venerdì 17 aprile 2020

Franz Kafka: Il processo - 3


Prima assise istruttoria

K. era stato informato telefonicamente che la domenica successiva avrebbe avuto luogo una breve assise istruttoria in merito al suo caso. Lo s'informò del fatto che tali occasioni ora sarebbero seguite l'una all'altra con regolarità, forse una volta alla settimana, oppure con frequenza maggiore. Era da un lato d'interesse generale portare a termine il processo, dall'altro tuttavia le sedute istruttorie avrebbero dovuto essere sotto ogni aspetto accurate, e però a causa della fatica a esse collegata non avrebbero dovuto durare troppo a lungo. Perciò si era scelta la via di queste sedute frequenti, ma brevi. Si era preferito designare la domenica come giorno di assise al fine di non disturbare K. nel suo lavoro d'ufficio. Si supponeva che lui fosse d'accordo, qualora desiderasse un giorno diverso gli sarebbe venuti incontro alla meglio. Le sedute istruttorie sarebbero state per esempio possibili anche di notte, ma in quel caso K. non sarebbe stato abbastanza fresco. Comunque, fin quando K. non avesse fatto alcuna obbiezione, non si sarebbe cambiato il giorno, domenica. Era evidente che lui assolutamente dovesse comparire, non c'era bisogno neppure di farglielo notare. Gli venne menzionato il numero dell'edificio nel quale lui doveva presentarsi, era sito in una remota via di un sobborgo nel quale K. non era mai stato prima.
Avuta tale comunicazione K. agganciò il ricevitore senza rispondere; fu subito deciso ad andare, la domenica, ciò era certo necessario, il processo iniziava e lui doveva presenziarvi, anche nel caso che quella prima assise dovesse essere l'ultima. Restava ancora pensieroso presso l'apparecchio quando dietro di sé udì la voce del vice direttore che voleva telefonare e tuttavia K. gli sbarrava la strada. “Cattive notizie?” chiese il vice direttore alla leggera, non per informarsi, ma per distogliere K. dall'apparecchio. “No, no”, disse K., si fece da parte, ma non se ne andò. Il vice direttore prese il ricevitore e mentre aspettava il collegamento telefonico disse al di sopra del ricevitore: “permettete una domanda, signor K.? Potreste domenica mattina farmi il piacere di partecipare a un'uscita sulla mia barca a vela? Saremo così in bella compagnia, e certo vi saranno anche vostri conoscenti. Tra gli altri il procuratore di Stato Hasterer. Verrete? Via, venite!” K. cercò di prestare attenzione a quel che il vice direttore diceva. Non era una cosa banale per lui, difatti tale invito del vice direttore, con cui non era mai andato molto facilmente d'accordo, significava un tentativo di riconciliazione da parte sua e indicava quanto era diventato importante K. nella banca, e quanto appariva preziosa al secondo più alto funzionario la sua amicizia, o almeno la sua imparzialità. Tale invito era un abbassarsi, da parte del vice direttore, per quanto potesse esser stato espresso da sopra il ricevitore nell'attesa del collegamento telefonico. Tuttavia K., costretto a far seguire una seconda umiliazione, disse: “molte grazie! Ma purtroppo domenica non ho tempo, ho già un impegno.” “Peccato”, disse il vice direttore mettendosi a parlare al telefono, il cui collegamento era stato appunto stabilito. Non fu affatto una conversazione breve, ma distrattamente K. restò per tutto il tempo accanto all'apparecchio. Solo quando il vice direttore interruppe la comunicazione K. si spaventò e disse, per giustificare solo un poco il suo superfluo star lì: “sono stato chiamato al telefono ora, ho da andare in un posto, ma si sono scordati di dirmi l'ora.” “ Ma allora informatevene di nuovo”, disse il vice direttore. “Non è così importante”, disse K. nonostante che con ciò la sua giustificazione di prima, in sé difettosa, si sfasciasse ulteriormente. Nell'andarsene il vice direttore parlò ancora di altre cose, K. si costrinse a rispondere pensando tuttavia soprattutto che la cosa migliore sarebbe stata andare domenica verso le 9, infatti è a quell'ora che i tribunali nei giorni di lavoro iniziano a funzionare.
