Da questo lato su ciò non c'è da dire qualcosa di più essenziale, dopotutto però si tratta della mia opinione. Anche qui sono d'accordo con la maggioranza della comunità dei cani e mi allontano con osservanza da tutte le teorie eretiche sulla questione. Davvero, non mi piacciono le stranezze, l'arroganza, sono contento quando posso concordare con i connazionali, e questo è il caso. Le mie personali investigazioni vanno tuttavia in altra direzione. Ciò che verifico mi indica che la terra, quando viene spruzzata e lavorata secondo le regole scientifiche, rende il nutrimento ed esattamente in tale quantità, massa, modo, luogo ed in tali ore, secondo quel che richiedono le leggi scientifiche verificate del tutto o in parte. Lo ammetto, ma la questione che pongo è: “questo nutrimento la terra da dove lo prende?” Si tratta di una domanda che di solito si dà ad intendere di non capire ed a cui nel migliore dei casi si risponde: “se non hai abbastanza da mangiare, te ne daremo del nostro.” Si faccia caso a questa risposta. Lo so: non fa parte delle preferenze canine, che noi spartiamo i cibi una volta che ce li siamo procurati. La vita è difficile, la terra arida, la scienza è ricca di conoscenze, ma piuttosto povera di effetti pratici; chi ha cibo, se lo tiene; non è egoismo, è il contrario, è legge canina e concorde decisione popolare, risultanti dal superamento dell'egoismo, infatti gli agiati sono certo una minoranza. Ecco dunque la risposta: “se non hai abbastanza da mangiare, te ne daremo del nostro”, modo di dire fisso, facezia, canzonatura. Non l'ho scordato. Ma un significato tanto più grande per me fu che si cessasse di burlarsi di me, non appena iniziai ad andare in giro nel mondo con le mie questioni; non mi si dette di certo alcunché da mangiare – dove mai lo si sarebbe potuto prendere? Ed anche nel caso che lo si fosse avuto, si dimenticò naturalmente, nella frenesia della fame, ogni altra considerazione, seppur parlando seriamente di offrirne, e qua e là ne ebbi poi davvero un minimo, se fui svelto abbastanza, però, ad impadronirmene. Come fu che ci si comportasse con me in modo tanto speciale? Mi si risparmiò, mi si favorì. Perché ero un cane debole, magro, malnutrito e troppo trascurato in fatto di cibo? Ma in giro di cani malnutriti ce ne sono, ed anche a quelli si leva di bocca perfino il cibo più misero, se capita, spesso non per cupidigia, ma nella maggioranza dei casi per principio. Invece mi si favorì, non potevo spiegarlo con la casualità, infatti avevo la precisa impressione che mi si favorisse. Era per questioni che ponevo, di cui ci si compiaceva, cui si guardava come fossero specialmente intelligenti? No, non ci si compiaceva, e le si ritenevano tutte sciocche. Eppure potevano essere soltanto le mie questioni, a guadagnarmi l'attenzione. Era come se si preferisse compiere l'enormità di riempirmi la bocca di cibo – non lo si faceva, ma se ne aveva l'intenzione – piuttosto che tollerare le questioni che ponevo. Anche se, meglio, si sarebbe potuto scacciarmi e non consentirle. No, non si voleva udirle, certo che non si voleva, ma proprio a causa di esse non si voleva scacciarmi. Fu, tanto venivo deriso, trattato da stupida bestiola, preso in giro, veramente il periodo del mio massimo credito, qualcosa di simile in seguitò non si ripeté mai, ebbi accesso in ogni dove, nulla mi fu vietato, con il pretesto di un trattamento più scortese mi si lusingò in modo speciale. Tutto dunque a causa delle mie questioni, della mia impazienza, della mia brama di ricercatore. Mi si voleva con ciò addormentare senza violenza, sviarmi quasi piacevolmente da una strada erronea, da una strada la cui erroneità tuttavia non stava così al di sopra di ogni dubbio da rendere impossibile l'uso della violenza, inoltre c'era anche un certo rispetto ed una certa paura a trattenere dalla violenza. Indovinavo già allora qualcosa del genere, oggi lo so con precisione, con molta più precisione di chi allora lo faceva, sì, con lusinghe si è voluto che io mi distogliessi dalla mia strada. La cosa non ebbe successo, si ottenne l'opposto, la mia attenzione si acuì. Mi si rivelò addirittura che ero io a voler attrarre gli altri, e che di fatto mi riusciva fino ad un certo punto, la seduzione. Fu proprio con l'aiuto della comunità dei cani che iniziai a comprendere le mie proprie questioni. Quando per esempio domandavo da dove la terra prenda il nostro nutrimento, questo m'interessava, come potesse la terra averne dato l'impressione, non m'interessavano, per dire, le preoccupazioni della terra. Per nulla m'interessavano, ero ben lungi da ciò, come presto riconobbi a me interessavano soltanto i cani, quasi nient'altro. Che cosa c'è, infatti, a parte i cani? Chi altri si può invocare nel vasto vuoto mondo? Ogni sapere, la totalità di tutte le domande e di tutte le risposte, i cani la hanno in sé. Se soltanto si potesse con efficacia portare alla luce del giorno tale sapere, se soltanto si potesse, se essi non sapessero infinitamente di più di quanto ammettono, di quanto si concedono. Anche il cane più loquace è più riservato di quanto sogliano esserlo i luoghi dove si trovano i cibi migliori. Ci si aggira furtivamente intorno al confratello, si sbava dalla brama, ci si colpisce anche con la propria coda, si domanda, si prega, si ulula, si morde e si ottiene – quello che si otterrebbe anche senza ogni sforzo, si ottiene: ascolto affettuoso, cortesia, falso rispetto, abbracci fervidi, il tuo ed il mio ululato si mescolano insieme, tutto è regolato allo scopo di trovare nell'incanto l'oblio, ma l'unica cosa che si voleva ottenere prima di tutte, che si confessasse il sapere, quella rimane negata, a quella preghiera, che sia espressa a voce o che sia muta, rispondono nei casi migliori, se si è spinto l'allettamento all'estremo, solo espressioni ottuse, occhiate oblique, chiuse, torbide. Non è molto diverso da quando, giovinetto, chiamai i musici e loro tacquero. Ora si potrebbe dire: “ti lamenti dei tuoi confratelli, del loro tacere in merito alle cose decisive, sostieni che sappiano più di quanto ammettano, più di quanto essi vogliano che nella vita valga, e che questa segretezza, la cui ragione e il cui mistero essi naturalmente tacciono, avveleni la vita, te la renda insopportabile, tu questa cosa dovresti cambiarla oppure trascurarla, forse, però sei un cane, possiedi anche tu il sapere canino, dunque tiralo fuori non solo in forma di domanda, ma come risposta. Se lo tiri fuori, chi ti resisterà? Il gran coro della comunità dei cani avrà inizio come fosse in attesa. Ed avrai verità, chiarezza e confessione, quante ne vuoi. Si scoperchierà la volta di questa bassa vita di cui parli tanto male, e noi tutti, cane dopo cane, ci leveremo nell'alto della libertà. E se ciò non dovesse riuscire, se dovesse essere peggio di quel che è stato finora, se la verità intera dovesse essere più insopportabile della verità a metà, se dovesse emergere che i conservatori taciti della vita sono nel giusto, se dovesse sortire, dalla speranza sommessa che ancora oggi abbiamo, la disperazione piena, parlare è ancora un degno tentativo, poiché tu non vuoi vivere come ti è permesso. Ordunque, perché rimproveri agli altri il loro silenzio e tu stesso taci?” La risposta è facile: perché io sono un cane, in sostanza molto riservato, proprio come gli altri, e restio con ostinato timore alle questioni particolari. Chiedo forse alla comunità dei cani, da quando sono diventato grande, in senso stretto, che mi risponda? Ho speranze così folli? Vedo i fondamenti della nostra vita, indovino la loro profondità, ne vedo gli edificatori oscuramente all'opera, e continuo ad attendere che tutto ciò termini con le mie questioni, si annulli, venga dimenticato? No, davvero non me lo aspetto più.
<Nelle traduzioni italiane che conosco, la prima di Anita Rho (Il messaggio dell'imperatore,Torino 1958), la seconda di Ervino Pocar (Tutti i racconti, Milano 1970), da questo punto in avanti si leggono una ventina di righe che mancano nell'edizione da cui traduco, Die Erzaehlungen, Frankfurt am Mein 2010 – n.d.t.>
Continuo ad affannarmi a domandare, nient'altro, io mi sprono per mezzo del silenzio che, esso solo, attorno a me ancora mi risponde. Quanto a lungo sopporterai che la comunità dei cani taccia e continui a tacere, cosa di cui con le tue ricerche divieni sempre più consapevole? Quanto a lungo sopporterai, questo è l'urlo che la mia questione vitale leva al di sopra di tutte le questione di dettaglio; me la pongo io, e non dà fastidio a nessun altro. Sfortunatamente so rispondere meglio ad essa che non alle questioni di dettaglio: lo sopporterò, è probabile, fino alla mia fine naturale, la quiete dell'anzianità resiste sempre di più alle questioni inquietanti. E' probabile che io, tacendo, circondato dal silenzio, morirò felice, a ciò sono abbastanza preparato. E' quasi una cattiveria, che noi cani siamo dotati di cuore prodigiosamente robusto e di polmoni che non si logorano in modo prematuro, noi opponiamo resistenza a tutte le domande, perfino alle nostre, noi siamo il baluardo del silenzio.
Di recente penso sempre di più alla mia vita, cerco lo sbaglio decisivo, la causa di tutto, che forse ho commesso, e non riesco a trovarlo. Devo averlo commesso, però, se non l'avessi commesso e nonostante questo avessi raggiunto, per mezzo di onesto impegno, una lunga vita, ciò che non desideravo, sarebbe provato che quel che io volevo era impossibile, e ne conseguirebbe la disperazione totale. Guarda l'opera della tua vita! Per prima cosa le investigazioni inerenti alla questione: da dove la terra prende il nutrimento per noi. Da cucciolo, com'è naturale fondamentalmente avido e contento della vita, rinunciai ad ogni piacere, scansai ogni divertimento, affondai il capo tra le gambe dinnanzi ad ogni tentazione, e mi misi all'opera. Non fu un lavoro da eruditi né in fatto di dottrina, né di metodo, né di scopo. Erano difetti, certo, ma non decisivi. Ho appreso poco, infatti mi allontanai presto dalla madre e mi abituai all'autonomia, condussi una vita libera, e un'autonomia precoce confligge con l'apprendimento sistematico. Tuttavia ho visto molte cose, udito, parlato con molti cani di genere e di varia professione, tutto, credo, capendo non male né mal collegando le osservazioni particolari, ciò ha un po' sostituito la dottrina, ma in più l'autonomia, per quanto svantaggiosa ai fini dell'apprendimento, è un gran vantaggio ai fini d'una ricerca personale. Tanto più necessaria, nel mio caso, dal momento che non potevo attenermi al particolare metodo scientifico, cioè trar profitto dell'opera dei predecessori ed associarmi con gli studiosi contemporanei. Mi istruii completamente da solo, iniziai con i primissimi rudimenti avendo la consapevolezza, felice in gioventù tuttavia in sommo grado avvilente nella vecchiaia, che l'ipotetico punto cui sarei pervenuto avrebbe dovuto essere anche quello definitivo. Davvero fui sempre così solo con le mie ricerche? Sì e no. Non è possibile che cani isolati, ora e sempre, non si trovino e non si siano trovati nella mia situazione. Non posso essere così sfortunato. La mia natura è totalmente canina, ogni cane ha il mio stesso impulso a porre domande ed io ho come ogni cane l'impulso a tacere. Ognuno ha l'impulso a porre domande. Come, sennò, avrei potuto con le mie domande provocare le sia pur lievi reazioni emotive che spesso ebbi il piacere di scorgere incantato, del resto esageratamente. E del fatto che ho l'impulso a tacere non ho bisogno purtroppo bisogno di alcuna prova particolare. Dunque, io non sono in linea di massima diverso da ogni altro cane, ognuno in fondo me lo riconoscerà, a parte le differenze d'opinione e le antipatie, ed io farò con ogni cane la stessa cosa. Soltanto la mescolanza degli elementi è diversa, assai incisiva sul piano personale, molto meno sul piano collettivo. E dunque, non potrebbe la mescolanza di questi eterni elementi esser riuscita nel passato e nel presente mai simile alla mia e, se si vuol dire la mia mescolanza infelice, anche molto più infelice? Ciò sarebbe contrario ad ogni altra esperienza. Noi cani siamo alle prese con le professioni più particolari, attività cui non si darebbe alcun credito se non se ne avessero le notizie più degne di fiducia. Penso ora in special modo all'esempio degli aerocani. Quando ne sentii parlare per la prima volta, risi, non si riuscì davvero a farmici credere. Suvvia! Poteva darsi che un cane della specie più piccola, non tanto più grosso, anche da adulto, del mio capo, che questo cane deboluccio di natura, creatura artificiosa, immatura, accuratissimamente pettinata, inabile a fare un vero e proprio balzo, potesse, come si raccontava, saper procedere nell'aria eppure inattivo, nulla facendo di visibile? Via, mi si prendeva in giro, questo vuol dire approfittarsi un po' troppo della mancanza di pregiudizi d'un cucciolo, credo. Tuttavia poco tempo dopo da altra fonte sentii raccontare d'un altro cane aereo. Ci si era messi d'accordo per prendersi gioco di me? In seguito però vidi i cani musici e da allora ritenni tutto possibile, nessun ripudio limitò la mia capacità di comprensione, presi in considerazione le dicerie più insensate, le seguii fin dove potevo, l'insensatezza massima mi parve in questa vita insensata più probabile della piena sensatezza e proficua in particolare per la mia ricerca. E così anche gli aerocani. In proposito imparai molte cose, certo fino ad oggi non mi è riuscito di vederne alcuno, ma già da molto tempo sono assolutamente convinto della loro esistenza e nella mia immagine del mondo essi hanno il loro posto importante. Come nella maggior parte dei casi, anche in questo com'è naturale non è la maestria che mi dà maggiormente da pensare. E' straordinario, chi può negarlo, che questi cani siano capaci di librarsi nell'aria, su questa meraviglia concordo con la comunità dei cani. Ma assai più straordinaria è per il mio sentire l'insensatezza, la silente insensatezza di queste esistenze. In genere essa non viene motivata quasi per niente, essi si librano nell'aria e la cosa finisce lì, la vita continua, a tratti si parla della maestria di questi artisti, tutto qui. Ma perché, o fondamentalmente benigna comunità dei cani, perché mai questi cani si librano? Che senso ha la loro professione? Perché non ci danno alcuna parola di spiegazione? Perché si librano lassù facendo atrofizzare la gambe, orgoglio