venerdì 8 maggio 2020

Franz Kafka: Il processo - 6


Lo zio

Leni

Un pomeriggio – K. aveva molto da fare con la chiusura dei conti – tra due uscieri che recavano documenti si palesò nella stanza lo zio di K., Karl, un piccolo proprietario terriero di provincia. K. vedendolo si spaventò meno di quanto si fosse spaventato precedentemente figurandosene la venuta. Lo zio doveva venire, già da un mese circa K. lo sapeva bene. Già allora se l'era immaginato, un po' curvo, nella mano sinistra il panama ammaccato, che già da lontano gli tendeva la destra e gliela porgeva frettoloso e sbadato al di sopra della scrivania rovesciando ogni cosa al suo passaggio. Lo zio si trovava sempre in stato di fretta, era perseguitato dalle preoccupazioni, durante la sua permanenza di solo un giorno nella capitale doveva poter concludere tutto quello che si era proposto, né poteva lasciarsi sfuggire per di più alcuna occasionale conversazione, o alcun affare o alcun piacere. A tal fine K., allo zio obbligato in modo particolare perché già tutore, doveva essergli d'aiuto massimo possibile e inoltre ospitarlo per la notte. “Il fantasma che vien dalla campagna”, usava chiamarlo.
Subito dopo i saluti – di mettersi in poltrona, cui K. l'invitò, lui non aveva mica tempo – chiese di fare un discorsetto a 4 occhi. “E' necessario”, disse deglutendo a fatica, “necessario alla mia tranquillità.” K. mandò subito gli uscieri fuori dalla stanza con l'ordine di non far entrare nessuno. “Che cosa sento, Joseph?” esclamò lo zio quando furono soli, si sedé sul tavolo piazzandosi sbadato su diverse carte, per accomodarsi. K. tacque, sapeva che cosa era in arrivo, tuttavia, improvvisamente rilassato dal suo faticoso lavoro, si abbandonò prima a un piacevole languore, guardò oltre la finestra i lati della strada di fronte dei quali dal suo posto era visibile solo un piccolo frammento triangolare, un pezzo di muro vuoto tra due vetrine di uffici. “Tu stai a guardare fuori dalla finestra”, gridò lo zio sollevando le braccia, “per l'amor di Dio Joseph, rispondimi. E' vero, può mai esser vero?” “Caro zio”, disse K. uscendo dalla sua distrazione, “non so proprio che cosa vuoi da me.” “Joseph”, disse lo zio, ammonendolo, “a quanto ne so tu hai sempre detto la verità. Devo prendere le tue parole come un brutto segno?” “Ma io lo indovino, quel che vuoi”, disse K. docile, “hai probabilmente sentito parlare del mio processo.” “E' così”, rispose lo zio, annuendo lento, “ho sentito parlare del tuo processo.” “ Ma da chi?”, chiese K. “Mi ha scritto Erna”, disse lo zio, “non ha alcun contatto con te, purtroppo tu non t'interessi molto di lei, nonostante questo lo ha saputo. Ho ricevuto la lettera oggi e naturalmente sono venuto subito. Per nessun altra ragione, però mi sembra una ragione sufficiente. Posso leggerti il passo che ti riguarda.” Estrasse la lettera dal portafogli. “Ecco qui. Scrive: 'Joseph è tanto che non lo vedo, una settimana fa sono stata alla banca, ma Joseph aveva tanto da fare che io non venni fatta passare; ho atteso quasi per un'ora, poi però ho dovuto andare a casa perché avevo lezione di pianoforte. Ci avrei parlato volentieri, forse la prossima volta se ne troverà l'occasione. Per il mio onomastico mi ha mandato una grossa scatola di cioccolato, fu una cosa molto carina e premurosa. Ho dimenticato di scrivervelo, allora, solo ora che me lo chiedete me ne ricordo. Dovete sapere che il cioccolato sparisce, voglio dire, nella pensione sparisce subito non appena si viene a conoscenza che si è avuto in regalo il cioccolato, anche stavolta è già finito. Ma per quanto riguarda Joseph volevo dirvi ancora qualcosa: come detto in banca non fui fatta entrare da lui, perché aveva da fare con un signore. Dopo che avevo aspettato per un po' tranquilla, chiesi a un usciere se il colloquio sarebbe durato ancora molto. Quello disse che ce n'era la possibilità dato che probabilmente si trattava del processo intentato al signor procuratore. Di che processo si tratta mai, chiesi io, non è che lui si sbagliava, però lui disse che non si sbagliava, era un processo, anzi un processo difficile, però non ne sapeva di più. Anche a lui sarebbe piaciuto dare una mano al signor procuratore perché è un signore molto buono e giusto, ma non lo sapeva come fare e si augurava solo che se ne occupassero dei signori influenti. Di certo sarà così e andrà a finir bene, per il momento però era molto difficile, come si poteva dedurre dai chiribizzi del signor procuratore. Non è che io dessi molta importanza a questo discorso, cercai di tranquillizzare quel sempliciotto, gli proibii di parlarne davanti ad altri e ritenni il tutto un pettegolezzo. Nonostante questo sarebbe bene se tu, babbo carissimo, volessi alla tua prossima visita indagare, a te sarà facile informarti meglio e, se davvero dovesse essere necessario, intervenire per mezzo delle tue conoscenze tanto influenti. Se però non fosse necessario, come è la cosa più probabile, sarebbe almeno l'occasione per abbracciare tua figlia, che ne sarebbe contenta.' Brava ragazza”, disse lo zio quand'ebbe finito di leggere, e si strofinò via qualche lacrima dagli occhi. K. annuì, a seguito delle svariate noie degli ultimi tempi si era del tutto dimenticato di Erna, perfino del compleanno di lei si era scordato, e quella storia del cioccolato era stata chiaramente pensata allo scopo di proteggerlo sia dallo zio che dalla zia. Era assai toccante e certo non ripagabile a sufficienza con i biglietti del teatro che da ora in poi voleva mandarle con regolarità, però non si sentiva a posto per far visita alla pensione e intrattenersi con una piccola ginnasiale di 17 anni. “Che cosa dici ora?” chiese lo zio che si era dimenticato ogni fretta ed emozione e sembrava che gliela rileggesse ancora la lettera. “Sì, zio”, disse K., “è vero.” “Vero?” gridò lo zio. “Vero cosa? Ma come fa a esser vero? Che processo è? Mica un processo penale?” “Un processo penale”, rispose K. “E tu te ne stai tranquillo qui quando hai sul collo un processo penale?” gridò lo zio, che continuava ad alzare la voce. “Quanto più calmo sono tanto meglio è per l'esito”, disse K. con stanchezza. “Non ho punta paura.” “Questo non mi tranquillizza”, esclamò lo zio, “Joseph, caro Joseph, pensa a te, ai tuoi parenti, al nostro buon nome. Finora eri il nostro orgoglio, non puoi diventare la nostra vergogna. La tua condotta”, e guardò K. di sbieco, “non mi piace, non fa così chi è innocente e che ancora sia in gamba. Dimmi solo, e alla svelta, di cosa si tratta, ché io possa darti una mano. Naturalmente si tratta della banca, no?” “No”, disse K. e si alzò, “però tu parli a voce troppo alta, l'usciere probabilmente sta alla porta ad ascoltare. Per me è non va bene. Meglio che usciamo. Poi risponderò a tutte le domande meglio che posso. So molto bene di dover rendere conto alla famiglia.” “Giusto”, sbraitò lo zio, “giustissimo, basta che ti sbrighi, Joseph, sbrigati.” “Devo solo dare ancora qualche disposizione”, disse K. e chiamò per telefono il suo assistente, che dopo poco entrò. Agitato com'era lo zio gli fece segno che K. l'aveva fatto chiamare, per quanto ciò fosse ovvio. K., che si trovava davanti alla scrivania, con l'aiuto di svariate carte spiegò a bassa voce a quel giovane, in ascolto freddo ma attento, che cosa in sua assenza doveva esser ancora fatto oggi. Lo zio dava noia lì, con gli occhi di fuori si mordeva nervosamente le labbra, ma l'aria stessa che aveva era di per sé disturbante. Poi si mise a percorrere la stanza da ogni parte, si fermò qua e là, davanti alla finestra o davanti a un quadro, insieme uscendosene senza sosta in esclamazioni varie, tipo “non riesco assolutamente a capire”, o “dimmi solo cosa succederà”. Il giovane fingeva di non farci caso, ascoltò fino in fondo le disposizioni di K., prese appunti e se ne andò dopo essersi inchinato sia a K sia allo zio, che però gli voltava le spalle, guardava fuori dalla finestra e protendeva le mani spiegazzandone le tende. S'era appena chiusa la porta che lo zio proruppe: “finalmente quel bischerello se n'è andato, e ora possiamo andarcene anche noi. Era ora!” Purtroppo non ci fu modo, nell'atrio disseminato di uscieri e funzionari e col vice direttore che passava di lì, di far smettere lo zio di far domande sul processo. “Dunque allora, Joseph”, iniziò lo zio mentre questi rispondeva con leggeri cenni di saluto agli inchini degli astanti, “dimmi subito chiaro di che razza di processo si tratta.” K. fece alcune osservazioni insignificanti, rise anche un poco e solo sulle scale spiegò allo zio che non intendeva parlar chiaro in pubblico. “Giusto”, disse lo zio, “ma ora parla.” A testa china, fumando un sigaro a tirate brevi e affrettate, stette a sentire. “Prima cosa, zio”, disse K., “non si tratta affatto di un processo che si svolge nel solito tribunale.” “Male”, disse lo zio. “Perché?” disse K. guardandolo. “Penso che sia un male”, ripeté lo zio. Si trovavano sulla scalinata esterna che scendeva in strada; dato che il portiere pareva in ascolto, K. trascinò giù lo zio; il vivace traffico della strada li assorbì. Lo zio, che s'era attaccato a K., smise di insistere con le domande sul processo, addirittura fecero un pezzo di strada in silenzio. “Ma com'è andata?” chiese alla fine lo zio fermandosi tanto di botto che la gente che gli camminava alle spalle si scostò spaventata. “Queste cose mica succedono improvvise, si preparano a lungo, prima, devono essercene stati segni, perché non mi hai scritto? Lo sai che per te faccio di tutto, in certo modo sono ancora tuo tutore e finora ne ero fiero. Naturale che ti aiuterò ancora, solo che col processo già in corso è molto difficile. La meglio sarebbe comunque se ti prendessi un breve permesso e venissi da noi in campagna. Sei anche un po' dimagrito, ora che ci faccio caso. In campagna ti rinforzerai, ti farà bene, ti aspettano certo delle fatiche. E poi in certo qual modo sarai sottratto al tribunale. Qui loro hanno tutte le possibili leve di potere adoperabili, di necessità e in automatico, contro di te; là in campagna invece dovrebbero delegare a delle autorità, o cercar di agire su di te solo per lettera, col telegrafo, col telefono. Cose che naturalmente ne attenuano l'effettività, non è che ciò ti liberi, certo, ma ti fa riprendere fiato. ”Potrebbero proibirmi di partire”, disse K., un po' preso dal ragionamento espresso dallo zio. “Credo che non lo faranno”, disse pensieroso lo zio, “non è così grave la perdita di potere che patiscono con la tua partenza.” “Pensavo”, disse K. prendendo sotto braccio lo zio per impedirgli di fermarsi, “che tu avresti attribuito all'intera cosa meno importanza di quanto faccio io, e ora anche tu la prendi così a cuore.” “Joseph”, esclamò lo zio con l'intenzione di svincolarsi da lui per potersi fermare, ma senza riuscirci, “sei cambiato, avevi sempre un comprendonio tanto netto e proprio ora quello ti manca? Ma il processo lo vuoi perdere? Lo sai cosa vuol dire? Vuol dire che sarai semplicemente cancellato. E che tutto il parentado sarà spazzato via con te o almeno degradato totalmente. Joseph, riprenditi. La tua indifferenza mi fa perdere la testa. A guardarti quasi verrebbe voglia di credere al proverbio che dice: 'subire un processo vuole già dire averlo perso'.” “Caro zio”, disse K., “Agitarsi non serve né da parte tua né, se fosse, da parte mia. Agitandosi i processi non si vincono, e tu approva un po' anche le mie conoscenze pratiche, così io come rispetto, sempre e anche ora, le tue, anche quando mi sorprendono. Poiché dici che anche la famiglia sarebbe coinvolta a causa del processo – cosa che per parte mia non riesco assolutamente a capire, ma ciò è secondario – desidero seguirti in tutto. Solo il soggiorno in campagna io non lo considero come intendi te vantaggioso, difatti costituirebbe fuga e consapevolezza colpevole. Oltre a ciò io qui sono certo perseguitato, tuttavia posso seguire anche la causa.” “Giusto”, disse lo zio, quasi che finalmente essi avessero più confidenza reciproca, “ti feci la proposta perché, se resti qui, vedevo la causa messa a repentaglio dalla tua indifferenza e ritenevo meglio per te darmi da fare al posto tuo. Ma se intendi seguire la causa in prima persona con la massima energia naturalmente è molto meglio.” “In questo senso saremmo d'accordo”, disse K. “E ce l'hai una proposta su cosa io debba fare per prima cosa?” “Devo rifletterci ancora, è naturale”, disse lo zio, “considera che sono quasi 20 anni che sto in campagna quasi ininterrottamente, ragione per cui il fiuto per queste piste s'è indebolito. E anche svariati importanti collegamenti con personalità che forse, nel