Domenica il tempo era nuvoloso, K. molto spossato, rimasto all'osteria fino a notte fonda per via d'una festa privata quasi non si era svegliato. In fretta e senza aver tempo di esaminare e ricomporre gli svariati piani escogitati durante la settimana, si vestì e corse senza aver fatto colazione in quel sobborgo indicatogli. Stranamente incontrò, anche se aveva poco tempo per guardarsi attorno, i tre impiegati partecipanti a quella cosa che era successa, Rabensteiner, Kullych e Kaminer. I primi due gli attraversarono la strada in tram, invece Kaminer, seduto nella terrazza di un caffè, si chinò incuriosito sul parapetto al passaggio di K. Tutti seguirono stupiti la corsa del loro superiore; fu un certo puntiglio a trattenere K. dal prendere il tram senz'altro da lì, era disgustato da qualsiasi, anche dal minimo, aiuto esterno in quella sua cosa, non voleva ricorrere a nessuno con ciò mettendolo a conoscenza di essa, e sia pure alla lontana, in definitiva però non aveva la minima voglia di abbassarsi di fronte alla commissione istruttoria con una eccessiva puntualità. Eppur tuttavia ora correva per arrivare se possibile attorno alle 9, per quanto non gli fosse stato fissato neanche un appuntamento preciso.
Aveva pensato di riconoscere già da lontano l'edificio per un qualche segno che lui stesso non si era figurato bene, oppure per un particolare movimento davanti all'entrata. Tuttavia la Juliusstrasse, in cui l'edificio doveva trovarsi, all'inizio della quale K. si fermò per un momento, conteneva su entrambi i lati edifici quasi tutti uguali, alte grige case d'affitto abitate da povera gente. A quell'ora di domenica mattina alla maggior parte delle finestre c'era qualcuno, uomini in maniche di camicia si sporgevano e fumavano, oppure reggevano bambini piccoli con cautela e garbo sul davanzale. Altre finestre erano tutte piene di coperte e lenzuola sopra cui compariva la testa scompigliata di una donna. Ci si chiamava a vicenda al di sopra della via, uno di questi gridi provocò una gran risata proprio sopra K. Regolarmente distribuiti si trovavano in quella lunga via negozietti di generi alimentari assortiti, posti in basso rispetto al livello stradale e raggiungibili da altrettante scale. Ne uscivano o ci entravano donne, oppure stavano sui gradini a chiacchierare. Un fruttivendolo che raccomandava la sua merce, tanto disattento quanto K., lo avrebbe quasi messo sotto con il suo carretto. Iniziò pure a suonare con crudeltà un grammofono residuato da quartieri migliori.
K. s'inoltrò nella viuzza lentamente come se avesse tempo, o come se il giudice istruttore lo vedesse da una qualche finestra e sapesse quindi che lui si era presentato. Erano da poco passate le 9. L'edificio si trovava piuttosto oltre, era esteso in modo quasi insolito, in particolare il portone d'ingresso era alto e largo. Era chiaramente destinato al carico e scarico dei diversi magazzini di merci che, ora chiusi, contornavano il grande cortile e recavano scritti i nomi di ditte che K. in parte conosceva per via del suo lavoro bancario. Si fermò anche un po' sull'entrata del cortile occupandosi con più precisione del suo solito di tutte quelle cose futili. Vicino, un uomo dai piedi nudi sedeva su una cassa e leggeva un giornale. Su un carretto a mano si dondolavano due ragazzi. Davanti a una pompa c'era una ragazzina magra con addosso una vestina da notte e, intanto che l'acqua scorreva nella sua brocca, guardava verso K. In un angolo del cortile venne tesa una corda cui già era appesa e fissata biancheria da asciugare. Un uomo dal basso dirigeva tale lavoro con qualche richiamo urlato.
K. si volse verso la scala per andare nella stanza dell'istruttoria, poi si fermò di nuovo, difatti a parte quella scala vide nel cortile tre diversi accessi a scale e oltre a ciò pareva che un breve passaggio al termine del cortile portasse in un secondo cortile. Se la prese perché non gli avevano indicato dov'era la stanza dell'istruttoria in modo più preciso; però! - era con una particolare trascuratezza, o indifferenza, che lo si trattava, si ripropose di dichiararlo forte e chiaro. Alla fine tuttavia salì la prima scala, mentalmente recitando un motto della guardia Willem che si ricordava: il tribunale viene attratto dalla colpa, dal che di fatto conseguiva che la stanza dell'istruttoria doveva trovarsi lungo la scala che K. sceglieva a caso.