canino, separati dalla terra che nutre, non seminando eppur raccogliendo, nutriti a quel che si dice addirittura in modo particolarmente buono a spese della comunità dei cani? Posso illudermi tuttavia che le mie domande abbiano portato in quest'ambito un po' di movimento. S'inizia a motivare, a impapocchiare un tipo di spiegazione, s'inizia, però quest'inizio non si oltrepassa. Ma è già qualcosa. Senza certamente che appaia la verità – mai ci si arriva – mentre appare il profondo radicamento della menzogna. Tutte le insensate apparenze della nostra vita, e le più insensate in modo del tutto particolare, si lasciano per dir così motivare. Non in modo completo, naturalmente – tale è il diabolico scherzo – ma al massimo con il fine di proteggersi dalle domande spiacevoli. Prendiamo ancora ad esempio gli aerocani. Non sono superbi come si potrebbe credere, tanto per cominciare, hanno bisogni particolari assai di più del cane medio, si provi a mettersi al loro posto e lo si capirà. Invece devono, anche se non possono farlo apertamente – significherebbe violare l'obbligo di mantenere il segreto – tentare di farsi perdonare per come vivono od allontanarsi da tal modo, almeno, farlo dimenticare, ed attuano ciò, a quanto mi si dice, con una loquacità pressoché insopportabile. Senza tregua devono render conto in parte delle riflessioni filosofiche che li occupano di continuo in ragione del fatto che essi hanno rinunciato completamente alle fatiche fisiche, in parte delle osservazioni che essi fanno dal loro elevato punto di vista. E nonostante questo non si distinguono molto in fatto di forza intellettuale, il che è evidente data una siffatta scioperataggine, la loro filosofia vale poco come le loro osservazioni, la scienza può a mala pena farne qualcosa e soprattutto non dipende da un fattore di sostegno tanto misero, eppure se si domanda a che cosa servono in modo particolare gli aerocani, si continua ad avere la risposta che essi contribuiscono molto alla scienza. “Va bene”, si replica, “ma i loro contributi sono privi di valore e noiosi.” Un'alzata di spalle è la risposta che segue, si cambia discorso, ci si risente o si ride, e dopo un attimo, se si domanda ancora, si viene a sapere che essi contribuiscono alla scienza, infine, se alla prima occasione si pone la domanda, non riuscendo a dominarsi, la risposta è la stessa. E forse va anche bene non ostinarsi troppo e sottomettersi, soffrire in silenzio, senza riconoscere i suddetti aerocani nel loro diritto di vivere, ciò che è impossibile. Di più non è consentito pretendere, la cosa è andata troppo oltre, e tuttavia si pretende che si tollerino sempre i nuovi aerocani che spuntano. Non si sa per niente bene da dove vengano. Si riproducono? Ne hanno poi l'energia, ma: se non possiedono molto più di un bel pelame, che cosa mai deve riprodursi, in questo caso? E se fosse possibile l'inverosimile, quand'è che dovrebbe accadere? Li si vede sempre soli, sempre autosufficienti su nell'aria, e quando calano giù e corrono ciò avviene solo per brevi attimi, pochi passi frettolosi e sempre rigorosamente in solitudine, tra pretese cogitazioni da cui loro, per quanto si sforzino, non sanno staccarsi, almeno è questo che sostengono. Ma, se non si riproducono, sarebbe concepibile che si trovino cani che rinunciano volontariamente alla vita a terra, che diventano volontariamente aerocani e scelgono, in nome della facilità e d'una certa destrezza, la monotona vita di lassù, sui cuscini dell'aria? Non è concepibile, né è la riproduzione né l'adesione volontaria. Eppure la realtà indica che continuano ad esserci nuovi aerocani; se ne conclude che, per quanto invincibili possano sembrare al nostro intelletto gli ostacoli, stranamente ancora non s'è estinta una antica razza canina, almeno non s'è estinta con facilità, almeno in tale razza c'era un qualcosa di vittoriosamente combattivo nel tempo. Se questo vale per una razza così particolarmente insensata, che sembra la più strana di tutte, com'è quella degli aerocani, non devo accettarlo anche per la mia? Però io non appaio affatto strano, sono un cane come ce ne sono tanti, qui, non mi distinguo in nulla, in nulla sono spregevole, da giovane e parzialmente durante la maturità, fin quando non mi trascurai e molto mi mossi, fui un cane perfino grazioso, davvero, in particolare si lodava il mio aspetto, le gambe slanciate, la bella postura del capo, ed anche il mio pelo, grigio bianco e giallo, era assai gradevole, riccio solo in punta, tutto ciò non è particolare, particolare è solo il mio carattere, ma anch'esso è ben tipico del generale carattere canino, come mai ho potuto evitare di prendere in considerazione. Orbene, se neppure l'aerocane resta in solitudine, qua e là se ne continua a trovare nel mondo dei cani sempre uno e loro, gli aerocani, vanno a cavar nuove leve addirittura dal nulla, allora anch'io posso aver fiducia di non essere lasciato solo. Certo, quelli come me sono costretti ad una sorte particolare e la loro esistenza già per questo mai mi sarà utile in modo chiaro, non perché è con difficoltà che saprò sempre distinguerli. Noi siamo gli oppressi dal silenzio, noi vogliamo romperlo proprio per bisogno d'aria fresca, agli altri sembra di star bene, nel silenzio, certo è solo apparenza come fu nel caso dei cani musici, che apparentemente facevano musica sereni mentre invece erano assai agitati, tale apparenza tuttavia è potente, si prova ad afferrarla, ma essa se la ride di ogni assalto. Ora, come si arrangiano quelli come me? Come si riconoscono i loro tentativi di vivere a dispetto ciò? Dipende. Io ho tentato, fintanto che ero giovane. Potrei dunque pormi tra coloro che fanno molte domande, ed in ciò poi li avrei come compagni. C'è stato un periodo in cui mi sono sforzato di dominarmi, a me interessano tuttavia coloro che sono in grado di rispondere, quelli che seguitano ad immischiarsi con me, a suon di domande che il più delle volte non posso soddisfare rispondendo, mi disgustano. E poi, chi non fa volentieri domande quando è giovane? Come faccio a scoprire tra i molti interroganti quelli giusti? Una domanda suona come l'altra, dipende dall'intenzione, che tuttavia è nascosta spesso anche a chi la pone. E soprattutto, domandare è certo una particolarità canina, tutti si fanno domande a vicenda, è come se con ciò le tracce dell'interrogante potessero esser cancellate. No, tra gli interroganti, i giovani, non trovo quelli come me, e tra i taciti, i vecchi, di cui ora faccio parte, li trovo ugualmente poco. Ma a che cosa servono le domande, io certo ho fallito con le domande, probabilmente quelli come me sono più astuti e si servono di tutt'altri ed ottimi mezzi per sopportare questa vita, mezzi che, mi permetto di aggiungere, magari all'occasione servono loro, li placano, li assopiscono, agiscono in modo trasformativo sulla loro natura, che in genere sono deboli come i miei, infatti per quanto io vado investigando non vedo un risultato. Credo che riconoscerò quelli come me, prima che nel risultato, in tutt'altro. Dove si trovano poi quelli come me? Proprio questo è in questione, proprio questo. Dove sono? Ovunque ed in nessun luogo. Forse il mio vicino è del mio genere, a tre balzi da me, magari rumoreggiamo l'un con l'altro, lui viene magari dalla mia parte, io dalla sua no. E' uno come me? Non so, in lui non riconosco nulla di simile, ma può essere. Può essere, ma niente è più improbabile; se si trova lontano, per gioco posso scoprire, ricorrendo a tutta la mia fantasia, numerose familiarità indiziarie, ma se poi si trova davanti a me tutte le mie elucubrazioni fanno ridere. Un vecchio cane anche più piccolo di me, che sono di taglia media, marrone, corto di pelo, capo stanco e ciondolante, passi strascicati, in più trascina la gamba posteriore sinistra a causa di una malattia che ha avuto. Così da vicino come lui non frequento già da molto più nessuno, mi piace tuttavia di sopportarlo abbastanza, e quando si allontana gli grido dietro le cose più benevole, ma non per affetto, invece arrabbiato con me stesso, infatti quando lo seguo con lo sguardo trovo del tutto disgustoso come lui va di soppiatto con il piede che strascica e con il posteriore troppo abbassata. A volte è come se volessi burlarmi di me stesso, quando nel pensiero lo chiamo mio simile. Anche nelle nostre conversazioni lui non manifesta alcuna colleganza, certo è intelligente e, nei limiti dei nostri rapporti, abbastanza colto, da lui potrei imparare molto, ma io sono alla ricerca di intelligenza e di cultura? Di solito c'intratteniamo su questioni locali ed io mi stupisco, con la perspicacia che mi deriva dall'isolamento, di quanto spirito serva anche ad un cane normale, anche in situazioni ordinariamente non troppo sfavorevoli, per vivacchiare e proteggersi dai maggiori consueti pericoli. La scienza certo fornisce regole, ma non è affatto facile capirle anche alla lontana ed in modo grossolano, e, quando le si sono capite, subito arriva il difficile, quello vero, vale a dire applicarle alle situazioni locali, in questo caso pochi possono essere all'altezza del compito, quasi ogni ora propone nuove incombenze ed ogni nuovo pezzetto di terra le sue particolari; che uno possegga una qualche organizzazione ai fini della sopravvivenza e che la sua vita scorra per dir così da sola, nessuno può affermarlo di sé, neanch'io che ho bisogni che calano addirittura da un giorno all'altro. E tutte queste inique fatiche, a qual fine? Solo per continuare a seppellirsi nel silenzio e per esserne estratti mai più e da nessuno. Spesso si decanta il progresso generale della comunità dei cani nel tempo e ciò facendo ci si riferisce in primissimo luogo al progresso della scienza. Certo, la scienza progredisce, è inarrestabile, progredisce addirittura acquistando velocità, sempre di più, ma che cosa c'è da decantare? E' come se si volesse decantare qualcuno perché invecchia di un numero crescente di anni e perciò si avvicina sempre più velocemente alla morte. E' un progresso naturale ed anche malvagio in cui io non trovo niente da decantare. Vedo soltanto decadenza, con ciò non intendo dire che le generazioni precedenti fossero migliori, quanto all'indole, erano solo più giovani, questo era il loro gran vantaggio, la loro memoria non era ancora tanto sovraccarica come l'odierna, era anche più facile indurle a parlare, ed anche se a nessuno è riuscito, la possibilità era maggiore, tale maggior possibilità era anzi quella che ci eccita tanto quando ascoltiamo quelle vecchie storie davvero semplici, del resto. Capita che udiamo un'allusione e quasi ci piacerebbe sobbalzare, non sentissimo il peso dei secoli su di noi. No, che cosa ho da rimproverare alla mia epoca, le generazioni precedenti non erano migliori della nuova, anzi, in un certo senso erano assai peggiori e meno forti. I casi eccezionali naturalmente neanche allora sfuggivano, li si poteva cogliere, ma i cani non erano ancora così canini come lo sono oggi, non posso dirlo che in questo modo, la compagine canina era ancora indefinita, la parola autentica ai tempi avrebbe potuto ancora entrare in azione, stabilire la struttura, rimodularla, mutarla secondo ogni voglia, volgerla nel suo contrario, la parola era lì, almeno, era vicina, si librava sulla punta della lingua, tutti potevano impararla, dov'è finita oggi non si troverebbe neppure frugando nella pancia. La nostra generazione forse è perduta, ma non ha più colpe della generazione passata. Posso capire la titubanza della mia generazione, anzi, non c'è alcuna titubanza, si tratta della perdita della memoria di un sogno sognato da mille notti e mille volte dimenticato, chi vuole avercela con noi proprio per la millesima dimenticanza? Tuttavia io credo di capire anche la titubanza dei nostri avi, forse noi non avremmo agito in modo diverso, fortunati noi, vorrei quasi dire, che non dovemmo addossarcene la colpa, che abbiamo la assai maggiore possibilità di affrettarci verso la morte in un silenzio quasi incolpevole, in un mondo già oscurato da altri. Quando i nostri avi deviarono, è difficile che pensassero ad una deviazione duratura, anzi, loro vedevano ancora in effetti il bivio, era facile tornare indietro in qualsiasi momento, e se esitarono a tornare indietro fu solo perché desideravano godersi un poco la vita canina, essa non era ancora affatto proprio una vita canina, ed a loro pareva bella in modo esaltante come più tardi doveva diventare, almeno ancora un momentino d'indugio e continuarono nella deviazione. Non sapevano quello che noi possiamo indovinare osservando il corso della storia, che l'anima muta prima della vita, e che loro, quando cominciarono a godersi la vita canina già dovevano avere un'anima canina vecchia come si deve e che non si trovavano più tanto vicino al punto di partenza come a loro pareva, o come voleva far loro credere il loro sguardo gaudente d'ogni piacere canino. Oggi, chi può parlare di giovinezza? Loro erano i veri giovani, tuttavia la loro unica ambizione purtroppo fu quella di diventare in seguito vecchi, qualcosa cioè d'immancabile, come tutte le successive generazioni e la nostra, l'ultima, dimostrano al meglio. - di tutte queste cose non parlo con il mio vicino, ma spesso sono costretto a pensarci, quando gli sto davanti, a questo tipico vecchio cane, o quando gli affondo il muso nel pelo che già sente di quell'odore che hanno le pellicce dopo che sono state scuoiate. Sarebbe sciocco parlare di quelle cose sia con lui, sia con ogni altro. Lo so, come andrebbe il discorso. Lui solleverebbe alcune piccole obbiezioni qua e là, alla fine acconsentirebbe – il consenso è l'arma migliore, e la cosa verrebbe seppellita, perché dunque scomodarla dalla sua fossa? E nonostante tutto con il mio vicino c'è forse una concordanza più profonda che oltrepassa le mere parole. Non riesco a smettere di sostenere ciò, eppure non ne ho alcuna prova e forse a questo riguardo io soggiaccio ad una semplice illusione, poiché lui da molto tempo è l'unico purtroppo con cui ho a che fare e dunque è a lui che mi devo attenere. “Sei forse uno come me, a modo tuo? Ti vergogni di aver fatto fiasco totale? Guarda, a me è andata nello stesso modo. Quando sono solo mi viene da ululare, vieni, in due è meno amaro.” Penso così, talvolta, e lo guardo dappresso. Lui non abbassa lo sguardo, ma non c'è da cavarne nulla, mi guarda ottuso e si meraviglia che io taccia ed abbia interrotto la conversazione. Ma forse tale sguardo è proprio il suo modo di por domande ed io lo deludo tanto quanto lui delude me. Da giovane, se non avessi avuto altre domande importanti e fossi stato capace di accontentarmi quanto bastava, forse gli avrei fatto domande a voce alta, avrei ricevuto un debole consenso, meno di oggi, dunque, che lui tace. Ma non tacciono forse tutti così? Che cosa m'impedisce di credere che tutti sono come me, che io ebbi qua e là un collega ricercatore che, insieme ai suoi minimi risultati, è sprofondato e dimenticato ed al quale non posso più in alcun modo arrivare attraversando il buio del tempo o la calca del presente, che da sempre e ben di più ho dei simili che, tutti, si sforzano a modo loro, tutti infruttuosamente a modo loro, tutti tacendo o cicalando maliziosi a modo loro, così come questa disperata ricerca comporta. Inoltre non avrei dovuto affatto isolarmi, però, avrei potuto restare in pace tra gli altri, non avrei dovuto spingermi avanti come un giovinetto maleducato tra i ranghi degli adulti, che tanto quanto me certo lo vogliono, ed accanto ai quali basta a confondermi la loro intelligenza, la quale dice loro che nessuno esce dai ranghi ed ogni spinta è stolta.