caso presente, sanno orientarsi meglio, si sono allentati. In campagna sono un po' isolato, di certo lo sai. Lo si constata effettivamente solo in queste occasioni. La tua causa in parte mi giunse anche inaspettata, per quanto dalla lettera di Erna, strano a dirsi, già indovinai qualcosa del genere e oggi quasi distintamente lo seppi, vedendoti. Questo però non conta, ora la cosa più importante è non perdere assolutamente tempo.” Già mentre parlava aveva, stando in punta di piedi, chiamato con un gesto un'automobile e ora tirava dietro di sé nell'auto K. mentre comunicava un indirizzo al conducente. “Ora andiamo dall'avvocato Huld”, disse, “fu mio compagno di scuola. Il nome lo conosci certo anche tu; no? Strano. Ha un notevole nome come patrocinatore e come avvocato dei poveri. Tuttavia io ne ho gran fiducia specialmente come uomo.” “Tutto quel che hai intenzione di fare mi va bene”, disse K, ciò nonostante il modo affrettato e la premura con cui lo zio si occupava della causa lo mettevano a disagio. Non era molto consolante ricorrere come imputato a un avvocato dei poveri. “Non sapevo”, disse, “che in una faccenda simile si potesse consultare anche un avvocato.” “Ma certo”, disse lo zio, “è evidente. Perché no? E ora raccontami quel che è successo finora perché io sia ben informato della causa.” K. iniziò subito a riferire senza tacere nulla, la sua completa sincerità era l'unica protesta permessa contro il punto di vista dello zio che il processo fosse una gran vergogna. Fece solo una volta e di sfuggita il nome della signorina Buerstner, tuttavia questo non nocque alla sincerità, difatti la signorina non era collegata affatto al processo. Nel riferire guardò dal finestrino e notò che lui e lo zio si avvicinavano proprio al sobborgo dove si trovavano gli uffici di cancelleria del tribunale, ne fece partecipe lo zio che però non trovò particolarmente strana quella coincidenza. La vettura si fermò davanti a un edificio scuro. Lo zio suonò a pianterreno alla prima porta; mentre aspettavano, sorridendo digrignò i suoi dentoni e mormorò: “le 8, ora insolita per una visita della clientela. Huld però con me non se la prende.” Allo spioncino della porta apparvero due grandi occhi neri, guardarono per un po' i due ospiti e sparirono; ma la porta non si aprì. Sia lo zio sia K. si confermarono a vicenda di aver effettivamente visto i due occhi. “Una cameriera nuova intimorita da estranei”, disse lo zio bussando di nuovo. Riapparvero gli occhi, ora li si poteva prendere quasi per tristi, forse però si trattava di un'illusione suscitata dalla fiamma a gas che al di sopra delle teste ardeva fischiando forte, facendo però scarsa luce. “Aprite”, gridò lo zio picchiando col pugno contro la porta, “siamo amici del signor avvocato.” “Il signor avvocato è ammalato”, mormorò qualcuno dietro di loro. Su una porta dall'altra parte del breve corridoio c'era, a comunicare ciò a voce bassissima, un signore in vestaglia. Lo zio, già infuriato per via della lunga attesa, si volse di colpo e a voce alta chiese: “Ammalato? Dite che è ammalato?” e andò verso quel signore quasi minaccioso, come se fosse lui la malattia. “Ecco, hanno aperto”, disse quel signore, indicò la porta dell'avvocato, si ricompose nella sua vestaglia e sparì. In effetti la porta era stata aperta, una ragazzina – K. ne riconobbe gli occhi scuri un po' prominenti – con addosso un lungo grembiale bianco stava nell'anticamera e teneva in mano una candela. “La prossima volta aprite più in fretta”, disse lo zio invece di salutare, intanto che la ragazza faceva un piccolo inchino. “Vieni, Joseph”, disse poi a K., che si spostava con lentezza davanti alla ragazza. “Il signor avvocato è ammalato”, disse lei, dato che lo zio senza fermarsi si dirigeva verso un uscio. K. la rimirava ancora mentre era voltata per richiudere la porta dell'appartamento; aveva un viso rotondo da bambola, non solo le guance pallide e il mento contribuivano a quella rotondità, ma anche le sopracciglia e i lati della fronte. “Joseph”, gridò ancora lo zio, che alla ragazza chiese: “si tratta di mal di cuore?” “Credo di sì”, disse lei; aveva approfittato della pausa, la candela in mano, per precederli e per aprire l'uscio della camera. In un canto non ancora rischiarato dalla luce della candela si levò dal letto un volto dalla lunga barba. “Leni, ma chi è?” chiese l'avvocato, che abbagliato dalla candela non riconobbe gli ospiti. “Sono Albert, il tuo vecchio amico”, disse lo zio. “Oh, Albert”, disse l'avvocato lasciandosi ricadere sui cuscini, come se per quella visita non servisse alcuna simulazione. “E' davvero tanto grave?” chiese lo zio sedendosi sul bordo del letto. “Io non credo. E' un accesso del tuo mal di cuore, e passerà come i precedenti.” “E' possibile”, mormorò l'avvocato, “stavolta però è peggio di quanto sia mai stato. Respiro a fatica, non dormo e deperisco ogni giorno. ”Be'”, disse lo zio calzandosi con una manona il panama su un ginocchio. “Queste son cattive notizie. Ma hai chi ti cura bene? E poi, è così triste qui, così scuro. E' già passato molto tempo da quando sono stato qui l'ultima volta, allora mi parve più gradevole. Anche la tua signorinetta non pare molto gioconda, o finge.” La ragazza era ancora presso l'uscio con la candela, a quanto si capiva dai suoi occhi incerti guardava più K. che lo zio, anche ora che questi parlava di lei. K. si appoggiò a una sedia che aveva spostato vicino lei. “Quando si è malati come lo sono io”, disse l'avvocato, “si deve aver quiete. Per me non è triste, qui.” Dopo una breve pausa riprese: “e Leni mi cura bene, è brava.” Lo zio non poté farsene persuaso, era visibilmente prevenuto contro la badante e anche se ora non obbiettò nulla al malato seguitava a guardarla severo allorché lei andò dov'era il letto, mise sul tavolino da notte la candela, si chinò sul malato e nel sistemare i cuscini gli sussurrò qualcosa. Lo zio dimenticò quasi il riguardo per il malato, si alzò, andò avanti e indietro alle spalle della badante, K. non si sarebbe stupito se l'avesse afferrata per il vestito da dietro e l'avesse tirata via dal letto. Da parte sua K. restò a guardare tutto con calma, perfino lo stato di malattia dell'avvocato non era per lui del tutto sgradito, allo zelo che lo zio aveva mostrato per la causa lui non era riuscito a opporsi, la diversione che tale zelo ora subiva senza che lui ne avesse colpa lui la accoglieva volentieri. In quella lo zio, forse solo con l'intenzione di ferire la badante, disse: “per favore signorina, ci lasci per un po' da soli, ho da parlare con il mio amico di una faccenda personale.” La badante, che stava ancora assai china sul malato e spianava il lenzuolo dalla parte della parete, volse solo il capo e con molta calma disse qualcosa che introdusse un considerevole discrimine nelle parole dello zio, che irate si fermarono, per poi di nuovo traboccare: “Il signore, lo vedete, è talmente malato, non può parlare di alcuna faccenda.” Aveva probabilmente ripetuto le stesse parole dello zio solo per pigrizia, eppur tuttavia ciò poteva, anche da una persona non coinvolta, venir colto come derisorio, invece naturalmente lo zio saltò su come se lei lo avesse infilzato. “Maledetta te”, disse strozzato dall'agitazione e ancora in modo piuttosto indistinto; K. nonostante che si aspettasse qualcosa del genere si spaventò e scattò sullo zio con la precisa intenzione di chiudergli la bocca con le mani. Fortunatamente tuttavia dietro la ragazza il malato si levò, lo zio fece un viso torvo, come se deglutisse qualcosa di disgustoso e poi più calmo disse: “ancora naturalmente non abbiamo perduto la capacità d'intendere; se ciò che chiedo non fosse possibile non lo chiederei. Ora per favore andate.” La badante si drizzò davanti al letto tutta girata verso lo zio e, come K. credé di notare, sfiorò con una mano una mano dell'avvocato. “Puoi parlare di tutto, in presenza di Leni”, disse il malato, senza dubbio in tono di pressante preghiera. “Non riguarda me”, disse lo zio, “non è un mio segreto.” E si voltò come meditasse di non iniziare più nessuna discussione, ma come ci fosse ancora un po' di tempo per pensarci. “Chi riguarda allora?” chiese l'avvocato con una voce che si spegneva, e si rimise giù. “Mio nipote”, disse lo zio, “l'ho portato con me.” E lo presentò: “Joseph K., procuratore.” “Oh”, disse il malato molto vivace tendendo la mano a K., “perdonatemi non vi ho proprio visto.” “Va', Leni”, disse poi alla badante, che non gli si oppose affatto, e le dette la mano come fosse in questione un lungo congedo. “Dunque non sei venuto”, disse alla fine allo zio che, riconciliato, si era rifatto vicino, “per venire a trovare un malato, ma invece vieni per motivi d'ufficio.” Era come se l'immagine della visita al malato fin qui lo avesse paralizzato, tanto lui appariva ora rinfrancato, si appoggiò a un gomito, cosa che doveva costargli una discreta fatica e che continuava a rizzargli in mezzo alla barba una ciocca sporgente. “Sembri già molto più sano”, disse lo zio, “da quando quella strega se ne è andata.” S'interruppe e mormorò: “scommetto che sta ad ascoltare”, e balzò verso l'uscio. Dietro l'uscio però non c'era nessuno, lo zio tornò indietro, non deluso, difatti che quella non stesse a sentire non gli sembrava che una malvagità anche peggiore, ma davvero amareggiato. “La giudichi male”, disse l'avvocato, senza prendere oltre le difese della badante; forse voleva esprimere con ciò che lei non ne aveva bisogno, di essere difesa. Tuttavia continuò in tono più premuroso: “per ciò che riguarda la questione del tuo signor nipote, certo sarei felice di valutarla se le mie forze potessero bastare a questo compito estremamente delicato; temo davvero che non basteranno, comunque non voglio lasciare nulla d'intentato; se non ce la faccio si potrebbe certamente chiamare anche qualcun altro. Per esser sinceri, la causa m'interessa troppo perché io possa avere il coraggio di rinunciare a prendervi qualche parte. Se il mio cuore non la sopporta almeno vi troverà una degna occasione per mancare del tutto.” K. ritenne di non capire una sola parola di tutto questo discorso, guardò in direzione dello zio per trovarvi una spiegazione, ma quello stava seduto con in mano la candela stante sul tavolino da notte, da cui era appena rotolata sul tappeto una boccetta di medicinale, annuiva a tutto ciò che diceva l'avvocato, d'accordo con tutto, e di tanto in tanto guardava verso K. invitandolo a convenirne ugualmente. Forse lo zio aveva già in precedenza riferito all'avvocato del processo, ma ciò era impossibile, tutto quel che era successo lo contraddiceva. “Non capisco”, disse perciò. “Ma forse vi ho compreso male?” chiese l'avvocato stupito e imbarazzato come K. “Forse fui precipitoso. Ma di che cosa volevate parlarmi? Pensavo che si trattasse del vostro processo.” “Naturalmente”, disse lo zio, che poi chiese a K. : “Ma che cosa vuoi?” “Ma sì, però come mai sapete qualcosa di me e del mio processo?” chiese K. “Ah, ecco”, disse l'avvocato sorridendo, “sono un avvocato, ho relazioni nell'ambiente del tribunale, si parla di svariati processi, di quelli più degni di nota, specie quando la cosa riguarda il nipote di un amico ce ne ricordiamo. Non c'è nulla di strano.” “Ma che cosa vuoi?” chiese ancora lo zio, “sei talmente inquieto.” “Voi avete relazioni in questi ambienti del tribunale? Chiese K. “Sì”, disse l'avvocato. “Fai domande infantili”, disse lo zio. “Con chi mai devo aver relazioni, se non con la gente del mio campo?” aggiunse l'avvocato. Suonava talmente irrefutabile che K. non rispose proprio. “Voi operate però presso il tribunale che si trova nel palazzo di giustizia, non in quello che si trova nelle soffitte”, avrebbe voluto dire, ma non riuscì a spingersi a dirlo veramente. “Dovete considerare”, proseguì l'avvocato nel tono di spiegar qualcosa di ovvio, superfluo e incidentale, “dovete considerare che da tali relazioni traggo grandi vantaggi per la mia clientela e da ogni tipo di punti di vista, non ne parliamo. Naturalmente a causa della mia malattia ora sono un po' impedito, ma ciò nonostante ricevo visite da buoni amici del tribunale e vengo a conoscenza di alcune cose. Forse più di molti che in perfetta salute vi trascorrono l'intera giornata. Ecco per esempio che proprio ora ho una cara visita.