Disturbò salendo molti bambini che giocavano per le scale e lo guardavano male se transitava tra loro. “Se dovessi ritornare”, si disse, “devo portare con me o dolciumi per rabbonirli o il bastone per dargliele.” Subito prima del primo piano fu costretto perfino ad attendere che una biglia terminasse il suo percorso, trattenendolo per i calzoni nel frattempo due ragazzini dallo strano volto da lazzarone fatto e finito; nel caso che avesse inteso scrollarseli di dosso avrebbe dovuto fargli male e ne paventò le urla.
Al primo piano iniziò la vera e propria ricerca. Non riuscendo tuttavia lui a chiedere dove fosse la commissione istruttoria, s'inventò un certo Lanz, falegname – gli venne in mente il nome perché così si chiamava il capitano, il nipote della signora Grubach – e si mise a chiedere in tutti gli appartamenti se lì abitava un certo Lanz, falegname, per avere la possibilità di guardare dentro. Si palesò tuttavia che per lo più si poteva guardare senz'altro all'interno, difatti quasi ogni uscio era aperto e i bambini correvano dentro e fuori. Erano stanze piccole e di regola con una sola finestra, e vi si cucinava pure. Parecchie donne avevano in braccio lattanti e lavoravano con la mano libera al fornello. Ragazze adolescenti con addosso apparentemente solo il grembiule trascorrevano avanti e indietro con la massima applicazione. In tutte le stanze i letti erano disfatti, vi si trovavano distesi ammalati, persone che ancora dormivano o che, vestite, si stiracchiavano. Agli appartamenti le cui porte erano chiuse K. bussò e chiese se vi abitasse il falegname Lanz. Per lo più apriva una donna, porgeva orecchio alla domanda e si girava verso qualcuno che si levava dal letto. “Il signore chiede se un certo falegname Lanz abita qui.” “Il falegname Lanz?” chiedeva chi s'era alzato dal letto. “Sì”, diceva K., per quanto non ci fosse dubbio che la commissione istruttoria lì non c'era e che quel che lui aveva da fare fosse concluso. Molti credettero che a K. importasse molto di trovare il falegname Lanz, ci pensavano a lungo, nominavano un falegname che però non si chiamava Lanz, o qualcuno che molto alla lontana si chiamava come Lanz, oppure chiedevano ai vicini, oppure accompagnavano K. a un uscio lontanissimo dove secondo loro forse abitava un uomo tipo Lanz, in subaffitto, o dove c'era chi avrebbe potuto dare informazioni migliori. Con quel metodo, finì che K. non dovette più quasi chiedere, venne invece trascinato per i vari piani della casa. Deplorò il suo metodo che all'inizio gli era sembrato tanto praticabile. Prima di salire al 5° piano si decise ad abbandonare la ricerca, si congedò da un simpatico giovane operaio che voleva continuare a guidarlo su e scese. Poi tuttavia lo irritò la vacuità dell'intera impresa e andò di nuovo a bussare alla prima porta del 5° piano. La prima cosa che vide nella stanzetta fu un grande orologio a muro che segnava già le 10. “Abita qui un certo Lanz, falegname?” chiese. “Prego”, disse una giovane donna dagli occhi neri e luminosi che stava lavando biancheria da bambini in un secchio, e gl'indicò con una mano bagnata la porta accanto, aperta.
K. credette di entrare in un'assemblea. Una ressa di gente la più varia - nessuno si curò di chi stava entrando – riempiva una stanza di media grandezza con due finestre; torno torno, in prossimità del soffitto, vi era un loggione anch'esso tutto occupato dove le persone riuscivano a stare solo piegate e urtavano con il capo e le spalle contro il soffitto. K. , essendo per lui l'aria troppo soffocante, uscì e a quella giovane donna che probabilmente lo aveva capito male disse: “non ho chiesto di un falegname, di un certo Lanz?” “Sì”, disse la donna, “prego, entrate.” K. forse non l'avrebbe seguita, se lei non gli si fosse avvicinata e avesse impugnato la maniglia della porta dicendo: “dopo di voi devo chiudere, nessun altro ha da entrare.” “Giustissimo”, disse K., “però è già strapieno.” Poi tuttavia rientrò nella stanza.