Considerazioni simili sono del resto chiaramente provocate dal mio vicino, egli mi sconcerta, mi mette nella malinconia completa; e pensare che è piuttosto allegro, di per sé, almeno, io lo sento, quando si trova nella sua cerchia, gridare e cantare al punto di darmi noia. Sarebbe bene rinunciare anche a questa relazione, non inseguire vane fantasticherie quali ogni relazione canina, eppure ritenuta temperata,fa inevitabilmente sorgere, ed utilizzare il poco tempo che mi resta soltanto per le mie ricerche. La prossima volta che viene mi nasconderò e fingerò di dormire, e lo rifarò fino a quando lui non smetterà.
Veramente, nelle mie ricerche è intervenuto del disordine, cedo, mi stanco, trotterello ancora soltanto meccanicamente, laddove correvo con entusiasmo. Ripenso a quando iniziai ad esplorare la questione “da dove la terra prende il nostro nutrimento?”. Allora vivevo in mezzo al popolo, si capisce, mi spingevo là dove esso era più fitto, volevo render tutti testimoni delle mie fatiche, tale testimonianza per me era anche più importante del mio lavoro, poiché anzi mi aspettavo ancora qualche risultato d'interesse generale. Da ciò ricavavo naturalmente un gran calore che ora, nella mia solitudine, è finito. Allora però ero così forte da compiere qualcosa d'incredibile, che si opponeva ad ogni nostro principio, ed ogni testimone oculare dell'epoca certo lo ricorda come qualcosa di poco rassicurante. Nella scienza, che per altro tende ad una specializzazione senza limiti, trovai in un certo senso una notevole semplificazione. Essa insegna essenzialmente che la terra fornisce il nostro nutrimento e, con tale premessa, indica i metodi secondo i quali si fanno cogliere i vari cibi nel modo migliore e con la massima abbondanza. Ora, certo è esatto che la terra fornisce il nutrimento, non può esserci dubbio, ma non è così semplice come di solito viene descritto senza ulteriore indagine. Si prendano però i casi anche più semplici che si ripetono ogni giorno. Se fossimo del tutto inoperosi come ormai lo sono quasi io, se ci acciambellassimo dopo aver lavorato un poco la terra ed aspettassimo quel che viene, in quel caso, ammesso che un qualcosa spuntasse, lo troveremmo, il nutrimento nella terra? Questo tuttavia di regola non avviene. Chi solo ha mostrato solo un po' di spregiudicatezza nei confronti della scienza – e di costoro ce ne sono pochi, si capisce, infatti la scienza attira cerchie sempre più larghe – facilmente riconoscerà, anche se non si prefigge particolari osservazioni, che la maggior parte del nutrimento che finisce col trovarsi sulla terra scende dall'alto, anzi, mai una volta che noi lo s'intercetti, secondo destrezza e bramosia, prima che tocchi terra. Con ciò ancora non dico alcunché contro la scienza, è anche la terra, naturalmente, a recare questo nutrimento, sia quello che trae da sé sia quello che chiama giù, forse non c'è alcuna differenza, per la scienza, appurato che in entrambi i casi il lavoro della terra è necessario, essa forse non deve curarsi di questa differenza, ma ciò vuol dire: “se ci hai in bocca il cibo, allora per questa volta hai risolto ogni questione.” Solo che a me pare che la scienza si occupi di queste cose almeno in parte in forma meno chiara, dato che essa conosce invece due metodi principali di provvista di nutrimento, quello della lavorazione vera e propria del suolo e quello di integrazione e perfezionamento nella forma di formule magiche, danza e canto. La trovo una bipartizione certo incompleta, eppure abbastanza chiara ed adeguata alla mia differenziazione. Secondo la mia opinione la lavorazione del suolo serve alla produzione del nutrimento che viene dall'alto e di quello che viene dal suolo e rimane sempre indispensabile, formule magiche, danza e canto riguardano invece in modo più limitato il nutrimento che viene dal suolo, e servono soprattutto a trarlo dall'alto. Mi rinforza in tal concezione la tradizione. Qui il popolo sembra correggere la scienza senza saperlo e senza che la scienza osi difendersi. Se, come vuole la scienza, quelle cerimonie potessero servire solo al suolo per dargli all'incirca la forza di cogliere il nutrimento dall'alto, esse dovrebbero di conseguenza compiersi tutte per terra, tutto il suolo dovrebbe essere oggetto di sussurri, di canti e danze. La scienza non richiede altro, per quanto ne so. E dunque è curioso che il popolo con tutte le sue cerimonie si rivolga verso l'alto. Ciò non offende affatto la scienza, essa non lo vieta, all'agricoltore ne lascia la libertà, dal punto di vista dottrinario prende in considerazione solo il suolo, e se l'agricoltore mette in pratica le di lei dottrine che fanno riferimento al suolo, è soddisfatta, ma secondo la mia opinione il di lei ragionamento dovrebbe veramente richiedere di più. Ed io che mai sono stato con maggiore profondità iniziato alla scienza, non riesco proprio ad immaginarmi come gli eruditi possano tollerare che il nostro popolo, passionale com'è, invochi l'alto con formule magiche, faccia echeggiare le nostre vecchie canzoni popolari e compia passi di danza come se, scordandosi in modo definitivo il suolo, volesse lanciarsi all'insù. Evitai di rilevare queste contraddizioni, mi trattenni, dinnanzi al totale farsi prossimo al suolo del raccolto, sempre secondo le dottrine scientifiche lo razzolai danzando, torsi il capo giusto per essere il più possibile vicino al suolo, mi feci poi una buca per il muso e cantai, declamai in modo che solo il suolo, e nessun altro intorno o sopra a me, udisse. I risultati della ricerca furono scarsi, spesso non ebbi cibo e già ero sul punto di esultare per la mia scoperta, ma poi il cibo venne di nuovo come se prima fosse stata fatta della confusione tramite la mia particolare esecuzione, ma a questo punto riconobbi il vantaggio che essa induce e rinunciai volentieri al mio gridare e saltare, spesso il cibo venne anche più abbondante di prima, tuttavia in seguito venne di nuovo a mancare del tutto. Con una diligenza che fin lì al cane giovinetto era stata ignota feci minuziosi elenchi di tutti i miei tentativi, a tratti ebbi l'impressione di trovare una traccia che potesse farmi progredire, ma dopo essa si perse ancora nell'indistinto. In quest'occasione mi ostacolò incontestabilmente anche la mia insufficiente preparazione scientifica. Chi mi garantiva per esempio che la mancanza di cibo non fosse causata dal mio esperimento bensì da una lavorazione del suolo non scientificamente corretta e che la mancanza di cibo non ne fosse il risultato, quindi tutte le mie deduzioni erano inconsistenti. In certe circostanze avrei potuto pervenire ad un esperimento quasi del tutto preciso, se cioè mi fosse riuscito, senza alcuna lavorazione del suolo, di arrivare una volta sola per mezzo di cerimonie rivolte verso l'alto, alla venuta in basso del cibo. Feci tentativi del genere, ma senza solida fede e senza condizioni sperimentali perfette, infatti secondo la mia salda opinione almeno una certa lavorazione del suolo è sempre utile, ed anche se gli eretici, che non lo credono, avessero ragione, ciò tuttavia non sarebbe prevedibile poiché lo spruzzare di liquido sul suolo avviene a causa di un bisogno ed entro certi limiti è inevitabile. D'altra parte un altro esperimento un po' singolare mi riuscì meglio e fece qualche scalpore. Successivamente all'usuale attesa del nutrimento dall'aria decisi cioè di non far cadere giù il nutrimento né di aspettarlo. A tale scopo spiccai sempre, quando veniva il nutrimento, un piccolo salto tuttavia tanto calcolato che non fu sufficiente; nella maggioranza dei casi il nutrimento cadde anzi al suolo alla stanca ed io mi ci gettai sopra furente, non solo con la furia della fame, bensì con quella anche della delusione. In casi isolati accadde tuttavia qualcosa di diverso, qualcosa di particolarmente straordinario, il cibo non cadde, ma mi seguì in aria, il nutrimento dette la caccia all'affamato. Avvenne per breve tratto, non a lungo, poi esso cadde, o scomparve del tutto, o – più frequentemente – la mia brama esaurì l'esperimento ed io mangiai tutto quanto. Fui pur sempre fortunato, allora, attorno a me si bisbigliò, si fu inquieti, e trovai i miei conoscenti, diventati guardinghi, disponibili alle mie domande, nei loro occhi vidi farsi luce un qualche sostegno, ciò poteva essere anche solo il riflesso del mio sguardo, mi bastò, fui contento. Finché poi venni a sapere – e gli altri con me – che questo esperimento da lungo tempo è descritto dalla scienza, che è riuscito già molto meglio che non a me, ma che da molto non è stato compiuto a causa della difficoltà dell'autocontrollo che esso richiede, e neanche deve essere ripetuto a causa della sua pretesa irrilevanza scientifica. Appariva solo quello che si sapeva già, che il suolo non coglie il nutrimento proprio esattamente dall'alto, ma di sbieco, anzi, addirittura a guisa di spirale. Ci rimasi, dunque, ma non scoraggiato, ero ancora troppo giovane, al contrario, fui incitato alla prestazione forse più grande della mia vita. Alla svalutazione scientifica del mio esperimento non credevo, ma in ciò non mi sosteneva alcuna fede, bensì soltanto la dimostrazione, e volli intraprenderla con l'intenzione di mettere per mezzo di tale dimostrazione in piena luce al centro della ricerca anche il seguente esperimento un po' particolare. Intendevo dimostrare che quando io indietreggiavo al cospetto del cibo il suolo non lo attirava di sbieco, bensì ero io che me lo attiravo dietro. Del resto l'esperimento non potei portarlo avanti, vedere la pappatoria davanti a sé e sperimentarci sopra scientificamente, non si riusciva a sopportarlo a lungo; tuttavia intesi di far qualcos'altro, fin quando resistetti alla totale fame volli evitare ogni allettamento del cibo ed insieme ogni vista. Quando mi abbandonai così, ad occhi chiusi giorno e notte rimanendo disteso non curandomi di raccogliere il nutrimento né di aspettarlo, io non osavo sostenere tuttavia speravo sommessamente questo, che, in assenza di tutte le usuali misure, a parte l'inevitabile irrazionale innaffiatura del suolo, ed in presenza della recitazione segreta delle formule e delle canzoni (volli omettere la danza per non affaticarmi), ugualmente il nutrimento venisse giù e, trascurando il suolo, bussasse alla porta dei miei denti per esser fatto entrare – se accadeva ciò la scienza mica era confutata, essa possiede sufficiente elasticità in rapporto ad eccezioni e casi particolari, ma il popolo, che tanta elasticità per fortuna non possiede, che cosa avrebbe detto? Non sarebbe stato proprio un caso eccezionale rispetto a come si tramanda nella storia che, per dire, un tizio a causa di malattia fisica o per sua tetraggine si rifiuta di preparare il nutrimento, di cercarlo, di accoglierlo, e allora la comunità dei cani si raduna, formula suppliche ed ottiene che il nutrimento devii dal suo normale percorso diritto in bocca al malato. Io che invece ero pieno di forza e di salute, che avevo un appetito così meraviglioso da impedirmi di pensare ad altro durante la giornata, mi sottoposi, lo si voglia credere o no, volontariamente alla fame, ero pure in grado di preoccuparmi della discesa del nutrimento e ne avevo l'intenzione, non necessitavo dunque di alcun aiuto della comunità dei cani ed essa nel modo più deciso me lo sconsigliava. Mi cercai un posto adeguato all'interno d'una boscaglia appartata dove non avrei udito in alcun modo parlare di cibo, né masticare né sgranocchiare ossi, mi riempii ancora una volta per bene e poi mi sdraiai. Avevo intenzione di trascorrere se possibile tutto il tempo con gli occhi chiusi; per tutta la durata della fame sarebbe stata per me notte ininterrotta, durasse giorni o settimane. Mi riuscì poco però, grave difficoltà aggiuntiva, di dormire, quasi per nulla magari, infatti non solo dovevo implorare la discesa del nutrimento, ma anche stare in guardia allo scopo di non distrarmi dormendo, per dir così, d'altro canto dormire era ottimale, perché dormendo avrei potuto sopportare la fame molto più a lungo che da sveglio. Perciò decisi di frazionare con cura il tempo e di dormire molto, ma ogni volta per brevissimi tratti. Ci riuscii in questo modo, dormendo appoggiavo sempre il capo ad un ramo sottile che presto si piegava, con ciò svegliandomi. Giacqui così, dormii o vegliai, sognai o cantai muto per me stesso. Il tempo dapprima trascorse senza che avvenisse alcunché, forse là da dove perviene il nutrimento non era stato notato che io mi opponevo al corso normale delle cose, e così tutto restò tranquillo. Un poco nella mia fatica mi disturbò il timore che i cani si accorgessero che non c'ero, che presto mi rintracciassero ed intraprendessero qualcosa contro di me. Un altro timore era che semplicemente annaffiandolo lì, il suolo, per quanto infecondo fosse stando alla scienza, fornisse il cosiddetto nutrimento fortuito il cui odore mi avrebbe attirato. Non accadde tuttavia per il momento niente del genere ed io potei continuare il digiuno. A prescindere da questi timori io fui per il momento calmo come mai prima in me era stato osservabile. Per quanto io stessi lavorando all'abrogazione della scienza, ero colmo dell'agio e quasi della proverbiale serenità degli