“ E indicò un angolo buio della stanza. “Ma dove?” chiese K., quasi villano per la sorpresa iniziale. Guardò incerto; la luce della candela, modesta, non giungeva di gran lunga fino alla parete opposta. E davvero qualcosa lì nell'angolo iniziò a muoversi. Alla luce della candela che ora lo zio teneva in alto si vide seduto là presso un tavolinetto un signore piuttosto anziano. Davvero non aveva neanche respirato, per cui fino a quel momento era rimasto impercepibile. Ora si alzò cerimonioso, chiaramente scontento del fatto che ci si fosse accorti di lui. Quasi voleva, con quelle mani mosse come alucce, ricusare ogni presentazione e ogni saluto, come se non volesse in alcun caso disturbare gli altri con la sua presenza, come se pregasse sollecito di essere rimesso nel buio e che la sua presenza fosse dimenticata. Non ne aveva più il diritto, però. “Voi, mi spiego, ci avete preso di sorpresa”, disse l'avvocato a mo' di chiarimento e insieme, incoraggiante, fece un cenno a quel signore, che si avvicinasse, cosa che quello fece lento, guardandosi attorno esitante, eppure con una certa dignità, “il signor cancelliere capo – ah sì, perdonate, non ho fatto le presentazioni – qui, il signor Albert K., e qui suo nipote, il procuratore Joseph K., questi è il signor cancelliere capo – il signor cancelliere capo dunque fu così gentile da farmi visita. Solo l'iniziato, che sa quanto il signor cancelliere capo sia carico di lavoro, può apprezzare il valore di una visita come questa. Dato che lui nonostante i suoi impegni venne, noi ci intrattenevamo piacevolmente nei limiti della mia debolezza, né avevamo certo proibito a Leni di ammettere visitatori, difatti in programma non ce n'erano; ritenevamo di restare da soli, e poi, Albert, eccoti coi tuoi colpi alla porta; così il signor cancelliere capo arretrò nell'angolo insieme alla sua sedia e al tavolo; ora però è manifesto che eventualmente, voglio dire, se lo desideriamo, noi abbiamo da discutere una faccenda di comune interesse, per cui possiamo benissimo riaccostarci. Signor cancelliere capo”, disse l'avvocato accennando con il capo un inchino e sorridendo ossequioso, e gl'indicò una sedia a braccioli presso il letto. “Purtroppo posso restare solo pochi minuti”, disse gentile il cancelliere capo, si accomodò sulla sedia e guardò l'orologio, “il lavoro mi chiama, comunque non voglio mancare l'occasione di far la conoscenza di un amico del mio amico.” Accennò un lieve inchino in direzione dello zio che sembrò molto soddisfatto della nuova conoscenza, ma, a causa della sua natura, fu incapace di esprimersi in modo sommesso; accompagnò le parole del cancelliere capo ridendo imbarazzato, ma con forza. Figura orribile! K. poteva osservare con calma tutto, infatti nessuno s'interessava a lui; una volta chiamato di nuovo in causa, il cancelliere capo si appropriò, come sembrava sua abitudine, della conversazione; l'avvocato, la cui precedente debolezza doveva esser servita solo a scacciare la nuova visita, ascoltava attento, mano all'orecchio; lo zio, in qualità di reggi candela – se la teneva in equilibrio su una coscia più volte guardato con preoccupazione dall'avvocato – fu presto privo d'imbarazzo e solo incantato, tanto dal discorrere del cancelliere capo quanto da come questi, ondiforme, gestiva accompagnando le proprie parole. K. che si appoggiava a un montante del letto, venne totalmente trascurato, forse addirittura in modo intenzionale, dal cancelliere capo, e servi a quell'anziano signore solo come ascoltatore. Del resto sapeva appena su che cosa vertesse il discorso; ora pensava alla badante, al malo modo in cui lo zio l'aveva trattata, ora all'ipotesi di averlo già visto, il cancelliere capo, magari addirittura nell'assemblea, al momento della sua prima assise istruttoria. Forse s'ingannava, però il cancelliere capo non avrebbe stonato tra i partecipanti all'assemblea in prima fila, principalmente tra quei signori anziani con le barbe rade.
In quella un rumore dall'anticamera, come di porcellana che stesse frantumandosi, fece tendere le orecchie a tutti. “Voglio andare a controllare che cosa è successo”, disse K. e uscì lentamente come se desse ancora agli altri l'opportunità di trattenerlo. K. era appena entrato nell'anticamera e stava orientandosi nel buio allorché sulla mano con cui ancora si appoggiava alla porta si posò una mano piccola, molto più piccola della sua, e chiuse piano la porta. Era la badante, che era stata lì in attesa. “Non è successo niente”, mormorò, “ho solo gettato contro il muro un piatto per tirarvi fuori.” Confuso, K. disse: “anch'io ho pensato a voi.” “Tanto meglio”, disse la badante. “Venite.” Dopo pochi passi arrivarono a un uscio a vetri opachi che lei gli aprì davanti. “Entrate pure”, disse. Si trattava senz'altro dello studio dell'avvocato; a quanto si poteva vedere alla luce della luna, che ora illuminava bene solo un quadratino del pavimento in corrispondenza con ognuna delle due grandi finestre, era arredato con vecchi e brutti mobili. “Qui”, disse la badante indicando una cassapanca scura con la spalliera di legno intagliato. Dopo che si fu seduto K. si guardò attorno nella stanza, era grande e alta, i clienti dell'avvocato dei poveri vi si dovevano trovare smarriti. K. quasi li vide i passetti con cui i visitatori avanzavano verso l'enorme scrivania. Poi però se ne scordò ed ebbe occhi solo per la badante, che gli sedeva vicinissima quasi spingendolo contro il bracciolo. “Pensavo”, disse lei, “che sareste venuto da me senza che dovessi chiamarvi. Una cosa strana. Prima mi guardaste, quando siete entrato, senza smettere, e poi mi fate aspettare.” “Comunque chiamatemi Leni”, proseguì svelta e diretta come se non dovesse venir sprecato alcun momento di questa spiegazione. “Volentieri”, disse K. “Quanto però alla stranezza è facile spiegarla. Prima cosa dovetti ascoltare le chiacchiere di quell'anziano signore, né potevo venir via senza motivo, seconda cosa non sono sfacciato, ma piuttosto timido e inoltre voi, Leni, non sembrate davvero un tipo da conquistare in un balzo.” “Non è questo”, disse Leni, mise un braccio sulla spalliera e guardò K., “io non vi piacqui, invece, e probabilmente non vi piaccio neanche ora.” “Piacere mica sarebbe molto”, disse K. evasivo. “Oh!” disse lei sorridendo - l'osservazione di K. e quest'ultima breve esclamazione le guadagnò una certa superiorità. Perciò K. tacque un momento. Poiché aveva già fatto l'abitudine al buio della stanza riuscì a distinguere diversi dettagli del mobilio. In particolare lo colpì un grande quadro appeso alla destra della porta, e si piegò in avanti per vederlo meglio. Rappresentava un uomo in toga da giudice; sedeva su un alto soglio la cui doratura faceva molto contrasto con il quadro. La cosa insolita era che questo giudice non sedeva sereno e con dignità, ma premeva il braccio sinistro sul bracciolo e la spalliera mentre aveva il destro completamente libero e solo con la mano stringeva il bracciolo, quasi volesse tra un momento saltar su con una mossa violenta e forse indignata per dire qualcosa di decisivo o addirittura pronunciare il verdetto. L'imputato era pensabile proprio ai piedi della scala i cui gradini più alti soltanto, coperti da un tappeto giallo, erano visibili nel quadro. “Ecco il mio giudice, forse”, disse K. indicando il quadro. “Io lo conosco”, disse Leni guardando anche lei il quadro, “viene spesso qui. Il quadro appartiene al tempo della sua giovinezza, ma lui non può essere mai stato somigliante al quadro, difatti è all'incirca piccolissimo. Nonostante questo si è fatto estendere tanto in altezza perché è pazzamente vanitoso, come qui lo sono tutti. Anch'io però sono vanitosa, e molto scontenta del fatto che non vi piaccio proprio.” A ciò K. rispose solo afferrando Leni e attirandola a sé, e lei gli appoggiò in silenzio la testa alla spalla. In merito al personaggio del quadro lui però disse: “che tipo di grado ha?” “E' giudice istruttore”, disse lei, prese la mano con cui K. la teneva stretta e giocò con le dita. “Di nuovo giudice istruttore soltanto”, disse K. deluso, “gli alti funzionari stanno nascosti. Eppure lui siede su un soglio.” “E' tutta finzione”, disse Leni, il volto abbassato sulla mano di K., “in realtà lui sta su una sedia da cucina su cui è ripiegata una vecchia coperta da cavalli. Ma voi dovete pensare in continuazione al vostro processo?”, aggiunse lenta. “No, niente affatto”, disse K., “probabilmente ci penso troppo poco.” “Non è questo l'errore che fate”, disse Leni, “siete troppo intransigente, questo ho sentito dire.” “Chi l'ha detto?” chiese K., sentiva il corpo di lei sul petto e le guardava la chioma folta e scura, quasi tornita. “Troppo rivelerei, se lo dicessi”, rispose Leni. “Vi prego di non chiedere nomi, ma eliminate il vostro errore, non siate più così intransigente, a questo tribunale mica ci si può opporre, si deve confessare. Solo in quel caso c'è la possibilità di sfuggire, solo in quel caso. Eppure senza aiuto esterno non è possibile, ma non dovete affannarvi a causa di tale aiuto, che io stessa voglio prestarvi.” “Ci capite parecchio di questo tribunale e delle imposture che qui sono necessarie”, disse K. sollevandola, poiché lei gli si premeva in grembo con troppa forza. “Così va bene”, disse lei rimettendoglisi in grembo mentre si lisciava l'abito e si metteva in ordine la camicetta. Poi con entrambe le mani gli si attaccò al collo si tirò indietro e lo guardò a lungo. “E se non confesso, non potete aiutarmi?” chiese K. a mo' di tentativo. Mi procuro aiutanti donne, pensò quasi meravigliato, prima la signorina Buerstner, poi la moglie dell'usciere del tribunale, e ora questa piccola badante che sembra avere un'inclinazione misteriosa per me. Come fosse il suo unico posto adatto, mi siede in grembo! “No”, rispose Leni scuotendo lenta il capo, “in quel caso non posso aiutarvi. Ma non lo volete proprio il mio aiuto, non ve ne importa nulla, siete ostinato e non vi fate convincere.” “Avete un'amante?” chiese dopo poco. “No”, disse K. “Questa è buona!” disse lei. “Veramente sì”, disse K., “pensate, ho negato di averla e invece ne porto con me la fotografia.” Su richiesta di lei le mostrò una fotografia di Elsa, che Leni, accovacciata in grembo a lui, studiò. Era un'istantanea, Elsa era ritratta dopo che ballando aveva fatto un volteggio di quelli che eseguiva volentieri nella vineria, l'abito le stava ancora ripiegato attorno, a ruota, aveva le mani sui fianchi e ridendo, il collo eretto, guardava di lato; per chi fosse il suo riso dal ritratto non si poteva riconoscere. “Ha il busto ben strizzato”, disse Leni indicando il posto dove secondo lei ciò si vedeva. “Non mi piace, è sgraziata e rozza. Però forse con voi è tenera e gentile, si potrebbe concludere dal ritratto. Le ragazze così robuste spesso non sanno essere che tenere e gentili. Ma saprebbe sacrificarsi per voi?” “No”, disse K., “non è né tenera e gentile né saprebbe sacrificarsi per me. Né io finora le ho chiesto l'una o l'altra cosa. Anzi ancora non avevo nemmeno guardato il ritratto così attentamente come avete fatto voi.” “Non è che ve ne importi molto di lei”, disse Leni, “non è affatto la vostra amante.” “Eppure lo è”, disse K. ”Non ritiro quel che ho detto.” “Può essere la vostra amante, ora”, disse Leni, “ma non ne sentireste molto la mancanza se la perdeste, o se al suo posto metteste qualcun altra, per esempio me.” “Certo”, disse sorridendo K., “ciò sarebbe concepibile, ma lei ha un gran vantaggio rispetto a voi, non sa nulla del mio processo e anche se ne sapesse qualcosa non ci penserebbe. Non cercherebbe di persuadermi alla compiacenza.” “Non è affatto un vantaggio”, disse Leni. “Se non ha nessun altro vantaggio, io non mi scoraggio. Ha qualche difetto fisico?” “Un difetto fisico?” chiese K. “Sì”, disse Leni, “mi spiego, io ne ho uno, piccolo, guardate.” Allargò il medio e l'anulare della mano destra, tra i quali la pelle che li collega arrivava quasi fino all'articolazione superiore del dito minore. K. nel buio non vide bene quel che lei intendeva indicare per cui lei porse la mano in modo che lui toccasse. “Che scherzo di natura”, disse K., e, come se avesse esaminato tutta la mano, aggiunse: “che bell'unghia!” Con un certo orgoglio Leni stette a guardare come K. stupito continuava ad allargare e stringere le sue due dita, finché non le baciò fuggevolmente e le lasciò. “Oh!” esclamò subito, “mi avete baciata!” Lesta, la bocca aperta, gli si arrampicò in grembo con le ginocchia, K. la guardò quasi sgomento, ora che gli era tanto vicina gli veniva da lei un eccitante odore aspro, come di pepe, lei attirò a sé la testa di lui, vi si chinò sopra e gli morse il collo, lo baciò, gli morse anche i capelli. “Mi avete messa al suo posto”, diceva a tratti, “vedete che però mi avete messa al suo posto!” In quella le ginocchia le scivolarono, con un urletto cadde quasi sul tappeto, K. la afferrò per trattenerla e venne tirato giù. “Ora mi appartieni”, disse lei.