Tra 2 uomini che conversavano vicinissimi alla porta – l'uno faceva il movimento di quando si contano i soldi, tutt'e due le mani protese in avanti, l'altro lo guardava negli occhi con grande attenzione - una mano cercò di afferrare K. Si trattava di un giovane basso dalle guance rosse. “Venite, venite”, disse. K. si lasciò guidare, segnalandosi che pur nella calca brulicante c'era un passaggio libero che forse distingueva due fazioni; lo diceva anche il fatto che K. nelle prime file a destra e a sinistra a mala pena vide una faccia voltata verso di lui, ma solo schiene di gente che rivolgeva la parola e i gesti unicamente a quelli della propria fazione. La maggioranza era vestita di nero, con giacche da cerimonia all'antica, sbrendolate e lunghe. Tale abbigliamento rese perplesso K., sennò avrebbe guardato a quell'insieme come a un'assemblea politica di quartiere.
All'altra estremità dell'aula dove K. venne condotto, su un podio molto basso ugualmente stracolmo c'era un tavolino messo di traverso dietro cui, vicino al margine del podio, sedeva un omino grasso ansimante che stava conversando tra gran risate con chi gli stava dietro – i gomiti appoggiati alla spalliera della sedia, le gambe incrociate. A tratti costui brandiva un braccio in aria come se facesse il verso a qualcuno. Il giovane che guidava K. fece fatica a segnalarsi. Due volte aveva già tentato di ottenere qualcosa stando in punta di piedi senza che da quell'uomo sovrastanta gli fosse stata data attenzione. Solo quando una delle persone in alto sul podio lo notò, quell'uomo gli si rivolse e, piegato in basso, stette in ascolto di quel che il giovane comunicava sommessamente. Poi estrasse l'orologio e svelto guardò K. “Voi avreste dovuto comparire un'ora e cinque minuti fa”, disse. K. intendeva rispondere qualcosa, ma non ne ebbe il tempo, difatti non appena quell'uomo ebbe parlato si levò nella metà di destra dell'aula un generale brontolio. “Avreste dovuto comparire un'ora e cinque minuti fa”, ripeté quell'uomo a voce più alta e ora guardando rapido giù nell'aula. Subito anche il brontolio si fece più forte e si spense quando quell'uomo smise di parlare, però un poco alla volta. C'era adesso nell'aula molta più calma che non all'ingresso di K. Solo la gente in loggione non cessò di fare le sue considerazioni. Nei limiti di quanto si poteva distinguere lassù nella penombra, nella foschia e nella polvere, quella gente pareva maldisposta come quella di sotto. Parecchi avevano portato con sé cuscini che avevano messo tra il capo e il soffitto per non premercelo e scorticarlo.
K. aveva deciso di osservare più che parlare, per cui rinunciò a difendersi in merito al suo presunto ritardo e disse solo: “Posso esser venuto in ritardo, ora però ci sono.” Ne seguì dalla parte destra dell'aula un applauso di approvazione. “E' facile guadagnarsi il favore della gente”, pensò K., ora turbato dal silenzio della metà di sinistra, che gli si trovava proprio dietro e dalla quale si era levato solo un applauso del tutto isolato. Pensò a quello che poteva dire per guadagnarsi il favore degli altri, tutti in una volta o, se impossibile, almeno il favore temporaneo.
Sì”, disse quell'uomo, “ma ora non sono più tenuto a interrogarvi” - di nuovo borbottio, stavolta però non facile da interpretare, difatti quell'uomo proseguì, intanto che con una mano segnalava alla gente l'errore - “ciò non di meno oggi intendo in via eccezionale farlo. Un ritardo del genere però non si deve più ripetere. E ora fatevi avanti!” Qualcuno saltò giù dal podio in modo che si liberasse un posto per K., e lui salì. Si trovò strettamente pigiato al tavolo, la calca alle sue spalle era tanta che fu costretto a opporlesi, non intendeva sbatter giù dal podio il tavolo del giudice istruttore e magari anche quest'ultimo.