operatori scientifici. Fantasticai di esser perdonato dalla scienza, nel suo ambito c'era uno spazio anche per le mie ricerche, nelle orecchie mi risuonò consolante che, anche nel caso che le mie ricerche avessero successo, non solo, ma successo particolarmente grande, io non ero perduto alla vita canina, la scienza stava dalla mia, essa stessa avrebbe interpretato i miei risultati, e tale promessa significava di per sé la realizzazione, sarei, mentre fin lì interiormente mi sentivo escluso ed assalivo selvaggiamente le mura del mio popolo, stato elevato a grandi onori, il bramato calore dell'adunato corpo canino sarebbe confluito su di me, premiatissimo avrei sobbalzato sulle spalle del mio popolo. L'inizio della fame genera quest'effetto particolare. La mia prestazione mi pareva tanto grande che cominciai a piangere di commozione e di autoindulgenza lì, nella silente boscaglia, cosa del resto non tanto comprensibile, se aspettavo il meritato premio, infatti, perché poi piangevo? Solo perché mi faceva comodo. Non mi era mai andato a genio il mio pianto. Sempre e solo se mi faceva comodo, piuttosto di rado, ho pianto. Però quella volta finì alla svelta. Le belle immagini si volatilizzarono gradualmente con autol'acuirsi della fame, non durarono, ed io restai solo, dopo veloce congedo di tutte le fantasie e d'ogni commozione, con la fame che mi bruciava le viscere. “E' la fame”, mi dissi allora mille volte come se volessi convincermi che io e la fame fossimo ancor sempre due cose distinte ed io potessi liberarmene come d'una amante noiosa, ma in realtà noi eravamo dolorosissimamente una cosa sola, e se mi spiegavo che “era la fame” parlava la fame stessa e con ciò si prendeva gioco di me. Brutto momento, brutto! Se ci penso mi vengono i brividi, non solo però per la pena dentro cui sono passato, ma prima di tutto perché non l'avevo spuntata, perché in tale pena avrei dovuto passare ancora se volevo ottenere qualcosa, ancor oggi digiunare io lo considero infatti come il definitivo e più potente mezzo della mia ricerca. Dalla fame passa la via, il massimo non è altro che la più alta prestazione raggiungibile, se raggiungibile, e tale prestazione più alta è tra noi cani il digiuno volontario. Se approfondisco dunque quei tempi – e vado rivangandoli molto volentieri – approfondisco anche i tempi che su di me incombono. Sembra che si debba lasciar passare quasi una vita prima di rimettersi ad una prova del genere, tutti gli anni della mia maturità mi separano da quel digiuno, ma ancora non mi sono ripreso. Se prossimamente inizio a digiunare, forse avrò più saldezza di allora come effetto della mia maggiore esperienza e del miglior discernimento della necessità della prova, ma le mie forze sono più scarse di allora, per lo meno, mi esaurirò già nella mera attesa dei noti timori. Il mio appetito più debole non mi gioverà, scredita solo un poco la prova e forse mi costringerà a digiunare più a lungo di quanto sia stato capace quella volta. Di tali presupposti e di altri credo di rendermi conto, certo in questo lungo intervallo di tempo non sono mancati esperimenti preliminari, abbastanza spesso nella fame vera e propria ci sono cascato, ma non fui forte al massimo, e la spregiudicata aggressività giovanile naturalmente è svanita per sempre. Già allora scemava, nel corso della fame. Mi tormentavano riflessioni varie. I nostri avi mi sembravano minacciosi. Certo, io li considero, anche se non oso dirlo pubblicamente, responsabili di tutto, hanno colpa della vita canina ed io potrei rispondere facilmente alla loro minaccia con una contro-minaccia, ma mi inchino al cospetto della loro dottrina, essa ebbe origine dal tormento di cui noi non siamo più consapevoli, perciò, anche se sono spinto a battermi contro di loro, mai trasgredirei manifestamente le loro leggi, mi limito a sfuggire attraverso le smagliature della legge, per cui possiedo un naso particolare. In merito al digiuno mi appello al celebre dialogo nel cui corso uno dei nostri saggi espresse l'intenzione di proibirlo, ciò di cui un secondo lo sconsigliò domandando: “Ma chi vuoi che digiuni?”, ed il primo rimase persuaso ritirando la proibizione. Ora si ripropone la questione: “Allora, il digiuno non è propriamente proibito?” La maggior parte degli esegeti la rigetta e ritiene consentito il digiuno, è dell'opinione del secondo saggio e per questo non teme alcuna spiacevole conseguenza d'una esegesi erronea. Me ne sono accertato bene prima di iniziare il digiuno. Però, quando mi contorsi dalla fame ed in preda alla confusione mentale cercai senza tregua scampo nelle mie gambe posteriori leccandole disperato, masticandole, succhiandole fino all'ano, l'interpretazione generale di quel dialogo mi parve del tutto falsa, maledissi la dottrina esegetica, maledissi me stesso che da tal dottrina mi ero fatto ingannare, anzi, come un giovinetto doveva, in particolare uno che aveva fame, compresi il dialogo come un tutt'uno che proibiva il digiuno, il primo saggio intendeva proibirlo, ciò che una persona assennata vuole è già cosa fatta, il digiuno dunque era vietato, il secondo saggio non solo approvava, ma riteneva il digiuno addirittura impossibile, dunque scorreva nel primo divieto anche un secondo divieto, quello naturale canino, il primo lo apprezzava e poneva un freno al divieto formale, in altri termini comandava ai cani, tutto ciò esposto, di esercitare saggezza e di vietarsi il digiuno. Un divieto triplo, invece che l'unico abituale, ed io lo avevo violato. Avrei dunque a questo punto obbedito, certo, in ritardo, e smesso il digiuno, ma oltre che tormentato venni sedotto dalla continuazione del digiuno, e, lascivo come un qualsiasi cane, cedetti. Non riuscii a smettere, forse ero anche già troppo fiaccato per tirarmi su e mettermi in salvo nella contrada circostante. Mi rotolai qua e là nello strame fogliaceo, dormire non potevo più, udivo in particolar modo dello strepito, con la mia fame pareva essersi destato il mondo che durante la mia vita fino a quel momento aveva dormito, mi immaginai che mai più sarei stato autorizzato a mangiare, mangiando dovevo infatti riportare al silenzio il mondo lasciato libero di strepitare e non ne sarei stato capace, del resto il maggior strepito me lo sentivo nella pancia, ci mettevo l'orecchio sopra e devo aver avuto l'orrore nello sguardo, perché facevo fatica a credere a quel che udivo. Ed allorquando ciò si aggravò, sembrò che anche la vertigine s'impadronisse della mia fisicità che compì insensati tentativi di salvezza, cominciai a sentire odore di cibo, cibo squisito che da tanto tempo non avevo più mangiato, gioie della mia infanzia, anzi, sentii l'odore del seno di mia madre; dimenticai la mia decisione di voler resistere agli odori, o meglio non la dimenticai, me la trascinai dietro da ogni parte come se si trattasse di una decisione necessaria, pochi passi soltanto ed annusavo come se cercassi unicamente il cibo allo scopo di guardarmene. Di non trovare niente non mi scoraggiai, i cibi erano erano lì, solo pochi passi oltre, mi si piegavano prima le gambe. Sapevo però insieme che non c'era alcunché, che facevo quei piccoli movimenti solo per via dell'angoscia in vista del fallimento definitivo in un posto che non avrei più lasciato. Svanirono le ultime speranze, gli ultimi allettamenti, in questo posto sarei andato miseramente in rovina, che significato avevano le mie ricerche, tentativi infantili del tempo infantile più felice, qui ed ora la cosa era seria, la ricerca era qui che avrebbe potuto dimostrare il suo valore, ma lei dov'era? Qui c'era solo un cane che impotente cercava di addentare a vuoto, che ancora, anzi, in modo spasmodicamente frettoloso continuava ad innaffiare il suolo, ma dall'intero guazzabuglio delle formule magiche non riusciva a farsi venire in mente più nemmeno quella più misera, neppure la strofetta dei neonati che si rannicchiano sotto la loro madre. Era come se fossi separato dai fratelli non di pochi balzi, ma infinitamente fossi lontano da tutti, come se mica crepassi di fame vera e propria, bensì in conseguenza del mio stato di abbandono. Era però evidente che a nessuno importava di me, a nessuno sotto terra, a nessuno sopra, a nessuno in alto, andavo in rovina nella loro indifferenza, che diceva: lui crepa, cose che capitano. E io, non sono d'accordo? Non ho detto la stessa cosa? Non l'ho voluta, questa solitudine? Certo, cani, ma non per arrivare a questo punto, per giungere invece alla verità via da questo mondo di menzogna dove non si trova nessuno da cui si possa venire a sapere la verità, neanche da me, nato cittadino della menzogna. Forse la verità non si trovava affatto lontana, solo che lo era per me, che fallivo e crepavo. Non si muore tuttavia tanto alla svelta come crede un cane nevrotico. Caddi solo nell'impotenza, e quando mi destai ed aprii gli occhi, lì davanti c'era una cane sconosciuto. Non sentivo nessuna fame, ero molto in forze, mi pareva che nelle giunture vi fosse elasticità, per quanto non facessi alcun tentativo di verificarlo mettendomi in piedi. Guardai senza particolare attenzione, davanti a me c'era un cane, bello, ma non in modo insolito, vidi questo e nient'altro, ma ritenendo di guardarlo attentamente. Sotto di me c'era sangue, alla prima occhiata pensai che fosse cibo, ma poi riconobbi che si trattava di sangue che avevo vomitato io. Mi volsi dal sangue verso il cane sconosciuto. Magro, di gamba lunga, marrone, qua e là chiazzato di bianco, aveva un bello sguardo, forte, indagatore. “Che cosa ci fai, qui?”, disse, “devi andartene.” “Ora non riesco ad andarmene”, dissi senza altre spiegazioni, come avrei infatti potuto spiegargli tutto, inoltre sembrava che avesse fretta. “Per favore, vattene”, disse, ed irrequieto sollevò una gamba dopo l'altra. “Lasciami perdere”, dissi, “va', e non ti preoccupare per me, gli altri non se ne preoccupano.” “Te ne prego, per il tuo bene”, disse. “Prega per quello che vuoi”, dissi, “anche se volessi, io non posso.” “Ci manca solo questo”, disse sorridendo. “Tu puoi farcela. Appunto perché sei debole ti prego di andartene piano piano, se esiti poi dovrai correre.” “Lascia che ad occuparmene sia io”, dissi. “E' anche affar mio”, disse contristato dalla mia caparbietà, e visibilmente stava già per lasciarmi lì in via provvisoria, ma anche per approfittare dell'occasione di avvicinarsi a me amorevolmente. In un altro momento volentieri avrei lasciato correre la cosa con indulgenza, ma in quel caso non la capivo e mi fece orrore, “Via”, gridai più alto di quanto del resto fosse giustificato. “Sì sì, ti lascio”. Disse arretrando lentamente. “Sei strano. Non ti piaccio?” “Tu mi piacerai se te ne vai e mi lasci in pace”, dissi, ma non ero più tanto sicuro di me come volevo far credere. Un qualcosa lo vedevo, in lui, con la mia sensibilità acuita dalla fame, era all'inizio, cresceva, si approssimava, ed io già lo sapevo: questo cane è in possesso della forza di cacciarti da qui, per quanto tu non possa immaginarti come potresti mai alzarti. E lo guardai con brama crescente, lui che aveva scosso solo un poco il capo davanti alla mia grossolana risposta. “Chi sei?”, domandai. “Sono un cacciatore”, disse. “E perché non vuoi lasciarmi qui?”, domandai. “Mi disturbi”, disse, “non posso cacciare se tu sei qui.” “Provaci”, dissi, “forse ci riuscirai, a cacciare. “No”, disse, “mi rincresce, ma devi andartene.” “Non cacciare, oggi!”, lo pregai. “No”, disse, “Devo.” “Io devo andarmene, tu devi cacciare, dissi, “non c'è che il dovere. Lo capisci, tu, perché noi dobbiamo?” “No”, disse, “ma non c'è nulla da capire, sono cose naturali ed evidenti”. “Eh no”, dissi, “ti rincresce di dover mandarmi via e ciò nonostante lo fai.”E' così”, disse. “E' così”, ribattei io contrariato, “non è una risposta. Qual rinuncia ti è più agevole, quella a cacciare o quella a mandarmi via?” “La rinuncia alla caccia”, disse senza indugio. “Ordunque, c'è una contraddizione.” “Quale contraddizione?”, disse. “Tu, caro cagnolino, davvero non lo capisci che io devo? Non capisci quel che è evidente?” Cessai di replicare perché mi accorsi – e nuova vita perciò mi attraversò, vita come ne dà il terrore – mi accorsi da impercettibili dettagli che nessuno tranne me forse avrebbe potuto notare, che il cane dal profondo del suo petto dava inizio ad un canto. “Tu canterai”, dissi. “Sì”, disse serio, “presto canterò, ma non ancora.” “Tu stai iniziando”, dissi. “No”, disse, “ancora no. Ma tienti pronto.” “Lo sento già, anche se tu neghi”, dissi tremando. Tacque. Ed allora credetti di riconoscere qualcosa di cui nessun cane prima di me mai è venuto a conoscenza, almeno, non se ne trova nella tradizione il minimo accenno, ed affondai svelto con infinita ansia e vergogna la faccia nella pozza di sangue davanti a me. In altri termini ritenni di riconoscere che il cane già stava cantando senza saperlo, anzi di più, che la melodia si staccava da lui librandosi via nell'aria secondo una propria legge, come se lui non ne fosse partecipe, tendendo verso di me, solo verso di me. Oggi nego naturalmente qualsiasi riconoscimento del genere e ne attribuisco la responsabilità alla mia sovreccitazione del momento, ma, per quanto la cosa fosse un errore, un errore di una certa grandiosità, si tratta dell'unica per quanto apparente realtà che ne ho conservato ed indica almeno quanto lontano noi possiamo arrivare per mezzo dell'essere forsennati. Ed io lo ero veramente. In circostanze normali sarei stato profondamente invalido, incapace di muovermi, ma non riuscii a resistere alla melodia che il cane presto sembrò adottare come fosse sua. Essa si faceva sempre più poderosa; la sua espansione forse non aveva limiti, e già stava quasi facendomi scoppiare l'udito. Il peggio era però che sembrava fatta per me, questa voce davanti alla cui solennità il bosco ammutolì, soltanto per me, chi ero io che osavo restare ancora lì adagiato al suo cospetto nel mio sudiciume sanguinolento? Tremante mi sollevai e mi guardai sotto, “questa roba qui non correrà”, pensai, ma già fuggivo con i più magnifici balzi scacciato dalla melodia. Ai miei amici non raccontai nulla, probabilmente al mio arrivo avrei raccontato ogni cosa, forse, ma dopo tornò a sembrarmi in comunicabile, ero troppo stanco. Parlando, irreprimibili allusioni si persero senza lasciare traccia. Del resto mi rimisi in poche ore, fisicamente, spiritualmente ne sopporto ancora le conseguenze.