Eccoti la chiave di casa, vieni quando vuoi”, furono le sue ultime parole, e anche un bacio alle spalle, perduto, lo colse, mentre se ne andava. Quando uscì dal portone pioveva leggermente, volle camminare nel mezzo della strada per poter vedere ancora, forse, Leni alla finestra, in quella da un'automobile che aspettava davanti alla casa e che K. nella sua distrazione non aveva proprio notato scese lo zio, lo afferrò per le braccia e lo sbatté contro il portone della casa, quasi volesse inchiodarcelo. “Ragazzo”, esclamò, “come hai potuto farlo? Hai spaventosamente danneggiato la tua causa, che era sulla strada buona. Ti nascondi con quella piccola sudiciona, per di più, com'è chiaro, amante dell'avvocato, e te ne resti via per delle ore. Non tenti neppure una scusa, non dissimuli nulla, no, sei sincero, corri da lei e ci resti. E intanto noi lì seduti assieme, lo zio che si arrabatta per te, l'avvocato che dev'essere convinto, soprattutto il cancelliere capo, questo gran signore che la tua causa senz'altro allo stato l'ha in mano. Intendiamo deliberare come poterti aiutare, io devo trattare cautamente con l'avvocato, lui a sua volta con il cancelliere capo, e tu avresti ogni ragione per sostenermi, almeno. E invece te ne stai altrove. Alla fine non si può nascondere, il fatto, si tratta di uomini acuti, beneducati, non ne parlano, sono indulgenti con me, alla fine però non possono più dominarsi e poiché non possono parlarne, del fatto, ammutoliscono. Siamo stati per dei minuti lì seduti in silenzio a sentire se tu finalmente venivi. Tutto invano. Alla fine il cancelliere capo, che è rimasto molto più a lungo di quanto inizialmente volesse, si alza, si congeda, si duole con me, evidentemente senza potermi aiutare, sta ad aspettare ancora, con incredibile gentilezza, un poco sulla porta, poi se ne va. Naturalmente ne fui felice, già mi mancava il respiro. Sull'avvocato malato tutto ha avuto effetti di maggior forza, non riusciva nemmeno a parlare, quel buon uomo, quando mi sono congedato da lui. E' probabile che tu abbia contribuito al suo crollo completo e che così tu acceleri la morte dell'unico uomo che avevi a tua disposizione. E me, tuo zio, mi lasci ore sotto la pioggia ad aspettare, senti qui, sono fradicio.”


venerdì 1 maggio 2020

Franz Kafka: Il processo - 5


L'aguzzino

Una delle sere seguenti nel transitare lungo il corridoio tra il suo ufficio e la scala principale - in questo caso K. era quasi l'ultimo ad andare a casa, solo nel reparto spedizioni lavoravano ancora due uscieri nel ristretto campo di luce di una lampada a incandescenza – lui udì, dietro un uscio dietro il quale aveva sempre supposto esservi solo un ripostiglio, senza mai averlo visto di persona, emettere sospiri. Si fermò stupito e restò in ascolto ancora per stabilire se si era sbagliato – si fece per un po' silenzio, ma poi vi furono ancora sospiri. Dapprima voleva andare a chiamare un usciere, forse poteva servire un testimone, poi però lo prese una curiosità così indomabile che in effetti spalancò l'uscio. Si trattava, come aveva supposto correttamente, di un ripostiglio. Oltre la soglia c'erano sul pavimento vecchi inservibili materiali a stampa, bottiglie d'inchiostro vuote. Però nella stanza si trovavano 3 uomini rannicchiati in quello spazio basso. Dava loro luce una candela fissata su una scansia. “Cosa fate qui?” chiese precipitoso K. per via dell'eccitazione, ma non a voce alta. Quello che chiaramente dominava gli altri, e aveva attirato lo sguardo su di sé, dava nell'occhio per il genere di scuro abito di pelle che lasciava nudi il collo fino al petto e le braccia tutte. Non rispose. Invece gli altri due gridarono. “Signore! Dobbiamo venir staffilati perché tu ti sei lamentato di noi con il giudice istruttore.” E solo ora K. riconobbe che si trattava in realtà dei vigilanti, di Franz e Willem, e che il terzo teneva in mano uno staffile per colpirli. “Ora”, disse K. guardandoli fisso, “io non mi sono lamentato, ho detto soltanto cos'è successo nel mio appartamento. E innegabilmente non vi siete comportati come si deve.” “Signore”, disse Willem mentre Franz cercava palesemente di mettersi dietro di lui al sicuro dal terzo uomo, “se sapeste come siamo mal pagati dareste un giudizio migliore su di noi. Ho una famiglia da nutrire e Franz qui vorrebbe sposarsi, si tenta di arrotondare come viene, con il solo lavoro non ci si riesce, anche se con il più affaticante, la vostra bella biancheria mi ha attirato , naturalmente ai vigilanti è proibito agire così, fu scorretto, ma è tradizione che la biancheria appartenga ai vigilanti, è stato sempre così, credetemi; è certo anche comprensibile, difatti che mai significano simili cose per chi è tanto sfortunato da venir arrestato. Se poi però egli ne parla apertamente, in quel caso deve seguire la punizione. “Ciò che dite non lo so, non ho assolutamente fatto richiesta che veniste puniti, per me questo è un principio.” “Franz”, si volse Willem all'altro vigilante, “non te lo dicevo che il signore non ha chiesto la nostra punizione? E ora lo senti? Nemmeno l'ha saputo che noi dobbiamo esser puniti” “Non ti far commuovere da questi discorsi”, disse il terzo a K., “la punizione è tanto giusta quanto immancabile.” “Non stare a sentirlo”, disse Willem interrompendosi solo per portare lesto la mano alla bocca, su cui aveva ricevuto un colpo di staffile, “noi veniamo puniti solo perché ci hai denunciato. Altrimenti non ci sarebbe successo nulla anche se si fosse venuti a conoscenza di ciò che abbiamo fatto. Si può chiamare giustizia questo? Noi due, ma io in particolare, per lungo tempo ci siamo ben segnalati come vigilanti – anche tu devi riconoscere che noi dal punto di vista dell'autorità abbiamo vigilato bene – avevamo prospettive di avanzamento e saremmo certo diventati presto aguzzini come questo qui, che appunto ebbe la fortuna di non essere denunciato, difatti accuse del genere capitano davvero assai di rado. E ora, signore, tutto è perduto, la nostra carriera è finita, dovremo lavorare ancora da subordinati peggio di quanto non avvenga nel servizio di vigilanza e per di più ora ci tocca questa pena corporale spaventosamente dolorosa.” “Ma lo staffile fa così male?” chiese K. scrutando lo staffile che l'aguzzino gli brandiva davanti. “Dovremo addirittura denudarci”, disse Willem. “Ah”, disse K. guardando meglio l'aguzzino, abbronzato come un marinaio e con una faccia brutalmente sana. “Non è possibile risparmiare la pena corporale ai due?” gli chiese K. “No”, disse l'aguzzino scuotendo il capo con un sorriso. “Spogliatevi”, ordinò ai vigilanti. E a K.: “non devi credere a tutto quel che dicono. Sono già un po' fuori di sé per timore dello staffile. Per esempio, quel che ha raccontato questo qui” - indicò Willem - “sulle sue possibilità di carriera, è assolutamente ridicolo. Vedi quanto è grasso – il primo colpo di staffile andrà soprattutto smarrito nel grasso. Lo sai perché è diventato tanto grasso? Ha l'abitudine di mangiar la colazione a tutti gli arrestati. Non ha mangiato anche la tua? Lo dicevo, io. Ma un uomo con una pancia simile non può mai e in nessun caso diventare aguzzino, è totalmente escluso.” “Ce ne sono di aguzzini grassi”, osservò Willem sciogliendosi la cintura dei calzoni. “No!” disse l'aguzzino e lo colpì sul collo in tal modo che quello trasalì, “Tu non dovresti stare a sentire, ma invece dovresti levarti da qui.” “Ti pagherei bene, se li lasci andare”, disse K. e senza guardare di nuovo l'aguzzino – certe faccende si regolano al meglio se le due parti non si guardano – estrasse il portafogli. “Poi denunci anche me”, disse l'aguzzino, “ e mi tocca lo staffile. No no!” “Ma sii ragionevole”, disse K., “se avessi voluto che questi 2 venissero puniti, ora mica intenderei riscattarli. Potrei semplicemente chiudere quest'uscio, non vedere né sentire più altro e andarmene a casa. Ma non lo faccio, anzi m'interessa sul serio che loro siano liberati; se avessi supposto che dovessero o anche solo potessero venir puniti non avrei mai fatto i loro nomi. Non li ritengo affatto colpevoli, colpevole è l'organizzazione, colpevoli sono gli alti funzionari.” “Ecco, sì”, esclamarono i vigilanti e si presero subito un colpo sulle spalle che già erano spogliate. “Se tu qui sotto lo staffile avessi un alto giudice”, disse K. abbassando, mentre parlava, lo strumento che già stava di nuovo levandosi, “davvero non ti impedirei di cominciare a colpire, al contrario ti darei più soldi per corroborarti ai fini della giusta causa.” “Quel che dici suona certo plausibile”, disse l'aguzzino, “ma io non mi faccio corrompere. Sono addetto alle pene corporali e dunque staffilo.” Il vigilante Franz che, forse aspettandosi un buon esito dell'intervento di K., fin lì si era alquanto contenuto, andò verso l'uscio con solo i calzoni addosso, si attaccò inginocchiandosi a un braccio di K. e sussurrò: “se non riesci a ottenere pietà per entrambi cerca almeno di liberare me. Willem è più anziano di me, sotto questo aspetto meno sensibile, già in un caso alcuni anni fa ha avuto una forma lieve di pena corporale, io invece non sono ancora disonorato e alla mia condotta sono stato portato unicamente da Willem che nel bene e nel male è mio maestro. Giù, davanti alla banca, la mia povera sposa mi attende all'uscita, io mi vergogno tremendamente.” Si asciugò con la giacca di K. il viso inondato di lacrime. “Non aspetto più”, disse l'aguzzino, afferrò con tutte e due le mani lo staffile e colpì Franz, mentre Willem era rannicchiato in un cantuccio e guardava di nascosto senza osare un movimento del capo. Quando si levò l'urlo cacciato da Franz, pieno e costante, non sembrò originato da un uomo, ma da uno strumento sottoposto a tormento, tutto il corridoio ne risuonò, l'intero edifico dové udirlo; “non urlare”, gridò K., non riuscendo a trattenersi e, mentre guardava teso nella direzione da cui dovevano venire gli uscieri, colpì Franz non forte, ma abbastanza forte perché quello inconsultamente cadesse giù e convulso andasse a tastoni sul pavimento; ma non evitò i colpi, lo staffile lo colse anche a terra, mentre lui le si rotolava sotto, la punta dello staffile si agitava regolare su e giù. E già da lontano comparve un usciere, poco dietro un secondo. K. aveva in fretta chiuso l'uscio con un colpo, era andato a una vicina finestra interna e l'aveva aperta. L'urlio era cessato del tutto. Per non far avvicinare gli uscieri K. gridò: “sono io.” “Buona sera signor procuratore”, gridarono di rimando. “E' successo qualcosa?” “No no”, rispose K., “a urlare è solo un cane in cortile.” Poiché gli uscieri non si muovevano, aggiunse: “Loro possono restare al loro lavoro.” Per non doversi abbassare a conversare con gli uscieri si affacciò alla finestra. Quando dopo un certo tempo guardò di nuovo nel corridoio essi erano già via. K. però restò presso la finestra, non osava andare nel ripostiglio, né voleva andare a casa. Il cortile verso cui lui guardava era quadrato e piccolo, tutt'intorno c'erano ininterrottamente uffici, tutte le finestre erano adesso scure, solo quelle più in alto catturavano un riflesso della luna. K. cercò sforzandosi di penetrare con lo sguardo nel buio di un canto del cortile nel quale erano accostati l'uno all'altro dei carretti a mano. Gli doleva di non essere riuscito a impedire la pena corporale, ma non era colpa sua se non aveva avuto successo, se Franz non avesse urlato – certo doveva esser stata una cosa dolorosa, ma in un dato momento ci si deve dominare – se non avesse urlato, K. molto probabilmente, almeno, avrebbe trovato ancora modo di persuadere l'aguzzino. Se tutto l'insieme degli impiegati di più basso grado era gentaglia, perché proprio l'aguzzino, che aveva l'ufficio più inumano, avrebbe dovuto costituire l'eccezione? K. aveva ben visto come, alla vista delle banconote, gli occhi erano brillati all'aguzzino, costui aveva staffilato con serietà solo per alzare ancora un po' il prezzo della corruzione. E K. non avrebbe fatto l'avaro, davvero gl'importava di liberare i vigilanti; se già aveva iniziato a combattere la corruzione di questa compagine giudiziaria era evidente che lui entrasse in azione anche da questo lato. Però nel momento in cui Franz aveva iniziato a urlare naturalmente tutto era finito. K. non poteva permettere che gli uscieri e fors'anche tutta la gente possibile venisse a sorprenderlo nel ripostiglio in trattative con quella combriccola. Tale sacrificio davvero nessuno poteva volerlo da K. Se lui ne avesse avuto l'intenzione sarebbe stato quasi più semplice che si fosse spogliato e offerto come sostituto dei vigilanti all'aguzzino. D'altronde certo egli non avrebbe accettato tale sostituzione dato che in quel modo senza alcun suo vantaggio avrebbe gravemente violato il suo dovere e probabilmente lo avrebbe doppiamente violato, difatti K. certamente, fintanto che era in arresto, doveva essere per ogni impiegato del tribunale intoccabile. D'altra parte qui potevano anche vigere speciali disposizioni. In ogni caso K. non aveva potuto fare null'altro che chiudere l'uscio di colpo, ciò nonostante con tale gesto per lui non tutti i pericoli erano eliminati in assoluto. Che anche lui alla fine avesse colpito Franz era deplorevole e giustificabile solo per il suo stato di tensione.