Il giudice istruttore tuttavia non se ne preoccupò, si mise abbastanza di traverso sulla sua sedia e prese, dopo che l'uomo dietro di lui gli ebbe detto qualcosa di conclusivo, un'agendina, unico oggetto sul suo tavolo. Sembrava un registro amministrativo commerciale, era vecchio, aveva molti fogli fuori posto. “Dunque”, disse il giudice istruttore, sfogliò il registro e si rivolse a K. in tono affermativo: “voi siete pittore?” “No”, disse K.,”sono primo procuratore di una grande banca.” A tale risposta seguì dalla fazione di destra una risata così cordiale che anche K. fu costretto a ridere. La gente si appoggiava le mani sulle ginocchia scossa come se avesse grandi attacchi di tosse. Rise qualcuno anche dal loggione. Il giudice istruttore che, molto arrabbiato, probabilmente non poteva far nulla con chi stava sotto, cercò di rifarsi con quelli del loggione, saltò su, li minacciò e le sue sopracciglia altrimenti poco appariscenti gli si trasformarono in cespugli neri sopra gli occhi.
La metà di sinistra dell'aula era tuttavia ancora silenziosa, la gente stava su diverse file, aveva rivolto il viso verso il podio e udiva le parole lassù scambiate con la stessa calma con cui udiva il chiasso dell'altra fazione, tollerava perfino che alcuni dei suoi qua e là si comportassero come quelli dell'altra fazione. La gente della fazione di sinistra, che del resto era poco numerosa, poteva in fondo essere trascurabile come quella della destra, ma la calma della sua condotta lasciava trasparire che essa contava. Quando K. iniziò il suo dire fu costretto a parlare tenendola in considerazione.
Signor giudice istruttore, la vostra domanda se io sono pittore – anzi non l'avete affatto domandato, ma me lo avete detto in faccia – è indicativa dei modi complessivi del procedimento a mio carico. Potete obbiettare che non si tratta affatto di un procedimento, e ben a ragione, infatti lo è solo se io lo riconosco come tale. Tuttavia io lo riconosco per il momento diciamo per compassione. Non se ne può avere che compassione, volendo porvi attenzione. Non dico che sia un procedimento trasandato, ma mi piacerebbe proporvi tale denominazione ai fini della vostra presa di coscienza.”
K. s'interruppe e guardò giù nell'aula. Ciò che aveva detto era tagliente più di quanto si fosse proposto, e però giusto. Avrebbe meritato qua e là approvazione, però tutto taceva, era chiaro che si aspettava intensamente il seguito, forse si preparava in silenzio un qualcosa di prorompente che avrebbe posto un termine al tutto. Fu un disturbo che ora si aprisse in fondo all'aula una porta, quella giovane lavandaia forse aveva finito il suo lavoro, entrò e nonostante tutta la sua cautela attirò alcuni sguardi su di sé. Soltanto il giudice istruttore fece la gioia immediata di K., difatti parve subito colpito dalle parole di K. Fin lì era stato a sentire, sorpreso dalla allocuzione di K., rivolto in piedi a quelli del loggione. Ora durante la pausa del discorso di K. si mise giù pian piano come se non dovesse farsene accorgere. Riprese l'agendina forse per darsi un tono.
Non serve a nulla”, continuò K., “anche la vostra agenda signor giudice istruttore conferma quel che dico.” Soddisfatto di udire solo le proprie parole tranquille in quella estranea riunione K. osò addirittura togliere senz'altro l'agenda al giudice istruttore e tirarne su con la punta delle dita, quasi ne avesse timore, un foglio centrale, per cui da entrambi i lati i fogli, macchiati e coperti di scrittura fitta, penzolarono giù. “Ecco la documentazione del giudice istruttore”, disse lasciando cadere l'agenda sul tavolo. “Leggete ancora con calma, signor giudice istruttore, non ho paura di quest'agenda, per quanto non possa toccarla e riesca a prenderla solo con due dita.” Sia che ciò fosse solo un segno di più profonda umiliazione o che per lo meno fosse preso come tale, il giudice istruttore prese l'agenda, che era caduta sul tavolo, cercò di rimetterla un po' in sesto e di nuovo se la mise davanti per consultarla.