Estesi tuttavia le mie ricerche sulla musica dei cani. Anche in questo caso ebbe a che farci certo la scienza, la musicologia è, se sono ben informato, ancora più vasta della scienza nutrizionale e comunque fondata in modo più rigoroso. Ciò è spiegabile con il fatto che in quest'ambito si può lavorare più spassionatamente che in quello, e che in musicologia sono più in questione osservazioni pure e sistematizzazioni, nella scienza nutrizionale al contrario sono in questione conseguenze pratiche. Ne deriva che il rispetto per la musicologia è maggiore di quello per la scienza nutrizionale, la prima tuttavia non poté mai penetrare in seno al popolo così profondamente come la seconda. Anch'io nei confronti della musicologia mi posi più da estraneo che nei confronti d'una qualche altra scienza, prima di aver udito la voce nel bosco. Certamente già l'esperienza dei cani musici aveva attirato la mia attenzione sulla musicologia, ma allora ero ancor troppo giovane, inoltre a questa scienza non è facile anche soltanto accostarsi, è considerata difficile in modo particolare e resta segregata preziosamente rispetto alla massa. Nel caso di quei cani la musica era stata davvero la cosa più notevole, ma a me sembrò più importante della musica la di lei segreta essenza, forse e soprattutto non si trova alcunché di simile a quella musica orrifica, altrove, dapprima ce la feci a trascurarla, ma quell'essenza ovunque, in ogni cane, poi mi colpì. Al fine di penetrare nella natura canina mi sembrarono tuttavia, le ricerche in merito al nutrimento, conducenti alla meta nel modo più appropriato e privo di lungaggini. Forse in questo mi sbagliavo. Sospettavo già allora che tra le due scienze vi fosse un'intersezione. Si tratta della nozione per cui il canto attira in basso il nutrimento. Ancora, in questo caso, per me è assai disturbante che anche in musicologia io non sia mai penetrato seriamente e che a tal riguardo assolutamente mai riesca a contare su quella mezza cultura sempre particolarmente disdegnata dalla scienza. Al cospetto d'un erudito reggerei molto male, purtroppo ne sono consapevole, anche nella più semplice verifica scientifica. Ciò dipende com'è naturale, in rapporto alle già menzionate circostanze della mia vita, per prima cosa dalla mia inabilità scientifica, dalla modestissima potenza di pensiero, dalla cattiva memoria, e soprattutto dall'incapacità di mantenermi davanti agli occhi la meta scientifica. Ammetto tutto ciò, anche con una certa gioia. Infatti la ragione più profonda della mia inabilità scientifica a me pare risiedere in un istinto, e però non negativo. Se volessi darmi arie potrei dire che proprio questo istinto ha distrutto la mia abilità scientifica, infatti sarebbe per lo meno un fatto assai notevole che io, che mostro nelle normali cose quotidiane della vita, che certo non sono le più semplici, un discreto ingegno e che soprattutto, se non la scienza, comprendo molto bene gli eruditi, come si verifica dai miei risultati, a priori dovessi essere stato inabile a sollevare la zampa anche soltanto fino al primo gradino della scienza. Fu l'istinto che proprio per amor della scienza, ma di un'altra scienza rispetto a quella praticata oggi, una scienza nuovissima, che mi fece stimare più di tutto il resto la libertà! La libertà beninteso che oggi è possibile, una pianta modesta. Ma pur sempre libertà, pur sempre un bene.