Udì in lontananza i passi degli uscieri; per non dar loro nell'occhio chiuse la finestra e si diresse verso la scala principale. Alla porta del ripostiglio si fermò un poco e stette in ascolto. Totale silenzio. Quell'uomo poteva aver staffilato a morte i vigilanti, già totalmente in suo potere. K. aveva già proteso una mano verso la maniglia, poi però la ritirò. Non poteva più aiutare nessuno e gli uscieri stavano per arrivare; si ripromise tuttavia di parlare ancora di quella cosa e di punire a dovere, per quanto potesse, i veri colpevoli, gli alti funzionari, dei quali nessuno ancora aveva osato segnalarsi a lui. Nello scendere la scala esterna della banca osservò meticoloso tutti i passanti, ma lì intorno non c'era alcuna ragazza in attesa di qualcuno. Il rimarcare da parte di Franz che sua moglie lo aspettava si dimostrò essere una bugia del resto perdonabile che aveva avuto solo lo scopo di suscitare una compassione più grande.
Neppure nei giorni successivi i vigilanti gli uscirono di mente; sul lavoro fu distratto e per riuscire a farlo bene dové restare in ufficio ogni giorno più a lungo del giorno prima. Nel passare davanti al ripostiglio per uscire e andare a casa, come fosse un'abitudine, lo apriva. Di ciò che vedeva, a parte l'attesa oscurità, non sapeva capacitarsi. Tutto era immutato ogni sera rispetto alla sera prima, quando aveva aperto l'uscio. Materiali di stampa e bottiglie d'inchiostro subito al di là della soglia, l'aguzzino con lo staffile, i vigilanti ancora svestiti, la candela sulla mensola, i vigilanti che iniziavano a lamentarsi e gridavano “Signore!” Subito K. chiudeva con un colpo l'uscio e lo colpiva con i pugni, come se in quel modo fosse chiuso meglio. Quasi piangente correva dagli uscieri, tranquilli al lavoro con la macchina per le copie <ciclostile? -n.d.t.>, che stupiti si fermavano. “Ma svuotatelo una buona volta il ripostiglio”, gridava lui. “Si affonda nel sudicio.” Quelli erano disposti a farlo il giorno dopo, K. annuiva, subito a quell'ora tarda della sera lui non poteva più costringerli a lavorare come in effetti aveva in mente. Si metteva per un po' seduto allo scopo di tenerli d'occhio, metteva in disordine alcune delle copie credendo di dar l'impressione di verificarle e poi se ne andava, intuendo che gli uscieri non avrebbero osato andarsene a casa, stanchi e distratti, contemporaneamente a lui.

venerdì 24 aprile 2020

Franz Kafka: Il processo - 4


Nell'aula delle assise
Lo studente
Gli uffici

K. attese durante la settimana seguente giorno dopo giorno una nuova comunicazione, non poteva credere che si fosse presa alla lettera la sua rinuncia all'interrogatorio, e, siccome l'attesa comunicazione ancora il sabato sera in realtà mancava, suppose di esser citato implicitamente nello stesso edificio e alla stessa ora. Per cui vi si recò di nuovo, di domenica, stavolta andò diretto per scale e corridoi, v'era gente che, ricordandosi di lui, lo salutò dalla porta, ma lui non doveva più far più domande a nessuno e presto arrivò alla porta giusta. Bussò, gli fu subito aperto e senza badare alla donna che aveva conosciuto, ferma sulla porta, intendeva andar subito nella stanza accanto. “Oggi non c'è assise”, disse lei. “Perché non dovrebbe esserci?” chiese lui, non disposto a crederle. La donna però lo convinse aprendo la porta della stanza accanto. Davvero era vuota e nel suo vuoto appariva ancora più misera che non la domenica prima. Sul tavolo che non diversamente si trovava sopra il podio c'erano alcuni libri. “Li posso guardare?” chiese K. non per particolare curiosità, ma per non esser venuto lì del tutto inutilmente. “No”, disse la donna richiudendo la porta, “non è permesso. Appartengono al giudice istruttore.” “Ah ecco”, disse K. annuendo, “sono libri certo di legge e fa parte dello stile di questa istituzione giudiziaria che si venga giudicati non solo da innocenti, ma anche da ignari.” “Sarà così”, disse la donna, che non l'aveva capito bene. “Allora me ne vado”, disse K. “Devo dire qualcosa al giudice istruttore?” chiese la donna. “Lo conoscete?” chiese K. “Naturale”, disse la donna, “mio marito è al servizio del tribunale.” Solo ora K. notò che la stanza in cui l'altra volta c'era solo un mastello per lavare ora costituiva un locale d'abitazione completamente arredato. La donna notò il suo stupore e disse: “Sì, noi abitiamo qui gratis, ma nei giorni di assise siamo obbligati a vuotare la stanza. Il posto di mio marito ha parecchi svantaggi.” “Non sono stupito tanto per la stanza”, disse K. guardando male la donna, “ma invece dal fatto che siete sposata.” “Vi riferite forse al fatto successo durante la scorsa assise, quando io disturbai il vostro discorso?” chiese la donna. “Certo”, disse K., “oggi non conta più e quasi è cosa dimenticata, ma sul momento mi ha reso addirittura furibondo. E ora voi, a dire di essere una donna sposata.” “Non fu a vostro svantaggio che il vostro discorso venisse troncato. In seguito lo si è giudicato assai negativamente.” “Può darsi”, disse K. divertito, “ma ciò non vi giustifica.” “Sono giustificata da tutti quelli che mi conoscono”, disse la donna, “quello che mi ha abbracciato mi sta dietro da parecchio tempo. In generale posso non essere attraente, ma per lui lo sono. Non c'è riparo a questa cosa, anche mio marito ci si è rassegnato; se vuole mantenere il posto lo deve tollerare, difatti quell'uomo è studente e arriverà prevedibilmente ad avere un potere più grande. Mi sta sempre dietro, se ne è andato proprio prima che veniste voi.” “A ogni altro va bene”, disse K., “ciò non mi sorprende.” “Avete intenzione d'introdurre qui delle riforme?” disse la donna, lenta e indagatrice, quasi che dicesse qualcosa di pericoloso tanto per lei quanto per K. “L'ho concluso dal vostro discorso, che a me personalmente è piaciuto molto. Del resto ne ho sentito solo una parte, l'inizio l'ho mancato e durante la conclusione giacevo con lo studente sul pavimento.” “Certo qui è un tale schifo”, disse dopo una pausa, e prese la mano a K. “Credete che vi riuscirà di migliorare le cose?” K. sorrise e ruotò un poco la sua mano nella mano soffice di lei. “In effetti”, disse, “non sono qui per migliorare le cose, per esprimersi come voi fate, e se lo diceste per esempio al giudice istruttore sareste derisa, oppure verreste punita. Di fatto non mi sarei certo immischiato di mia volontà in queste cose, né la possibile riforma di questa istituzione giudiziaria avrebbe mai turbato il mio sonno. Tuttavia dal momento che venni per così dire arrestato – insomma, sono in arresto – sono stato costretto a ingerirmi qui, senza dubbio di mia volontà. Se tuttavia intanto posso esservi utile in qualche modo, naturalmente lo farò molto volentieri. Non solo per amor del prossimo, diciamo così, ma soprattutto perché anche voi potete aiutare me.” “Ma come potrei?” chiese la donna. “Per esempio facendomi vedere i libri là sul tavolo.” “Ma certo”, esclamò la donna e lo tirò dietro di sé verso il tavolo. Erano vecchi libri sciupati, la copertina di uno era nella costola quasi rotta e i suoi pezzi erano sfibrati. “Com'è sudicio tutto, qui”, disse K. scuotendo il capo, e la donna strofinò via con il suo grembiule almeno la polvere superficiale prima che K. potesse prenderli. K. spalancò il libro che stava sopra e apparve una figura indecente. Un uomo e una donna sedevano nudi su un canapè, l'intento segreto dell'incisione era facile da intendere, ma la sua goffaggine era così grande che in definitiva erano visibili solo un uomo e una donna che in modo troppo corporeo dominavano la figura, sedevano troppo eretti e a causa della falsa prospettiva solo a fatica erano voltati l'uno all'altra. K. non voltò le pagine del libro oltre, invece aprì il secondo libro alla pagina del titolo, si trattava di un romanzo il cui titolo era: “Le tribolazioni che Grete ebbe da patire da parte di suo marito.” “Ecco i libri di legge che qui si studiano”, disse K. “Da persone così devo essere giudicato.” “Io vi aiuterò”, disse la donna. “Volete?” “Ma potreste farlo senza mettervi in pericolo? Dicevate prima che vostro marito è molto dipendente dai superiori.” “Voglio aiutarvi lo stesso”, disse la donna. “Venite, dobbiamo parlarne. Non parlate più di quel che io rischio, temo il rischio solo nei casi in cui voglio temerlo. Venite.” Gli indicò il podio e lo pregò di sedersi con lei sul gradino. “Avete dei begli occhi scuri”, disse dopo che si erano seduti guardando da sotto K. nel viso, “lo dicono anche a me che avrei dei begli occhi, ma i vostri sono molto più belli. Mi piacquero subito del resto, l'altra volta, quando entraste qui, all'inizio. Furono anche la ragione per cui poi più tardi venni all'assemblea, cosa che altrimenti mai avrei fatto e che in certo modo mi è proibita.” “Ecco, dunque”, pensò K., “mi si offre, è corrotta come tutti qua attorno, è stufa degli impiegati al tribunale, il che è certo comprensibile, per cui accoglie con favore un qualunque estraneo con un complimento per i suoi occhi.” E se ne stette zitto come se avesse espresso i suoi pensieri a voce così spiegando la propria condotta alla donna. “Non credo che voi potreste aiutarmi”, disse, “per aiutarmi davvero si dovrebbero avere rapporti con funzionari di alto grado. Voi tuttavia certamente conoscete gli impiegati di basso grado che fitti si aggirano qui. Costoro certo vi conoscono assai bene e da loro potreste ottenere parecchio, non ne dubito, ma il massimo che si potrebbe ottenere da loro sarebbe del tutto insignificante ai fini dell'esito definitivo del processo. Con ciò tuttavia vi sareste giocata pure alcuni amici. Questo non lo voglio. Continuate ad avere le relazioni solite con questa gente, mi spiego, mi sembra che ciò vi sia indispensabile. Non lo dico senza rammarico, difatti, per rispondere in qualche modo al vostro complimento, anche voi mi piacete, specie se come ora mi guardate con tanta tristezza, per quanto del resto non ne abbiate alcun motivo. Voi fate parte di questa compagine che io devo combattere, ma vi ci trovate molto bene, amate perfino lo studente, e se non lo amate, ugualmente lo preferite almeno a vostro marito. Fu facile riconoscerlo dalle vostre parole. “No”, esclamò lei, rimase seduta e prese la mano a K. che non la tirò via abbastanza svelto. “Non potete andarvene ora, non potete andarvene giudicandomi in modo sbagliato. Davvero siete capace di andarvene ora? Sono davvero così spregevole che voi neppure volete farmi il piacere di restar qui un altro momentino?” “Voi mi capite male”, disse K. sedendosi, “se davvero vi importa che resti qui, ci resto volentieri, il tempo non mi manca certo, sono venuto qui aspettandomi che oggi ci fosse un dibattimento. Con quel che vi dicevo prima desideravo solo pregarvi di non intraprendere nulla per me nel processo che mi riguarda. Tuttavia neppure di ciò dovete rammaricarvi, pensate invece che a me non importa nulla dell'esito del processo, e che su una condanna ci farò una risata. Ammesso che, in linea generale, si venga a una vera chiusura del processo, cosa di cui dubito molto. Credo anzi che il procedimento, a causa di infingardaggine o di smemoratezza, o forse addirittura a causa di paura da parte dell'insieme dei funzionari, sia già sospeso o che sarà sospeso quanto prima. Per altro è possibile anche che il processo venga apparentemente portato avanti nella speranza di un qualche maggior grado di corruzione, cosa del tutto inutile, come oggi posso già dire, difatti io non corrompo nessuno. Sarebbe tuttavia un favore che voi potreste farmi, se comunicaste al giudice istruttore o a qualcun altro che divulga volentieri notizie importanti, che io mai, e con nessun trucco di quelli di cui questi signori dispongono riccamente, sarò indotto alla corruzione. Sarebbe del tutto vano, questo potete dirglielo in modo chiaro. D'altra parte si sarà già visto, forse, e se anche non fosse così non me ne importerebbe molto, che era una cosa notoria. Con ciò verrebbe solo risparmiata fatica a quei signori, e a me alcune seccature che tuttavia volentieri mi assumo se so che ognuna è allo stesso tempo una bastonata per gli altri. E intendo curarmene, che lo divenga. Lo conoscete proprio il giudice istruttore?” “Naturalmente”, disse la donna, “ci pensai subito allorché vi offrii aiuto. Non sapevo che è solo un funzionario di basso grado, ma se lo dite voi, sarà probabilmente vero. Ciò nonostante credo che ciò che lui relaziona in alto abbia pur sempre qualche influenza. E di rapporti ne scrive così tanti. Voi dite che gli impiegati sono degli infingardi, certo non tutti, in particolare questo giudice istruttore non lo è, scrive moltissimo. Domenica scorsa per esempio l'assise durò fino a sera. Tutti se ne andarono, invece il giudice istruttore rimase nell'aula, dovetti portargli una lampada, ne avevo solo una piccola, da cucina, ma gli bastò e iniziò subito a scrivere. Intanto era arrivato anche mio marito che quella domenica per l'appunto era libero, andammo a prendere i mobili, ripristinammo l'arredamento della stanza, poi vennero anche i vicini, si passò il tempo al lume di candela; per farla breve: ci dimenticammo del giudice istruttore e andammo a dormire. Di colpo durante la notte, doveva già essere tardi, mi svegliai, accanto al letto c'era il giudice istruttore che faceva schermo alla lampada con una mano per non far cadere la luce su mio marito, cautela inutile, mio marito ha un sonno tale che la luce non lo avrebbe svegliato. Ero talmente spaventata che quasi avrei urlato, ma il giudice istruttore fu molto gentile, mi esortò alla cautela, mi sussurrò che aveva scritto fino a quel momento, che mi riportava la lampada e che mai avrebbe dimenticato lo spettacolo che gli avevo dato, trovandomi lui addormentata. Con tutto questo intendevo solo dirvi che in effetti il giudice istruttore scrive molti rapporti, in particolare su di voi: infatti la vostra audizione era certo uno degli oggetti principali dell'assise di domenica. I lunghi rapporti del giudice istruttore possono però non essere del tutto insignificanti. Inoltre potete anche vedere, per il caso vostro, che il giudice istruttore mi fa la corte e che proprio ora che siamo all'inizio, deve avermi notato dopotutto solo ora, posso avere su di lui una grande influenza. Che gl'importi molto di me ne ho adesso un'altra prova ancora. Ieri mi ha mandato in regalo tramite lo studente, di cui ha molta fiducia e che è suo collaboratore, delle calze di seta, all'apparenza perché sgomberi la stanza dell'assise, ma si tratta solo di un pretesto, difatti tale lavoro è mio dovere e mio marito è pagato per questo. Sono belle calze, guardate” - allungò le gambe, si tirò la veste su fino alle ginocchia e anche lei guardò le calze - “sono belle calze, ma in effetti troppo raffinate e non adatte a me.”