(Dedico questa traduzione a Anita Rho e a Ervino Pocar (N.S.))

lunedì 12 gennaio 2015

A chi legge

Nel rileggere la traduzione da Josefine, che si trova pochi post qui sotto, troviamo con rammarico qualche piccolo errore, in genere dovuto a distrazione, oppure al sovrapporsi di più versioni, quando l'ultima non sopprime del tutto la precedente. Non chiediamo a chi legge "scusa", sarebbe troppo, ma comprensione. Garantiamo infatti che questa traduzione, fatta come le altre per amore di Kafka e della lingua tedesca, è stata davvero dura da portare fino al termine. 
Niente, a confronto con la prossima, intitolata Un cane ricercatore. Si tratta di un testo di interesse epistemologico, in altri termini ci squaderna K come filosofo della scienza.

domenica 27 luglio 2014

Attraversamento della Grande Acqua

Nell'autobiografia di I.B.Singer (Ricerca e Perdizione) si indica in otto giorni il tempo della traversata dell'Atlantico da Cherbourg a New York, fatta dal Singer stesso nel 1935. Ciò induce a pensare che i cinque giorni di cui parla Kafka nel primo capitolo di America in merito alla traversata dell'Atlantico da Hamburg a New York (evidentemente parecchi anni prima del "35, con ogni probabilità con nave meno veloce) potrebbero essere una "licenza poetica". Sì, la nave di cui tratta Kafka è narrativa, ma Franz si sarà documentato un poco sull'America, no? 

giovedì 17 luglio 2014

Il popolo dei topi

Ho inserito nel post precedente il racconto Josefine la cantante, ovvero il popolo dei topi, credo l'ultimo scritto da Kafka. La traduzione che offro rispetta la mancanza d'ariosità nella prosa di K, in altri termini tradisce tale prosa il meno che può. K fu del resto un pensatore di grande sottigliezza, ma non sempre la sua sottigliezza riesce a distinguersi dal dubbio ossessivo o dall'oziosità. Dall'inciso, dall'arzigogolo.