D'improvviso si interruppe, mise una mano su una mano di K., come volesse tranquillizzarlo, e mormorò: “Zitto, Bertold ci vede!” K. alzò lentamente lo sguardo. Sulla porta dell'aula di assise c'era un giovane, era piccolo, aveva le gambe non del tutto dritte e tentava di darsi un tono continuando a far vagare le dita nella sua corta e rada barba rossiccia. K. lo guardò incuriosito, si trattava davvero del primo studente della sconosciuta scienza giuridica che lui diciamo di persona incontrasse, un uomo che probabilmente sarebbe un giorno arrivato ad avere un posto da alto funzionario. Al contrario lo studente pareva non interessarsi affatto a K., fece un cenno alla donna con un dito, per un momento distolto dalla barba, e andò alla finestra, la donna si chinò verso K. e mormorò: “Non prendetevela con me, ve ne prego davvero, non pensate male di me, ora devo andare da lui, da quest'uomo ripugnante, basta che ne vediate le gambe storte. Torno subito, però, e poi vengo con voi, se mi portate con voi vengo dove volete, potete fare con me quel che volete, sarò felice se sto via di qui per il massimo possibile di tempo, meglio ancora se per sempre.” Accarezzò ancora una mano a K., saltò su e corse verso la finestra. Senza volere K. cercò di afferrarle una mano, a vuoto. Quella donna lo attraeva davvero, nonostante ogni riflessione lui non trovò alcun solido motivo per cui non dover cedere all'attrazione. Respinse senza fatica la fuggevole obbiezione che lei lo intrappolasse per conto del tribunale. In qual modo lei poteva intrappolarlo? Non continuava a restare, lui, tanto libero da riuscire subito a farla fuori, tutta quella corte di giustizia, almeno per quanto lo riguardava? Poteva non avere questo minimo di fiducia in se stesso? L'offerta di aiuto da parte di lei suonava sincera e forse non era vana. Forse non c'era una vendetta migliore sul giudice istruttore e sul suo codazzo che sottrarre loro questa donna e prendersela. Avrebbe potuto darsi il caso, una volta, che il giudice istruttore, fatto il faticoso lavoro di scrivere bugie su K., a notte fonda trovasse il letto della donna vuoto. Vuoto perché lei sarebbe stata di K., dato che quella donna lì, alla finestra, quel corpo voluttuosamente agile e caldo vestito di scura stoffa pesante, grezza, apparteneva senza dubbio solo a K.
Eliminate in tal modo le obbiezioni contro la donna, quel colloquio a voci basse alla finestra gli venne a noia, picchiò con le nocche sul podio, poi anche con un pugno. Lo studente guardò brevemente verso K. da sopra una spalla della donna, ma non si lasciò disturbare, anzi, le si spinse addosso di più e la cinse. Lei chinò ancor di più il capo come se stesse ad ascoltarlo attenta, lui la baciò rumoroso, lei abbassandosi, sul collo, senza smettere di parlarle. K. in ciò vide confermata la tirannia che lo studente, stando alle lagnanze di lei, esercitava sulla donna, si alzò e si mosse in giro per la stanza. Pensò sbirciando lo studente a come poter cacciarlo via nel più breve tempo possibile e quindi non salutò come cosa positiva che lo studente, chiaramente disturbato dal fatto che K. si aggirava nella stanza, osservasse: “se non avete pazienza potete andarvene. Avreste potuto andarvene anche prima, nessuno avrebbe sentito la vostra mancanza. Anzi, avreste addirittura dovuto andarvene già al mio arrivo, e alla svelta.” Magari in queste parole si sfogava tutta l'ira possibile, comunque in esse c'era anche l'alterigia del futuro funzionario tribunalizio che parlava a un imputato antipatico. K. gli si fermò molto vicino e sorridendo disse: “è vero, sono impaziente, ma quest'impazienza verrà eliminata nel modo più semplice dal fatto che voi ci lasciate. Siete forse venuto per studiare – ho sentito dire che siete studente - allora intendo farvi posto volentieri e me ne vado con lei. Del resto dovrete studiare ancora molto, prima di diventare giudice. Non conosco certo ancora molto bene la vostra qualità giuridica, ma ho idea che dovrà passare parecchio tempo perché non sia fatta solo di parole grossolane che certo già sapete dire in modo sfrontato.” “Non lo si sarebbe dovuto far girare così in libertà”, disse lo studente come se volesse dare alla donna una spiegazione di quel che K. aveva detto di offensivo, “fu uno sbaglio. L'ho detto al giudice istruttore. Lo si doveva almeno trattenere nella sua stanza, tra un interrogatorio e l'altro. Il giudice istruttore a volte è incomprensibile.” “Discorsi vani”, disse K. tendendo una mano alla donna. “Venite.” “Ah, è così” disse lo studente, “no no, voi non ve la prendete”, e con una forza che non gli si sarebbe attribuita prese su con un braccio la donna e a schiena curva, sogguardandola amoroso, si affrettò verso la porta. Indiscutibilmente lo studente fu preso, nel far ciò, da una certa paura di K., ciò nonostante osò provocarlo ancora strofinando e premendo con la mano che aveva libera il braccio della donna. K. si affrettò a seguirlo pronto ad acchiapparlo e nel caso a prenderlo per il collo, lei però disse: “Non serve a nulla, è il giudice istruttore che mi manda a chiamare, non posso venire con voi, questo sgorbietto”, disse facendo passare una mano sulla faccia dello studente, “questo sgorbietto non mi molla.” “E voi non volete esser liberata”, urlò K. piazzando addosso allo studente una mano, mano che quello azzannò. “No”, disse la donna respingendo con entrambe le mani K., “no, non è il caso, ma che vi viene in mente? Sarebbe la mia rovina. Lasciatelo fare, ve ne prego, lasciatelo fare. Sta solo eseguendo l'ordine del giudice istruttore, e mi porta da lui.” “E allora che vada, e voi non vi voglio più vedere”, disse K. infuriato per la delusione, e colpì lo studente sulla schiena, quello incespicò un attimo e poi subito balzò su ancor meglio con quel suo carico, per il piacere di non esser caduto. K. li seguì lentamente, capiva che si trattava della prima indubbia sconfitta che lui patisse da quella gente. Non c'era naturalmente alcun motivo di affliggersene, perché era lui a cercare la battaglia. Restando a casa a fare la sua solita vita, lui sarebbe stato in mille modi superiore a ognuna di quelle persone e avrebbe potuto levarsela di torno con un calcio. Si immaginò la comicissima scena che per esempio ci sarebbe stata se quel patetico studente, quel ragazzino borioso, quello sgorbio con la barbetta si fosse inginocchiato davanti al letto di Elsa e l'avesse pregata a mani giunte di fargli la grazia. Gli piacque tanto l'immagine, che decise, se l'occasione se ne fosse presentata, di portarlo da Elsa, una volta.
Per curiosità K. si affrettò verso la porta, voleva vedere dove sarebbe stata portata la donna, lo studente mica l'avrebbe portata in braccio per le strade. Si rivelò che il tragitto era molto più breve. Subito davanti alla porta dell'appartamento portava probabilmente alla soffitta una stretta scala di legno che faceva una curva, per cui non se ne vedeva il termine. Lo studente portò lentamente la donna su per quella scala, tra i gemiti, difatti la corsa lo aveva fiaccato. Lei salutò con una mano K., in basso, cercò facendo svariate volte spallucce di segnalare la sua incolpevolezza del rapimento, tuttavia in quelle mosse non v'era molto rammarico. K. la guardò inespressivo come un'estranea, non voleva mostrare che era deluso, né che avrebbe potuto vincere con facilità la delusione.
Quei due erano già scomparsi, ma K. restò sulla porta. Fu costretto ad ammettere che non solo la donna lo aveva imbrogliato ma, dicendo che veniva portata dal giudice istruttore, gli aveva anche mentito. Il giudice istruttore mica sarebbe stato ad aspettare in soffitta. La scala di legno non spiegava nulla finché non si guardava con attenzione. In quella K. notò un cartellino vicino all'ingresso della scala, ci andò e lesse, scritto in modo incerto e infantile, “Accesso agli Uffici del Tribunale”. E dunque lì, nelle soffitte di quella casa d'affitto, c'erano gli uffici del tribunale? Non c'era un'organizzazione capace di dedicarvi molta attenzione ed era tranquillizzante per un imputato figurarsi la pochezza dei mezzi economici a disposizione di questo tribunale, se esso collocava i suoi uffici lì dove gli inquilini, già di per sé appartenenti ai più poveri, depositavano la loro minutaglia superflua. Del resto non era escluso che di denaro se ne avesse abbastanza e che invece gli impiegati lo utilizzassero per sé prima che venisse impiegato per il tribunale. Ciò, stando alle esperienze fin lì avute da K., era addirittura assai probabile, un simile degrado per un imputato era certo umiliante, sì, tuttavia in fondo più tranquillizzante di quanto non fosse la miseria del tribunale. Ora K. capì anche che per il primo interrogatorio ci si fosse vergognati di citare l'imputato nella soffitta e si fosse preferito disturbarlo nella sua abitazione. E in qual posizione si trovava tuttavia K. nei confronti del giudice, che sedeva nella soffitta mentre lui nella banca aveva una grande stanza con un'anticamera e poteva guardar giù attraverso una enorme vetrata l'animata piazza cittadina? Certo, lui non disponeva di nessuna entrata secondaria da corruzione e peculato, né poteva farsi portare da un usciere alcuna donna in braccio nell'ufficio. A ciò però K. intendeva rinunciare, almeno in questa vita.
K. stava ancora davanti al cartellino quando un uomo salì la scala, guardò attraverso la porta aperta nella stanza da cui si poteva vedere anche il locale delle assise e alla fine chiese a K. se non avesse visto da poco una donna. “Siete l'usciere del tribunale, no?” “Sì”, disse quell'uomo, “ah sì, voi siete l'imputato K., ora vi riconosco, siate il benvenuto.” E porse la mano a K., che non se lo aspettava proprio. “Oggi però non è annunciata alcuna assise”, disse poi l'usciere, e K. tacque. “Lo so”, disse poi osservando l'abito civile dell'usciere che come unico segno di riconoscimento ufficiale accanto ad alcuni normali bottoni esibiva due bottoni dorati che sembravano essere stati staccati da un vecchio cappotto da ufficiale. “Ho parlato da poco con vostra moglie. Non è più qui. Lo studente l'ha portata dal giudice istruttore.” “Vedete”, disse l'usciere, “me la portano sempre via. Oggi è domenica, inoltre, e io sono libero, tuttavia solo per allontanarmi di qui mi si invia a portare una notifica, del resto inutile. Di fatto non mi si manda lontano, per cui ho la speranza, se faccio molto in fretta, di far ritorno, forse, in modo tempestivo. Dunque corro quanto posso, urlo all'ufficio cui sono stato mandato la mia comunicazione dalla soglia della porta, così senza fiato che mi capiranno a mala pena, corro di nuovo indietro, ma lo studente è stato più veloce di me, avendo lui del resto da fare un tragitto più breve, deve scendere solo la scala della soffitta. Se non fossi tanto in subordine, già da tempo lo avrei spiaccicato sul muro lo studente. Qui, presso il cartellino. E' il mio sogno, sempre. Un po' qui, sul pavimento, schiacciato, a braccia stese, le dita divaricate, quelle gambe storte attorcigliate, e attorno schizzi di sangue. Finora però è solo un sogno. “Non c'è un altro modo?” chiese K. sorridendo. “Non ne saprei un altro”, disse l'usciere. “E ora sarà anche peggio, fin qui se l'è presa solo per sé, ora la porta, del resto me lo aspettavo da tempo, anche dal giudice istruttore.” “Ma vostra moglie non ne ha proprio colpa?” chiese K., che dovette costringersi a fare questa domanda tanto sentiva anche lui la gelosia. “Ma certo”, disse l'usciere, “ne ha addirittura la colpa maggiore. Gli si è attaccata, anzi. Quanto a lui, corre dietro a ogni femmina. Solo in quest'edificio e stato buttato fuori già da cinque appartamenti in cui s'è intrufolato. Certo mia moglie è la donna più bella di tutta la casa e proprio da ciò non riesco a proteggermi.” “Se è così non c'è nulla da fare”, disse K. “Perché no?”, chiese l'usciere. “Lo studente, che è un codardo, si dovrebbe bastonare bene bene, la volta che vuole toccare mia moglie, in modo che non osi più farlo. Io però non posso e altri non mi fanno il piacere perché temono il potere che ci ha. Solo un uomo come voi potrebbe farlo.” “Ma perché io?” chiese K. stupito. “Siete ben l'imputato” disse l'usciere. “Sì”, disse K., “ma appunto per questo dovrei aver più paura che lui, quand'anche non abbia forse influenza sull'esito del processo, ne abbia sull'inchiesta preliminare.” “Sì, certo”, disse l'usciere come se il punto di vista di K. fosse precisamente uguale a quello suo. “Da noi però di solito non si fanno processi senza speranza.” “Non sono della vostra opinione”, disse K., “tuttavia ciò non m'impedirà di occuparmi all'occasione dello studente.” “Ve ne sarei molto grato”, disse l'usciere in modo un po' formale, in effetti non pareva credere all'esaudimento dei suoi desideri massimi. “Forse”, proseguì K., “si prodigherebbero anche altri dei vostri e forse tutti nello stesso modo.” “Sì sì”, disse l'usciere come se si trattasse di qualcosa di ovvio. Poi guardò K. in modo confidenziale, ciò che fin lì ancora non aveva fatto nonostante tutta la sua gentilezza, e proseguì: “ci si ribella sempre, come no?” Ma il discorso parve essergli diventato un po' scomodo, difatti s'interruppe e disse: “Ora ho da presentarmi nell'ufficio. Volete venire?” “Non ho niente da farci”, disse K. “Potreste vederla. Nessuno s'interesserà a voi.” “Ma è da vedere?” chiese K. esitante, però ne aveva una gran voglia. “Sapete”, disse l'usciere, “pensavo che vi avrebbe interessato.” “Va bene”, disse K. alla fine, “vengo con voi”, e salì la scala più in fretta dell'usciere.
Nell'entrare sarebbe caduto, difatti dietro la porta c'era un altro gradino. “Non è che si abbia molto riguardo per il pubblico”, disse. “Non se ne ha in generale”, disse l'usciere, “basta che vediate qui la stanza d'attesa.” Si trattava di un lungo andito dal quale porte rozzamente lavorate davano sui singoli reparti della soffitta. Nonostante che non vi fosse un accesso diretto di luce, non faceva completamente scuro, difatti parecchi reparti erano chiusi verso l'andito non da pareti piene, ma da semplici grate di legno – che altresì arrivavano fino al soffitto - attraverso le quali un po' di luce penetrava e si poteva anche vedere che alcuni impiegati erano al tavolo a scrivere o se ne stavano proprio alla grata a guardare dai fori coloro che si trovavano nell'andito. Probabilmente per il fatto che era domenica nell'andito c'era solo poca gente. Faceva un'impressione misera. A distanza quasi regolare l'uno dall'altro costoro sedevano su due lunghe panche di legno accostate ai due lati dell'andito. Erano vestiti in modo dimesso, per quanto in maggioranza, stando all'espressione facciale, alla postura, alla foggia della barba, appartenessero alle classi superiori. Mancando attaccapanni avevano messo i cappelli, probabilmente seguendo l'uno l'esempio dell'altro, sotto la panca. Quando quelli vicino alla porta scorsero K. e l'usciere si levarono per salutare; vedendo ciò, gli altri ritennero di dover salutare, per cui tutti si levarono progressivamente al passaggio dei due. Nessuno di loro si teneva proprio diritto, la schiena era piegata, le ginocchia pure, sembravano mendicanti in strada. K. aspettò l'usciere che camminava un po' dietro di lui e disse: “come devono essere afflitti!” “Sì”, disse l'usciere, “sono tutti imputati quelli che vedete qui, imputati.” “Davvero?” disse K. “Ma allora sono miei colleghi.” Si volse a quello più vicino, un uomo alto, magro, già con i capelli quasi grigi. “Che cosa state aspettando qui?”, chiese cortese. L'inattesa domanda tuttavia mise in confusione quell'uomo, cosa che apparve più penosa perché si trattava chiaramente di un uomo di mondo altrimenti capace di dominarsi il quale alla superiorità che su molti si era guadagnata non rinunciava facilmente. Stavolta però non seppe rispondere a una domanda tanto facile, guardò gli altri come se fossero tenuti a dargli un aiuto, come se nessuno potesse ottenere da lui una risposta mancandole tale aiuto. Allora si fece avanti l'usciere e per tranquillizzare e incoraggiare quell'uomo disse: “Questo signore chiede soltanto che cosa aspettate. Rispondete dunque.” La voce dell'usciere a lui forse nota ebbe un effetto migliore: “Aspetto -”, iniziò a dire, e si fermò. Chiaramente aveva scelto quest'inizio per rispondere come si deve alla domanda, ma ora non trovava come continuare. Alcuni di quelli che erano in attesa si erano avvicinati e stavano attorno al gruppo, ma l'usciere disse loro: “Via, via, liberate il passaggio.” Si ritirarono un po', ma non tornarono seduti. Intanto quell'uomo si era ripreso e rispose perfino con un sorrisetto: “Un mese fa ho fatto richiesta di escussione delle prove in merito al mio caso e attendo l'esito della mia richiesta.” “Sembrate davvero molto in pena”, disse K. “Certo”, disse quell'uomo, “si tratta del mio caso.” “Non tutti la pensano come voi”, disse K., “anch'io per esempio sono imputato, ma, quant'è vero che voglio andare in paradiso, non ho ancora fatto richiesta di escussione delle prove né intrapreso qualcosa del genere. Ma voi lo ritenete necessario?” “Non lo so bene”, disse quell'uomo di nuovo preso da completa incertezza; credeva chiaramente che K. si burlasse di lui, perciò avrebbe forse, per timore di far qualche nuovo errore, più volentieri di tutto ripetuto pari pari la risposta di prima, ma davanti all'occhiata impaziente di K. si limitò a dire: “per quel che mi riguarda ho fatto richiesta di escussione delle prove.” “Non ci credete, che io sia imputato?” chiese K. “Per carità, certo che ci credo”, disse quell'uomo spostandosi un po' di lato, ma nella sua risposta non c'era convinzione, c'era solo angoscia. “Non mi credete dunque?” chiese K. e, senza rendersi conto di provocare all'ossequio quell'uomo dal carattere ossequioso, lo prese per un braccio come se volesse costringerlo a credergli. Non voleva però fargli del male, lo aveva preso con delicatezza, ciò nonostante quell'uomo urlò come se K. l'avesse stretto non con due dita, ma con una pinza arroventata. Quell'urlo ridicolo disgustò K. definitivamente; non solo non ci si credeva, che lui fosse imputato, ma forse lo si prendeva per un giudice. E per congedarsi lo strinse davvero con più forza, lo ributtò indietro e andò oltre. “La maggior parte degli imputati sono talmente sensibili”, disse l'usciere. Dietro loro due quasi tutti coloro che erano in attesa fecero mucchio attorno a quell'uomo, che già aveva smesso di urlare, e sembrò che chiedessero informazioni adeguate sull'incidente. Ora venne incontro a K. una guardia, principalmente riconoscibile da una sciabola il cui fodero, almeno stando al colore, era fatto d'alluminio. K. se ne stupì e arrivò a toccarlo con una mano. La guardia, venuta a causa delle urla, chiese cos'era successo. L'usciere cercò di tranquillizzarla con qualche parola, ma la guardia spiegò che doveva verificare lui stesso, fece il saluto e andò oltre a passi lesti, ma molto brevi, forse soffriva di artrite.
K. non s'interessò a lungo a lui né alla compagnia seduta nell'andito, specie quando circa alla metà del medesimo vide la possibilità di infilarsi a destra in un'apertura priva di uscio. S'informò con l'usciere se quella era la via giusta, l'usciere annuì e di fatto K. ci s'infilò. Era fastidioso per lui dover precedere sempre di due o tre passi l'usciere, almeno in quel posto poteva sembrare come se lui venisse fatto precedere in qualità di imputato. Aspettò più di una volta dunque l'usciere, ma questi restava comunque indietro. Da ultimo per por fine al suo disagio K. disse: “Ora che ho visto com'è qui, voglio andarmene subito.” “Non avete ancora visto tutto”, disse l'usciere in tutta innocenza. “Non voglio vedere tutto”, disse K. che del resto si sentiva stanco davvero, “voglio andare, come si arriva all'uscita?” “Per caso vi siete perso, prima?” chiese stupito l'usciere, “andate fino all'angolo e poi a destra percorre l'andito fino alla porta.” “Venite con me”, disse K. “Indicatemi la strada, da solo la perdo, ve ne sono così tante.” “E' l'unica”, disse l'usciere, ora con aria di rimprovero, “non posso tornare indietro con voi, devo ancora presentare la notifica e ho già perso molto tempo per causa vostra.” “Venite con me”, disse di nuovo K., stavolta più aspro, quasi avesse colto finalmente l'usciere a dire una bugia. “Però non gridate in questo modo”, mormorò l'usciere, “qui ci sono dappertutto uffici. Se non volete andarvene da solo, allora venite insieme a me ancora per un pezzettino oppure aspettate qui che presenti la mia notifica, poi tornerò con voi volentieri.” “No no”, disse K., “non aspetterò, e voi dovete venire subito con me.” Ancora non si era guardato attorno, dove si trovava, solo quando una delle numerose porte che c'erano intorno si aprì lui guardò. Una ragazza che era stata richiamata dalle parole dette a voce alta di K. si fece avanti e chiese: “che cosa desidera il signore?” Dietro a lei si vedeva a distanza avvicinarsi anche un uomo, nella semioscurità. K. guardò l'usciere. Questi aveva detto che nessuno si sarebbe occupato di K., eppure eccone già due, mancava poco e gli impiegati tutti lo avrebbero notato, avrebbero voluto avere una spiegazione della sua presenza. L'unica spiegazione comprensibile e ammissibile era che lui era imputato e voleva sapere la data del prossimo interrogatorio, ma proprio quella spiegazione lui non voleva darla, in particolare perché non corrispondente nemmeno alla verità, difatti lui era lì solo per curiosità oppure, ma ciò non avrebbe spiegato alcunché, perché desiderava appurare il fatto che l'interno di quella istituzione giudiziaria era tanto ripugnante quanto l'esterno. Pareva che tale supposizione fosse giusta, ma lui non desiderava intrudersi di più, si accontentava di quel che aveva già visto, non era nella condizione di incontrare un funzionario di grado più alto che poteva saltar fuori da dietro ogni porta, voleva andarsene, o con l'usciere o da solo, se necessario.