Josefine è una storia che di animale ha poco, i topi c'entrano fino a un certo punto. In questione è il rapporto tra l'artista ed il popolo. Tra il popolo e l'artista. L'importanza della dimensione spettacolare dell'arte, la scontatezza della critica che rimprovera all'arte di non essere altro che impostura - "questo lo saprei fare anch'io".

F.Kafka: Josefine la cantante, ovvero il popolo dei topi

La nostra cantante si chiama Josefine. Chi non l'ha udita ignora il potere del canto. Non c'è alcuno che il suo canto non trascini, ciò che vale anche di più dal momento che la nostra specie solitamente non ama la musica. La tranquillità del silenzio è la musica che noi preferiamo; la nostra vita è difficile, anche se abbiamo fatto lo sforzo di liberarci per una volta di ogni cruccio quotidiano, non sappiamo più elevarci a quanto è tanto lontano, come la musica, dalla nostra solita vita. Tuttavia non ce ne lagniamo molto; non arriviamo neanche a questo; una certa qual furbizia pratica, che però ci serve senza dubbio in sommo grado, noi la poniamo come nostra massima virtù, e cerchiamo di confortarci soprattutto con il sorriso di tal furbizia, e se una volta dovessimo avere desiderio della felicità – ciò del resto non accade - esso devia dalla musica, forse. Solo Josefine è differente; lei ama la musica e sa anche produrne; è l'unica; con la sua dipartita la musica – chissà per quanto tempo – scomparirà dalla nostra vita.
Ho riflettuto spesso su come stanno davvero le cose in merito a questa musica. E' certo che noi siamo del tutto non musicali; come accade che comprendiamo il canto di Josefine o, dal momento che lei nega la nostra comprensione, crediamo di comprenderlo? La risposta più semplice sarebbe che la bellezza di questo canto è tanta che anche i sensi più ottusi non san resistere, ma tale risposta non soddisfa. Fosse davvero così, in presenza di questo canto si dovrebbe in primo luogo e sempre sentire lo straordinario, sentire qualcosa che solo quest'unica Josefine e nessun altro ci abilita ad udire, qualora risonasse da questa gola qualcosa da noi mai udito finora e che non siamo capaci di udire. Ciò, secondo la mia opinione, non succede proprio, io non lo sento e neppure ho notato alcunché di simile in altri. In cerchie intime noi parliamo con franchezza del fatto che il canto di Josefine non rappresenta nulla di eccezionale, come canto.
Si tratta poi davvero di canto? A dispetto della nostra non musicalità noi abbiamo tradizioni canore; ci fu, nei nostri tempi antichi, del canto; ne raccontano leggende, e si conservano perfino canzoni che però nessuno sa più cantare. Un sentore di che cos'è il canto dunque lo abbiamo, e l'arte di Josefine in realtà non vi corrisponde. Si tratta poi davvero di canto? Non è invece forse solo uno squittire? E noi tutti del resto conosciamo lo squittire, è la vera capacità artistica del nostro popolo, o, molto meglio, non una capacità, piuttosto una caratteristica manifestazione di vita. Tutti noi squittiamo, ma nessuno pensa certo di dar luogo con ciò a qualcosa di artistico, squittiamo senza farci caso, di più, senza capirlo, e tra noi ci sono molti che ignorano del tutto che lo squittire appartiene alle nostre caratteristiche. Se dunque fosse vero che Josefine non canta, ma squittisce soltanto e forse addirittura, come almeno a me pare, varca a mala pena il limite dello squittire normale – anzi, forse non ha neppure la forza bastevole a questo squittire normale, quando invece uno sterratore qualsiasi riesce a farlo tutto il giorno mentre è al lavoro – se fosse vero, allora certo la pretesa artisticità di Josefine sarebbe confutata, ma poi ci sarebbe, a maggior ragione, da risolvere l'enigma della sua grande efficacia.
Non è tuttavia proprio soltanto uno squittire, quel che lei produce. Ci si metta distanti da lei e si ascolti, o, ancor meglio, ci si faccia interrogare in merito, canti Josefine putacaso tra altre voci e ci si dia il compito di riconoscere la sua, allora inevitabilmente non si coglierà altro che un normale squittire, magari poco appariscente, che sta tra il delicato ed il fioco. Ma si resti davanti a lei, non è soltanto uno squittire; ai fini della comprensione della sua arte è necessario non solo udirla, ma anche vederla. Anche se si trattasse del nostro squittire quotidiano, però, già innanzitutto la singolarità consiste nel fatto che qualcuno si metta con solennità a fare null'altro che il solito. Schiacciare una noce non è davvero arte, nessuno oserà radunare un pubblico per schiacciare noci allo scopo d'intrattenerlo. Ma se lo fa ed il suo proposito riesce, allora può essere in questione non solo il puro e semplice schiacciar noci. O no, si tratta di schiacciar noci, ma salta fuori che noi abbiamo ignorato quest'arte perché la conoscevamo perfettamente, e che tal nuovo schiacciatore di noci ne indica per primo l'essenza particolare, ragion per cui, s'egli è un po' meno abile nello schiacciar noci della maggioranza di noi, ai fini del risultato ciò potrebbe perfino essere vantaggioso.
Forse succede qualcosa di simile con il canto di Josefine, noi ammiriamo in lei quel che non ammiriamo affatto in noi, del resto lei concorda in pieno con noi a quest' ultimo riguardo. Una volta ero presente quando qualcuno, come naturalmente accade spesso, richiamò senza sfacciataggine la di lei attenzione sul generale squittire popolare, per Josefine ciò fu troppo. Non ho ancora visto un sorriso tanto sfrontato, altezzoso, come quello che allora fece lei; lei, che è esteriormente la tenerezza perfetta, che par tenera anche all'interno del nostro popolo, ricco di simili figure di donna, quella volta si mostrò meschina; del resto, sensibile com'è, riuscì a sentire di esser meschina, e si contenne. Comunque lei nega ogni rapporto tra la sua arte e lo squittire. Non si cura di color che sono di opinione contraria, forse segretamente li odia. Non si tratta della solita vanità, infatti gli oppositori, tra i quali in parte mi trovo, l'ammirano certo non meno della massa, ma Josefine non vuole essere ammirata soltanto, vuole essere ammirata esattamente nel modo da lei stabilito, niente le garba dell'ammirazione generica. E quando le sediamo davanti, lei ne ha contezza; solo da lungi si pratica l'opposizione; quando le sediamo davanti, sappiamo che quel che lei squittisce non è affatto uno squittire.
Poiché lo squittire fa parte delle nostre abitudini involontarie, si potrebbe opinare che anche all'interno dell'uditorio di Josefine taluni squittiscano; che, nonostante l'arte sua, ci venga bene squittire, e che, se ci va, noi squittiamo; invece il suo uditorio non squittisce, se ne sta zitto zitto, taciamo come fossimo divenuti partecipi alla bramata armonia da cui il nostro proprio squittire come minimo ci allontana. E' nel suo canto, la malia, o non lo è molto di più nel silenzio solenne da cui la sua deboletta voce è circondata? In un caso capitò che una qualunque, durante il canto di Josefine, iniziasse a squittire candidamente, anche lei, una stolta cosuccia. Orbene, si trattava assolutamente della stessa cosa che udivamo da parte di Josefine; là davanti, nonostante tutto il mestiere, sempre lo stesso timido squittire, qui, tra il pubblico, lo svagato infantile squittire; indicarne la differenza sarebbe stato impossibile; e però fischiammo e squittimmo addosso alla disturbatrice per quanto non fosse necessario, infatti lei si sarebbe nascosta lo stesso, impaurita e vergognosa, intanto che Josefine iniziava ad intonare il suo squittire trionfale protendendo le braccia, tutta fuor di sé, gonfio al massimo il collo.
Del resto lei è sempre così, ogni inezia, ogni caso, ogni insubordinazione, uno scricchiolio in platea, un digrignar di denti, ogni disturbo dell'illuminazione, lei lo ritiene confacente ad aumentare l'effetto del suo canto; di fatto lei canta, questa la sua opinione, davanti a orecchie dure; passione e plauso non mancano, ma lei ha imparato a rinunciare alla comprensione autentica, come pensa. Ecco che ogni disturbo le viene a fagiolo; tutto quel che da fuori si oppone alla purezza del suo canto e che è vinto con lieve lotta, anzi senza lotta, con il solo mezzo del raffronto, può contribuire a destare la massa, ad insegnarle certo non la comprensione, ma il rispetto responsabile.
Se tuttavia le fa tanto gioco il meno, quanto maggiormente le serve il più? La nostra vita è molto agitata, ogni giorno porta sorprese, angosce, speranze e spaventi che il singolo non può sopportare da solo senza l'appoggio del compagno in qualsiasi momento del giorno e della notte; ma anche così spesso è davvero difficile; talvolta sotto il fardello cui era destinato uno solo, tremano anche mille spalle. E' allora che Josefine stima che sia venuto il suo momento. Eccola, la tenera creatura, vibrante il suo petto di straordinaria angoscia, è come se avesse radunato tutta la sua forza, come se in lei ciò che non serve direttamente al canto fosse proibito; devolve tutte le sue forze, quasi tutta la sua vitalità, ai buoni spiriti della protezione, come se un alito più freddo, intanto che lei si trova tutta rinserrata nel canto, potesse ucciderla. Tuttavia davanti ad un simile spettacolo noi supposti oppositori siamo soliti dirci: ”Non sa neanche squittire; deve sforzarsi in modo così spaventoso, e non per cavar da se stessa un po' di canto – non parliamo mai di canto – ma il solito squittire.” Questo il nostro parere, certo è un'impressione inevitabile, eppur fuggevole, che cessa velocemente. E già anche noi ci immergiamo nel sentimento della moltitudine stante in ascolto calda, accostati i corpi, in soggezione, il fiato sospeso.
E per radunare intorno a sé tal moltitudine di popolo, il nostro, che più o meno in continuo movimento scappa qua e là, nella maggioranza dei casi Josefine non deve far altro che prendere quella posizione, testolina inclinata indietro, bocca semiaperta, occhi volti all'insù, indicante che lei intende cantare. Può farlo dove vuole, non dev'essere affatto un luogo visibile da lontano, è adatto anche un qualche oscuro angoletto scelto a caso per improvviso capriccio. La notizia che lei ha intenzione di cantare si propaga lo stesso, e velocemente si allungano processioni. Ora, capita che subentrino ostacoli, Josefine preferisce cantare proprio nei momenti d'inquietudine, molteplici preoccupazioni e necessità ci costringono quindi a svariati percorsi, con la migliore volontà non si riesce radunarsi con la velocità che Josefine desidera, e lei in tali occasioni se ne sta lì con la sua aria d'importanza senza un totale sufficiente di uditori, per un po' – allora s'infuria, scalpita, impreca in modo non certo femminile, anzi, arriva a mordere. Eppure neanche una condotta del genere nuoce alla sua reputazione; invece di porre qualche argine alle sue enormi pretese ci si sforza di aderirvi; si mandano messaggeri a chiamar gli uditori; tenendoglielo segreto; si notano nelle vie vicine vedette far cenni di sbrigarsi a chi si avvicina; fino a quando da ultimo non si raccoglie un numero passabile di uditori.
Che cosa spinge il popolo a disturbarsi tanto per Josefine? Trattasi di questione non più facile da risolvere di quella inerente il canto di Josefine, ma ad essa legata. Potremmo cancellarla ed unificarla con la seconda, se si sostenesse a un dipresso che il popolo è incondizionatamente devoto al canto di Josefine. Ma non è così; il nostro popolo quasi ignora la devozione senza condizioni; questo popolo amante più di tutto dell'astuzia bonaria, del bisbiglio infantile, del pettegolezzo innocente, com'è ovvio, e leggibile solo a fior di labbra, un tal popolo non può comunque abbandonarsi senza condizioni, lo sente bene anche Josefine, ecco che cosa lei combatte sforzando la sua deboletta gola.
Non è certo lecito andar troppo lontano opinando che il popolo è devoto a Josefine ma non in modo incondizionato. Per dirne una, non sarebbe capace di ridere di lei. E' garantito che più d'uno incita a ridere di lei; e noi siamo gente che è sempre prossimo al ridere od al deridere; a dispetto di tutte le disgrazie della nostra vita da noi è sempre di casa per dir così un sommesso riso; ma non su Josefine. A volte ho l'impressione che il popolo interpreti il suo rapporto con Josefine nel senso che lei, questa creatura fragile, valetudinaria, in qualche modo speciale, secondo lei speciale per via del canto, gli sia affidata e che sia doveroso preoccuparsi di lei; nessuno ne sa la ragione, ma il fatto è sicuro. E su quel che ci è affidato non si ride; riderne sarebbe violazione dei doveri; il massimo della cattiveria è quel che i peggiori tra noi aggiungono: “Il ridere ci passa, se vediamo Josefine.”
Così il popolo si preoccupa per Josefine a mo' di un padre che si prende cura di un figlio che tende verso di lui le sue manine – non sappiamo se imploranti od incoraggianti. Il nostro popolo non è capace di compiere questi doveri, si potrebbe obbiettare, ma in realtà li esercita, almeno in questo caso, in modo esemplare; nessun singolo individuo potrebbe fare quello di cui il popolo come totalità è capace. Di sicuro la differenza di forza tra il popolo e il singolo è tanto enorme, basta questo, da attirare il protetto nel calore della sua vicinanza, e la protezione è sufficiente. A Josefine del resto non si osa parlare di tali cose: “Io squittisco per proteggervi”, lei dice, “Sì sì, tu squittisci”, pensiamo noi. E non c'è davvero nessuna obbiezione, se lei si ribella, poiché tali ribellioni fanno parte dell'indole infantile e della riconoscenza infantile, ed il padre, secondo la sua natura, non ne tiene conto.
Però conta anche dell'altro, che è difficile da spiegare, in questa relazione tra popolo e Josefine. Lei in altri termini è dell'opinione contraria, crede di essere la protettrice del popolo. Il suo canto ci salva per dir così da condizioni peggiori in politica ed in economia, niente di meno, e se non allontana i guai almeno ci dà la forza di tollerali. Non che lei si esprima così, od in altri modi, di base parla poco, tace in mezzo ai chiacchieroni, ma lampeggiano dai suoi occhi, certe opinioni, rilevabili dalla sua bocca chiusa – tra noi pochi san tenerla chiusa, lei ci riesce. Dopo ogni cattiva notizia – e certi giorni esse si rincorrono, tra loro le false e le vere a metà – lei si alza, quando di solito anela fiaccamente il suolo, tende il collo e tenta la visione generale del suo gregge, come il pastore in vista del temporale. Certo anche i bambini, secondo la loro indole rozzamente priva di autocontrollo, hanno pretese simili, che però in Josefine non sono altrettanto prive di fondamento. E' chiaro che lei non ci salva né ci dà alcuna forza, è facile atteggiarsi a salvatore di questo popolo che pure si è sempre salvato da solo, foss'anche a costo di olocausti in merito ai quali lo storico – in genere noi trascuriamo del tutto gli studi storici – impietrisce orripilato. Eppure è vero che proprio in stato di necessità, più che non nella normalità, stiamo ad ascoltare la voce di Josefine. Le minacce che incombono su di noi ci rendono più silenziosi, più modesti, più arrendevoli in rapporto all'attitudine al comando di Josefine; ci raduniamo di buon grado, di buon grado ci stringiamo gli uni agli altri; in particolare perché ciò accade del tutto collateralmente rispetto alla straziante questione principale; è come se noi tornassimo in fretta – necessaria fretta, Josefine lo dimentica troppo spesso – a bere insieme al calice della pace, in vista della battaglia. Non si tratta di un'esibizione canora, ma, molto di più, di un'adunata popolare in cui il popolo tace del tutto prima del deboletto squittire; l'ora è troppo seria perché si voglia trascorrerla nelle chiacchiere.
Ora, d'una simile relazione Josefine non potrebbe rallegrarsi affatto. Nonostante tutto il malessere nervoso che, a causa della sua posizione mai del tutto chiarita, la colma, lei non nota tante cose, accecata dal suo orgoglio, e può senza grande sforzo essere indotta alla sopravvalutazione di molte cose, una schiera di zelatori è a tale proposito, dunque in un senso in genere proficuo, sempre attiva, ma non sprecherebbe certo per loro il suo canto, per quanto ciò in sé non sarebbe affatto poca cosa - lei da una parte, inosservata, in un angolo dell'adunata popolare.
Tuttavia non ha da fare neanche questo, perché la sua arte non resta inosservata. Per quanto noi ci si occupi di tutt'altro e non domini assoluto il silenzio solo per amor del canto, e molti non alzino lo sguardo, premendo anzi il muso nella pelliccia del vicino, e Josefine lassù sembri affaticarsi a vuoto, tuttavia – è innegabile - qualcosa del suo squittire penetra immancabilmente anche in noi. Questo squittire, che si leva dove a tutti gli altri è imposto di tacere, viene quasi come un messaggio del popolo ai singoli; il delicato squittire di Josefine tra le gravi decisioni è quasi come la misera esistenza del nostro popolo nel mezzo del tumulto del mondo ostile (corsivo a cura del traduttore). Josefine si afferma, questa nullità in fatto di voce, di prestazione, si afferma e si fa strada verso di noi, ciò fa pensare. Un artista del vero canto, se mai tra noi ce ne potesse trovare uno, non lo sopporteremmo di certo, in simili occasioni, e respingeremmo unanimi l'insensatezza di una simile esibizione. A Josefine piacerebbe esser protetta dal conoscere che il fatto che noi stiamo ad ascoltarla è una dimostrazione contro il di lei canto. Ne ha certo il sentore, perché altrimenti negherebbe così appassionatamente che noi la stiamo ad ascoltare? Eppure al di là di tal sentore continua ogni volta a cantare di nuovo, e squittisce tuttavia.
Però sarebbe pur sempre una consolazione per lei: stiamo ad ascoltarla davvero, per dir così, probabilmente in modo analogo a come si sta ad ascoltare un artista del canto; lei perviene a risultati cui inutilmente presso di noi aspirerebbe un artista del canto, e che solo ai suoi insufficienti mezzi sono per l'appunto consentiti. Ciò sta certo in relazione principalmente con il modo di vivere del nostro popolo.