Tuttavia il suo starsene senza parole dové sembrare strano, in realtà la ragazza e l'usciere lo guardavano come se tra un momento stesse per capitargli una gran trasformazione che loro non intendevano perdersi. Sulla porta stava quell'uomo che prima K. aveva notato in lontananza, si appoggiava alla trave superiore della bassa porta e scrutava un po' in punta di piedi, come fosse uno spettatore impaziente. La ragazza tuttavia capì che la condotta di K. era motivata da un leggero malessere, prese una sedia e chiese: “non volete sedervi?” K. si sedé subito e appoggiò, per tenersi meglio, i gomiti ai braccioli. “Avete un po' di capogiro, vero?” gli chiese. Lui ne aveva ora il viso davanti, vicino, un viso dall'espressione austera, quello che parecchie donne hanno proprio nella loro miglior giovinezza. “Non datevene pensiero”, disse lei, “non è cosa fuori del comune, qui, a quasi tutti succede quando vengono per la prima volta. E' la vostra prima volta qui? Ma sì, non è nulla di straordinario. Il sole brucia nel sottotetto e il legno che scotta rende l'aria talmente pesante e afosa. Il posto quindi non è molto adatto ad allocarvi degli uffici, d'altra parte offre grandi vantaggi. Quanto all'aria però, essa è nei giorni di grande affluenza delle parti <in causa – n.d.t.>, cioè quasi ogni giorno, appena respirabile. Se poi considerate che qui si stende ad asciugare una quantità di biancheria – agli inquilini non lo si può vietare – non vi meraviglierete più di aver avuto un piccolo malessere. Alla fine però ci si fa l'abitudine ottimamente, all'aria. La seconda o la terza volta che venite la sentirete appena l'oppressione. Vi sentite già meglio?” K. non rispose, era troppo penoso per lui essere consegnato, per la sua improvvisa debolezza, a quella gente lì, inoltre non stava meglio, ora che aveva saputo il motivo del suo malessere, ma anche un po' peggio. La ragazza se ne accorse subito, per procurare un po' di fresco a K. prese un bastone con un gancio che spinse sulla parete aprendo un abbaino proprio sopra a K., verso l'aria aperta. Ne venne giù tanta fuliggine però, che la ragazza fu costretta a richiuderlo subito e a pulire con un fazzoletto le mani a K., difatti lui era troppo stanco per farlo da sé. Sarebbe volentieri restato lì a sedere tranquillo fino a riprender forza bastevole ad andar via, ma ciò sarebbe successo tanto prima quanto meno ci si fosse occupati di lui. Per di più la ragazza disse, ora: “non potete restare qui, qui disturbiamo il passaggio” - K. chiese con lo sguardo qual mai passaggio lui disturbasse - “vi porterò, se volete, in infermeria.” “Aiutatemi, per favore”, disse lei a quell'uomo che stava sulla porta, che subito si avvicinò. K. però non voleva andare nell'infermeria, intendeva anzi evitare proprio di venir guidato oltre, più avanti andava e peggio la cosa diventava. “Sono già in grado di andarmene”, disse dunque e si alzò incerto, aveva già preso il vizio a star seduto comodo. Poi però non riuscì a tenersi eretto. “Non va mica”, disse scuotendo il capo, e si rimise seduto con un sospiro. Si ricordò dell'usciere che, nonostante tutto, avrebbe potuto con facilità portarlo fuori, ma questi sembrava non esser più lì da un bel po'; K. guardò tra la ragazza e quell'uomo che gli stavano davanti, ma di trovare l'usciere non gli riuscì.
Credo”, disse l'uomo, per altro vestito in modo elegante, specie per come colpiva la sua marsina grigia terminante in due lunghe code, “che il malessere del signore derivi da quest'aria, sarà perciò ottima cosa, e per lui la migliore, se non lo portiamo subito nell'infermeria, ma invece per prima cosa fuori dagli uffici.” “Ecco, sì”, esclamò K. quasi infilandosi, per la gran gioia, nelle parole di quell'uomo, “starò meglio subito, non sono nemmeno così debole, mi basta solo essere un po' sostenuto sotto le ascelle, non sarò loro di gran peso, non è nemmeno un percorso lungo, basta che mi portino fino alla porta, poi mi siedo un poco sui gradini e mi riprendo subito, voglio dire, non soffro mica di questi accessi, anch'io ne sono stupito. Sono anch'io un funzionario abituato all'aria degli uffici, ma qui è troppo, lo dicono loro stessi. Vogliano gentilmente portarmi un poco, mi spiego, ho il capogiro e alzarmi da solo non mi riesce.” E sollevò le spalle per meglio permettere ai due di prenderlo per le braccia.
Ma quell'uomo non ottemperò alla richiesta, mantenne tranquillo le mani nelle tasche dei calzoni e fece una gran risata. “Vedete”, disse alla ragazza, “che ci ho azzeccato. Non solo il signore non sta bene ora, non sta bene in generale.” La ragazza sorrise anche lei, ma con la punta delle dita diede un colpetto sul braccio di lui, quasi che si fosse permesso una battuta eccessivamente pesante. “Ma che cosa pensate?” disse l'uomo continuando a ridere, “certo che voglio portar fuori il signore.” “Va bene allora”, disse la ragazza intanto che chinava per un attimo la leggiadra testa. “Non date troppo peso alla risata”, disse la ragazza a K. che di nuovo intristito guardava davanti a sé e non sembrava necessitare di alcuna spiegazione, “questo signore - posso presentarvi?” (il signore lo concesse facendo con la mano un movimento) “- questo signore dunque è l'informatore. Dà alle parti in attesa tutte le informazioni di cui esse abbisognano, e, dal momento che la nostra istituzione giudiziaria non è molto nota tra la popolazione, si fa richiesta di molte informazioni. Egli ha una risposta a ogni domanda, potete, nel caso che lo desideriate, metterlo alla prova. Non è però la sua unica qualità, la sua seconda è l'eleganza dell'abito. Noi, intendo l'insieme dei funzionari, pensammo che colui che informa, che ha di continuo a che fare per primo con le parti, a motivo del decoro della prima impressione, dovesse esser vestito con eleganza. Noi altri, come voi potete vedere nel mio caso, purtroppo siamo vestiti molto male e non alla moda; non ha neppure molto senso cambiar qualcosa del vestiario, dato che noi siamo quasi sempre negli uffici, anzi ci dormiamo pure. Tuttavia, come detto, per l'informatore considerammo necessario un buon vestiario. Ma poiché non era possibile ottenerlo dalla nostra amministrazione, che è da questo punto di vista un po' particolare, ci mettemmo insieme – contribuirono anche le parti – e gli comprammo questo bell'abito e anche altri. Ora sarebbe tutto a posto per fare una buona impressione, ma lui con le sue risate guasta ciò che abbiamo fatto, e spaventa la gente.” “E' così”, disse canzonatorio quel signore, “ma non capisco, signorina, perché riferite al signore tutti i fatti nostri, o meglio glieli imponete, difatti lui non ne vuol proprio sapere. Basta che vediate come se ne sta lì, chiaramente occupato dagli affari suoi.” K. non aveva nemmeno voglia di replicare, l'intenzione della ragazza magari era buona, forse era diretta a distrarlo o a dargli la possibilità di riprendersi, ma il modo era sbagliato. “Dovevo spiegargli la vostra risata”, disse la ragazza.” “Ma era un modo offensivo.” “A lui toccherebbe perdonare offese anche peggiori, credo, se alla fine lo porto fuori.” K. non disse nulla, neppure guardava, tollerò che i 2 dibattessero su di lui come su una cosa, addirittura lo preferiva. Ma di colpo sentì una mano dell'informatore su un braccio e una mano della ragazza sull'altro. “Su, dunque, debole uomo”, disse l'informatore. “Vi ringrazio molto”, disse K. felicemente sorpreso, si sollevò pian piano e portò lui stesso quelle mani estranee dove di più gli servivano. “Pare”, disse piano la ragazza all'orecchio di K., intanto che essi si avvicinavano all'andito , “quasi che a me importi in modo molto particolare mettere in buona luce l'informatore, ma io desidero dire il vero, lo si creda. Non è mica crudele, di cuore. Non è tenuto a portare fuori di qui parti che hanno malori, eppure lo fa, come vedete. Forse nessuno di noi è crudele, di cuore, ci piacerebbe essere d'aiuto a tutti, ma come funzionari giudiziari facilmente ci tocca di apparire come se fossimo crudeli e non volessimo aiutare nessuno. Tendo a rammaricarmi di questo.” “Non volete sedervi un po' qui?” chiese l'informatore, si trovavano già nell'andito esattamente davanti all'imputato cui si era rivolto prima K., che quasi si vergognò; prima gli era stato così ben dritto davanti e ora dovevano sostenerlo in due, l'informatore gli teneva il cappello in equilibrio sulle dita, lui era spettinato, i capelli gli penzolavano sulla fronte sudata. Tuttavia quell'imputato non parve farci proprio caso, ossequioso stava in piedi al cospetto dell'informatore, il cui sguardo gli passava sulla testa, né fece alcunché, se non giustificare la sua presenza. “So”, disse, “che oggi non posso conoscere l'esito della mia istanza. Però sono venuto lo stesso, pensavo di poter attendere qui, è domenica, ho tempo e non reco disturbo, qui.” “Non dovete giustificarvi così”, disse l'informatore, “la vostra premura è anzi lodevole, certamente occupate il posto senza necessità, ma ciò nonostante non voglio, nella misura in cui ciò non mi incomoda, impedirvi affatto di seguire accuratamente l'andamento della vostra pratica. Quando s'è vista gente che trascura vergognosamente il suo dovere, s'impara ad avere pazienza con la gente come voi. Sedetevi.” “Come sa parlare con le parti”, mormorò la ragazza. K. annuì, ma subito sussultò quando l'informatore ripeté la domanda: “Non volete mettervi a sedere qui?” “No”, disse K., “non voglio riposarmi.” L'aveva detto con la massima decisione possibile, in realtà però gli avrebbe fatto molto bene mettersi a sedere; era come se avesse il mal di mare. Gli pareva di essere su una nave che si trovasse tra ardui marosi. Sembrava quasi che l'acqua si abbattesse sulle pareti di legno, quasi che dal fondo dell'andito venisse uno scroscio come di acqua a cavalloni, quasi che l'andito rollasse, quasi che le parti in attesa sui due lati venissero sprofondate e sollevate. Tanto più incomprensibile era la calma della ragazza e dell'uomo, che lo guidavano. Era in mano loro, se lo lasciavano per forza cadeva giù come una tavola di legno. Stringeva gli occhi, guardava qua e là; sentiva di procedere a passi simmetrici, ma senza prendervi parte, difatti veniva portato quasi, un passo dopo l'altro. Infine si accorse che gli parlavano, ma non li capiva, udiva solo il frastuono che tutto colmava e attraverso cui pareva risuonare sempre più alta la nota come di una sirena. “A voce più alta”, mormorò a testa china vergognandosi, difatti sapeva che avevano parlato a voce abbastanza alta, per quanto a lui incomprensibile. In quella finalmente, quasi che la parete che aveva davanti si fosse squarciata, gli arrivò addosso un soffio d'aria fresca, e vicino a sé udì queste parole: “prima vuole andar via, poi gli si può dire 100 volte che l'uscita è qui, e lui non si muove.” K. si accorse di essere davanti alla porta di uscita che la ragazza aveva aperto. Fu come se tutte le forze gli fossero tornate in una volta affinché lui si guadagnasse un assaggio di libertà, subito scese un gradino della scala e da lì si congedò dai suoi accompagnatori, che s'inchinarono. “Molte grazie”, rispose all'inchino, ripetutamente strinse loro le mani e smise solo quando ritenne di vedere che essi, abituati all'aria dell'ufficio, sopportavano male l'aria relativamente fresca che veniva dalla scale. Riuscirono a mala pena a rispondere e la ragazza sarebbe forse caduta, se K. con la massima sveltezza non avesse chiuso la porta. K. stette ancora un momento lì, si aiutò con uno specchietto a sistemarsi i capelli, prese il cappello, che si trovava sul pianerottolo successivo – era stato certo l'informatore a buttarcelo – e scese giù con tale freschezza e a balzi tanto lunghi che ne trasse quasi paura, da tale cambiamento. Sorprese del genere mai ancora gliene aveva propinate il suo stato di salute, di solito valido. Che il suo corpo volesse far diciamo una rivoluzione e propinargli un nuovo processo, dal momento che lui sopportava il vecchio processo tanto agevolmente?
Non respinse del tutto il pensiero di andare quanto prima da un medico, ciò nonostante voleva impiegare le prossime domeniche – questo era in grado di consigliarselo da solo – meglio di questa.