In esso è ignota ogni giovinezza, a malapena si conosce un'infanzia brevissima. E' vero, con regolarità si rivendica la possibilità di garantire ai bambini una libertà speciale, una cura speciale, il diritto ad un po' di spensieratezza, ad un po' di sgambettamento a vuoto, ad un po' di gioco, è un diritto che si potrebbe riconoscere dandogli una realizzazione; si manifestano tali rivendicazioni e quasi tutti le approvano, ma non v'è nulla che nella realtà della nostra vita potrebbe esser meno concesso, si approvano le rivendicazioni, si fanno tentativi in tal senso, ma presto tutto di nuovo ricade dalla parte dei vecchi. La nostra vita purtroppo è siffatta che un bambino, non appena corre un poco e può discernere l'ambiente, deve occuparsi di sé proprio come un adulto, i territori nei quali per convenienza dobbiamo vivere dispersi sono troppo vasti, troppi i nostri nemici che dappertutto ci creano pericoli imprevedibili – non possiamo tenere i bambini lontani dalla lotta per l'esistenza, se lo facessimo ciò vorrebbe dire la loro fine precoce. A queste tristi ragioni facilmente se ne aggiunge una più importante: la fecondità della nostra stirpe. Una generazione – e ciascuna è numericamente grande – incalza l'altra, i bambini non hanno il tempo di essere bambini. Presso gli altri popoli i bambini possono essere curati scrupolosamente, là si possono edificare scuole per loro, quotidianamente possono uscirne, sono il futuro del popolo, loro, ma continuando a sbucarne senza darsi il cambio con altri per parecchio tempo, giorno dopo giorno. Noi non abbiamo alcuna scuola, tuttavia dal nostro popolo escono a brevissimi intervalli le incalcolabili greggi dei nostri bambini felicemente fischiando o sibilando fino a quando ancora non sanno squittire, ruzzolando o seguitando a rotolare in virtù del loro peso fino a quando non sanno ancora correre, portando via con sé ogni cosa con la loro massa, goffamente, fino a quando ancora non sanno vedere, i nostri bambini! E non, come in quelle scuole, sempre gli stessi, no, ancor sempre e sempre nuovi, senza fine, senza interruzione, non appena sbuca un bambino non è più un bambino, ma già dietro a lui spingono nuovi musi di bambino indistinguibili nella loro frettolosa moltitudine, rosei e felici.
Per quanto ciò possa essere bello ed altri a ragione possano invidiarlo, però noi non possiamo dare ai nostri bambini un'infanzia autentica. Da ciò certi effetti, come una certa inesausta ed inestirpata fanciullaggine che scorre nel nostro popolo; in deciso contrasto con quel che abbiamo di meglio, con la praticità ed esattezza della comprensione, talvolta noi agiamo del tutto da stolti, in altri termini quasi come agiscono i bambini, in modo assurdo, dissipatorio, grandioso, spensierato, e tutto ciò spesso per amore di una piccola burla. E se la nostra gioia, com'è naturale, non può continuare ad aver tutta la forza di quella infantile, qualcosa certo ne sopravvive. Di tal fanciullaggine del nostro popolo Josefine approfitta da sempre.
Il nostro popolo tuttavia non è solo infantile, è per dir così anche precocemente vecchio, infanzia e vecchiaia si presentano presso di noi in modo diverso che presso altri. Non abbiamo giovinezza alcuna, siamo come adulti, e lo siamo troppo a lungo, una certa fiacchezza e una certa disperazione solca profondamente lo spirito del nostro popolo d'altra parte in genere tanto tenace e dotato in fatto di speranza. Anche la nostra non musicalità è davvero in relazione con questo; siamo troppo vecchi per la musica, essa eccita, slancia, ciò non si accorda con la nostra gravità, stanchi le opponiamo un diniego; in merito allo squittire abbiamo operato una ritrattazione; un poco di squittire di tanto in tanto, questa è la cosa giusta per noi. Chissà se tra noi non ci sono talenti musicali; ma se ci fossero, il generale carattere etnico dovrebbe assoggettarli in vista della sua evoluzione. Al contrario Josefine a suo piacimento può squittire o cantare, o come vuol chiamarlo lei, questo non ci disturba, ci è conforme, possiamo tollerarlo bene; se dovesse esserci, dentro, qualcosa di musicale, ciò è ridotto alla massima nullità possibile; si difende una certa tradizione musicale, ma senza che questo ci opprima minimamente.
Josefine però a questo popolo siffattamente disposto reca assai di più. Durante i suoi concerti, specie in tempi gravi, s'interessano ancora alla cantante in quanto tale soltanto i giovanissimi, che, soli, stanno a guardare come lei arriccia le labbra, come soffia via l'aria tra i graziosi denti incisivi, ammirati ai suoni che lei insieme emette e spegne, spingendosi con tal venir meno ad un nuovo effetto che le viene sempre più astruso, tuttavia la massa vera e propria s'è ritirata in se stessa – ciò è evidente. Durante le scarse pause tra una battaglia e l'altra il popolo qui sogna, è come se al singolo si sciogliessero le membra, come se l'angustiato potesse una buona volta a piacer suo allungarsi e stirarsi nel gran letto caldo del popolo. E in tali sogni trilla qua e là lo squittire di Josefine; lo chiama spumeggiante, lei, noi traballante; comunque qui è al suo posto come da nessun altra parte, come musica quasi mai trova il suo momento giusto. Nello squittire c'è qualcosa della misera breve infanzia, qualcosa della perduta e mai riacquistabile felicità, ma anche qualcosa della presente vita operosa, del suo po' di incomprensibile eppur sussistente né troppo soffocabile allegria. E tutto ciò non è espresso davvero con grandi suoni, ma lievi, bisbiglianti, confidenziali, talvolta un poco rauchi. E' uno squittire, certo. Perché no, poi? Lo squittire è la lingua del nostro popolo, molti per tutta la vita non fanno altro che squittire e non lo sanno, ma qui lo squittire è affrancato dalle catene della vita lavorativa, e libera per un breve tempo anche noi. Certo non vorremmo fare a meno di queste esibizioni.
Da qui a quanto asserisce Josefine, che nei momenti gravi ci darebbe nuove forze eccetera eccetera, ce ne corre. Secondo la gente comune, ma non secondo gli zelatori di Josefine. “Come sennò” - dicono loro, davvero con disinvolta sfacciataggine - “si potrebbe spiegare altrimenti, specie nell'urgenza di un immediato pericolo, il grande afflusso che già alcune volte ha impedito addirittura la sufficiente tempestività della difesa precisamente da tal pericolo?” Ora, questo è giusto, purtroppo, ma non è un titolo di merito di Josefine, specie se si aggiunge che, quando le adunate improvvisate venivano disperse dal nemico e alcuni di noi dovevano lasciarci la vita, Josefine, di tutto quanto responsabile, che anzi aveva forse attirato il nemico con il suo squittire, aveva per sé i più sicuri posticini ed era la prima a sparire zitta e svelta sotto la protezione dei suoi seguaci. Ma in fondo tutti lo sanno, questo, ciò non di meno si affrettano di nuovo quando Josefine, a sua discrezione, alla prima occasione una volta o l'altra si alza e canta. Dal che si potrebbe concludere che Josefine sta quasi al di fuori della legge, che ha il permesso di fare quel che vuole, anche quando il fatto mette in pericolo la collettività, e che tutto le viene perdonato. Se fosse così, allora anche le pretese di Josefine sarebbero comprensibili, anzi, in tale libertà che le darebbe il popolo, in questo straordinario omaggio mai di norma accordato ad altri, e che di fatto indebolisce le leggi, potrebbe in certo qual modo vedersi un'ammissione di questo, che il popolo, come lei asserisce, non la comprende, osserva impotente e stupefatto l'arte sua, non se ne sente degno, e cerca di compensare questo suo torto ai danni di Josefine per mezzo di una gratificazione chiaramente estrema, e, così come l'arte sua esorbita dalla sua capienza, anche la sua persona ed i suoi desideri esorbitano dal suo potere di comando. Orbene, questo non è assolutamente vero, forse il popolo capitola troppo alla svelta davanti a Josefine, ma non in modo incondizionato, così come non capitola incondizionatamente davanti ad alcuno.
Già da molto tempo, forse dall'inizio della sua carriera artistica, Josefine lotta per essere affrancata da qualsiasi lavoro in considerazione del suo canto; perché le si possano togliere le preoccupazioni in merito al pane quotidiano ed a tutto quello che è di norma connesso con la nostra lotta per l'esistenza, probabilmente scaricandole sul popolo come collettività. Un appassionato incauto – ve n'è di tali – potrebbe già soltanto dalla singolarità di tali pretese, dalla disposizione d'animo capace di escogitare tali pretese, trarre conclusioni in merito alla sua intrinseca giustificazione. Ma il nostro popolo trae conclusioni diverse, e serenamente disapprova le pretese. Non si stanca neanche molto a confutarne i motivi. Per esempio, Josefine sa a questo riguardo che la fatica lavorativa danneggia la voce, certo essa è modesta in confronto a quella canora, che però tal fatica la priva della possibilità, una volta cantato, di riposare a sufficienza e di riprendersi in vista del successivo canto, inoltre lei è costretta a dare proprio tutto, ma, nonostante tal costrizione, in queste circostanze giammai può raggiungere il massimo della sua prestazione. Il popolo sta ad ascoltarla, ma ignora quanto sopra. Questo popolo che tanto facilmente è troppo commosso, talvolta non si commuove affatto. Il rifiuto talvolta è così duro che anche Josefine se ne sorprende, sembra sottomettersi; si affatica come le si addice, canta bene come sa, ma tutto questo solo per poco, poi riprende la lotta con nuove energie – che sembra avere illimitate.
Ora, è certamente chiaro che Josefine non aspira davvero a quel che alla lettera richiede. E' ragionevole, non rifugge il lavoro perché sicuramente il rifiuto del lavoro specie tra noi è ignoto, lei non vivrebbe diversamente da prima una volta che le sue pretese fossero soddisfatte, il lavoro non sarebbe affatto d'intralcio al suo canto, ed il canto del resto non diverrebbe neanche più bello – ciò cui aspira è dunque il chiaro, netto, duraturo riconoscimento fin qui conosciuto della superiorità della sua arte su ogni altra. Mentre tuttavia tutto il resto le pare raggiungibile, questo le si nega con caparbietà. Forse avrebbe dovuto condurre l'assalto altrove fin da principio, forse adesso lei stessa si accorge dell'errore, ma ora non può tornare indietro, tornare indietro significa non essere fedele a se stessa, ora lei deve mantenere le sue pretese o cadere.
Se avesse veramente nemici come dice, essi potrebbero assistere soddisfatti a tale lotta senza muovere un dito. Ma lei non ha alcun nemico, ed anche se qua e là certuni hanno obbiezioni nei suoi confronti, questa lotta non piace a nessuno. Non già perché in questo caso il popolo si mostra nel suo atteggiamento di giudicante freddezza, come presso di noi si vede solo assai di rado. Ed anche se in questo caso può approvare tale atteggiamento, la semplice obbiezione che una volta potrebbe agire in modo simile esclude ogni gioia. Non si tratta, nel caso del rifiuto come nel caso delle pretese, della stessa cosa, ma del fatto che il popolo possa ritirarsi in modo tanto impenetrabile nei confronti di un compagno, tanto più impenetrabile di quanto altrimenti provveda con umiltà proprio a tal compagno in modo paterno e più che paterno.
Se al posto del popolo, qui, ci fosse un singolo, si potrebbe credere che quest'uomo abbia continuato a cedere, riguardo a Josefine, alle sua perenni richieste, e che finalmente ponga termine all'arrendevolezza; che abbia ceduto in modo eccezionale, fiducioso che la concessione comunque troverà il suo preciso limite; anzi, che abbia concesso più del necessario soltanto per affrettare la faccenda, per viziare Josefine e suscitarne sempre nuovi desideri, fino al momento in cui lei non accampi davvero l'ultima delle pretese; che abbia dato luogo ora al rifiuto definitivo, esatto, netto, proprio perché lungamente preparato. Ora, di certo il popolo non si comporta così, non ha bisogno di simili astuzie, inoltre il suo culto per Josefine è leale e provato, e le pretese di Josefine sono d'altronde tanto grandi che qualsiasi bambino avrebbe potuto pronosticarne l'esito; ciò nonostante può essere che alla concezione che Josefine ha della questione concorrano anche simili congetture e che aggiungano amarezza al dolore del rifiuto.
Tuttavia lei può fare anche simili congetture, non si fa spaventare dalla lotta. Negli ultimi tempi essa addirittura si acutizza; fin qui lei l'ha condotta a parole, ora inizia ad usare altri mezzi che, a suo avviso più efficaci, ai nostri occhi sono più pericolosi per lei.
Molti credono che Josefine si faccia tanto insistente perché si sente diventare vecchia, la voce rivela indebolimento, e che le sembri perciò arrivato il momento di condurre la lotta finale per il suo riconoscimento. Io non sono d'accordo. Josefine non sarebbe lei, se fosse vero. Per lei non c'è alcuna vecchiaia ed alcun indebolimento vocale. Se pretende qualcosa, non è spinta da cose esteriori, ma invece da interna coerenza. Tende alla corona massima non perché a un dato momento essa pende un poco più in giù, ma perché si trova al massimo dell'altezza; fosse in suo potere, l'appenderebbe ancora più in alto.
Questo disdegno delle difficoltà esterne non le impedisce del resto di adottare i mezzi più indegni. Non ha dubbi sui suoi diritti; quel che le preme è come realizzarli; in particolare proprio i mezzi degni devono fallire in questo mondo, come le si presenta. Forse per questo ha spostato perfino la lotta per i suoi diritti dal terreno del canto ad un altro che le garba poco. I suoi sostenitori hanno diffuso sue asserzioni secondo cui lei si sente assolutamente abile a cantare in modo tale che per il popolo in tutti i suoi strati, fino alla più nascosta opposizione, sarebbe un vero diletto, vero diletto non secondo il popolo, che sostiene anzi di provarne da sempre, al canto di Josefine, ma diletto secondo i desideri di Josefine. Lei aggiunge però che, siccome non potrebbe dissimulare ciò che è elevato né cedere alle lusinghe di ciò che è vile, l'elevato deve restare esattamente com'è. Altro discorso è quello della lotta per venir liberata dal lavoro, in effetti anch'essa finalizzata al canto, ma non condotta direttamente con le armi del canto, bensì con ogni mezzo che sia buono abbastanza allo scopo.
Così per esempio veniva propagata la diceria che Josefine aveva intenzione, qualora non le si cedesse, di abbreviare i suoi gorgheggi. Io non so niente di gorgheggi, non ho mai notato nel suo canto un qualche gorgheggio. Lei però vuole abbreviarli, non sopprimerli per intanto, solo abbreviarli. Ha realizzato la sua minaccia, dicono, del resto non mi sono accorto di alcuna differenza rispetto alle esibizioni precedenti. Il popolo nell'insieme è stato ad ascoltare come sempre, senza pronunciarsi in merito ai gorgheggi, né è mutato il suo modo di trattare le pretese di Josefine. Non si nega però che Josefine possieda talvolta della vera leggiadria, tanto nella sua figura quanto nei suoi pensieri. Così, per esempio, dopo ogni sua esibizione lei è andata spiegando, quasi che il taglio dei gorgheggi fosse stato troppo duro e immediato per il popolo, che nel futuro lei canterà di nuovo gorgheggiando in pieno. Dopo il concerto successivo tuttavia ha cambiato idea un'altra volta, con i gorgheggi pieni era finita inappellabilmente, e, prima d'una presa di posizione popolare a lei favorevole, non sarebbero più stati eseguiti. Orbene, il popolo sta ad ascoltare senza abbassarsi a tutto questo spiegare, decidere e cambiar decisione, come un adulto assorto nei suoi pensieri ascolta le chiacchiere di un bambino, fondamentalmente ben disposto, ma inaccessibile.
Josefine non cede, però. Così di recente affermava di essersi fatta male a un piede sul lavoro, ciò che durante il canto le rendeva gravosa la posizione eretta; potendo d'altra parte cantare solo stando in piedi, era costretta addirittura ad abbreviare le sue canzoni. Nonostante che zoppichi e si faccia sostenere dai suoi seguaci, nessuno crede ad una ferita vera. Anche ammettendo la speciale sensibilità del suo corpicino, noi però siamo un popolo lavoratore, ed anche lei fa parte del popolo; se per ogni escoriazione dovessimo zoppicare, nessuno potrebbe smetterla. Lei vuole farsi portare come fosse paralitica, tuttavia, preferisce farsi vedere in questo stato miserevole, il popolo ascolta riconoscente ed affascinato il suo canto, ma non si preoccupa del fatto che sia abbreviato.
Siccome non può continuare a zoppicare, escogita qualcos'altro, prende a pretesto la stanchezza, il malumore, la debolezza. Non bastavano i concerti, ora abbiamo anche il teatro. Vediamo alle sue spalle i suoi seguaci quanto la pregano e scongiurano di cantare. Ne avrebbe voglia, ma non può. La si conforta, adula, quasi la si trascina fino al luogo prescelto perché lei canti. Infine cede inspiegabilmente in lacrime, ma quando intende cantare visibilmente con la volontà che le resta, spossata, con le braccia non levate come al solito, ma penzolanti dal corpo senza vita, per cui si ricava l'impressione che siano un po' troppo corte – quando si accinge a cantare, dunque, poiché ancora non sta bene accenna il fatto con una sdegnata scossa del capo, e crolla davanti ai nostri occhi. Del resto in seguito balza in piedi e canta, secondo me, non molto diversamente dal solito, forse avendo orecchio alle più fini sfumature si coglie una stizza un po' fuori del comune, che tuttavia torna utile alla cosa. E alla fine lei è perfino meno stanca di poco prima, a passi sicuri, ammesso che il suo trotterellare sgusciante possa esser definito così, si allontana respingendo ogni aiuto dei sostenitori e scrutando con freddezza la folla che la scansa reverente.
Così ultimamente, ma l'ultimissima è che lei, quando si aspettava che cantasse, era scomparsa. Non solo i seguaci la cercano, in molti si mettono al servizio di tal ricerca, è inutile; Josefine è sparita, non vuol cantare, non vuole neppure esser pregata, stavolta ci ha proprio abbandonato.
Strano come faccia male i suoi conti, lei, la furba, così male che si dovrebbe credere che non li faccia proprio, che invece sia spinta dal suo destino, che nel nostro mondo può essere soltanto un destino assai triste. Sottraendosi al canto lei distrugge anche il potere che ha acquisito sui cuori. Come poteva fare solo lei, perché questi cuori li conosce ben poco. Si cela e non canta, ma il popolo, tranquillo, senza visibile delusione, altero, massa autoconsistente che all'apparenza, per quanto l'apparenza dica il contrario, può solo dare, mai ricevere doni, nemmeno da Josefine, questo popolo prosegue per la sua strada.
Per Josefine però si mette male. Presto verrà il momento in cui risuonerà il suo ultimo squittire, e finirà. Lei è un breve episodio della storia infinita del nostro popolo, ed il popolo supererà la perdita. Non sarà facile, come saranno possibili le adunate totalmente mute? In effetti, non lo erano anche con Josefine? Il suo effettivo squittire era più alto e vivo del ricordo che se ne ha? Da viva, era più di un puro e semplice ricordo? Nella sua saggezza il popolo non ha, invece, posto il canto di Josefine tanto in alto proprio perché esso nel suo genere era imperdibile?

Forse dunque non ne sentiremo molto la mancanza, ma Josefine, liberata dalle tribolazioni terrene che tuttavia, secondo lei, sono preparate per gli eletti, felicemente si perderà nella folla innumerevole degli eroi del nostro popolo e presto, poiché noi non tramandiamo alcuna storia, sarà dimenticata, come tutti i suoi fratelli, entro una più grande liberazione.