Le facce della gente in prima fila erano tanto intensamente rivolte su K. che lui per un attimo restò a guardarle. Erano uomini tutti quanti anziani, alcuni avevano la barba bianca. Forse erano determinanti, potevano influire sull'intera assemblea, la quale nemmeno dall'umiliazione del giudice istruttore si faceva distogliere dall'immobilità in cui era sprofondata dopo quel che aveva detto K.
Ciò che mi è accaduto”, riprese a dire K. a voce un po' più bassa di prima e continuando a scandagliare le facce della prima fila, cosa che tolse al suo discorso un po' di incisività, “ciò che mi è accaduto è certamente solo un caso singolo e come tale non è molto importante, nemmeno io lo prendo tanto sul serio, ma segnala un modo di procedere che viene usato con molti. Per questi io rispondo, non per me.”
Aveva involontariamente alzato la voce. Da qualche parte qualcuno alzò le mani in un applauso, gridando “bravo! Perché no? Bravo, e ancora bravo!” Alcuni di quelli in prima fila si misero le mani nella barba, nessuno si guardò attorno per via di quell'evviva. Nemmeno K. la valutò significativa, tuttavia ne fu incoraggiato; non riteneva nemmeno necessario che tutti esprimessero approvazione, era sufficiente che in generale cominciassero a meditare sulla faccenda e che solo uno alla volta venissero persuasi.
Non voglio successo oratorio”, disse K. dopo tale riflessione, “neppure riuscirei a ottenerlo. Il signor giudice istruttore probabilmente parla molto meglio, è il suo mestiere. Quel che voglio è solo la discussione pubblica di un abuso pubblico. Stiano a sentire: circa 10 giorni fa sono stato arrestato, l'effettività dell'arresto mi fa ridere, ma questo ora non c'entra. Venni colto di sorpresa nel letto, forse si aveva l'ordine – non è escluso, stando a ciò che disse il giudice istruttore – di arrestare un pittore innocente come me, ma si scelse me. La stanza accanto alla mia fu presidiata da due guardie. Se fossi stato un pericoloso bandito non si sarebbe potuto provvedere meglio. Quelle guardie erano bricconi corrotti, mi riempirono di chiacchiere, volevano farsi ungere, con vane promesse volevano carpirmi biancheria e abiti, volevano soldi per portarmi a quanto pare un po' di colazione dopo che avevano mangiato la mia davanti a me con sfacciataggine. Non basta. Venni condotto in una terza stanza davanti all'ispettore. Era la camera di una signora che stimo molto e io fui costretto a stare a vedere come a causa mia, ma senza mia colpa, per la presenza delle guardie e dell'ispettore essa veniva per così dire profanata. Non fu facile mantenere la calma. Però mi riuscì e chiesi tranquillissimo all'ispettore – se fosse qui sarebbe costretto a confermarlo – perché fossi in arresto. E cosa rispose quest'ispettore? – me lo vedo ancora davanti come sta sulla sedia della menzionata signora, rappresentazione dell'arroganza più ottusa. Miei signori, in fondo non rispose alcunché, forse davvero non sapeva nulla, mi aveva arrestato e gli bastava. Addirittura ha fatto di più e nella camera di quella signora a portato 3 impiegati di basso rango della mia banca che han badato bene a tocchicchiare e a mettere a soqquadro delle fotografie appartenenti alla signora. La presenza di questi impiegati aveva naturalmente un altro scopo, essi dovevano, tanto quanto la mia padrona di casa e la sua cameriera, diffondere la notizia del mio arresto, danneggiare la mia immagine pubblica e far vacillare la mia posizione nella banca. Nulla di ciò neppure minimamente è riuscito, anche la mia padrona di casa, persona semplicissima – qui voglio farne il nome in segno di stima, si chiama Grubach – anche la signora Grubach fu in grado di capire che un simile arresto non ha un significato maggiore di un manifesto di quelli che in strada giovani non abbastanza controllati espongono. Ripeto, il tutto mi ha provocato solo dispiaceri e rabbia transitoria, ma non avrebbe potuto avere conseguenze maggiori?”
Qui interrottosi, K. guardò dalla parte del giudice istruttore e gli sembrò di notare che questi desse un'occhiata d'intesa a qualcuno della folla. K. sorrise e disse: “proprio qui accanto a me il signor giudice istruttore fa a qualcuno di loro un segnale segreto. Vi son dunque persone tra loro che son dirette da quassù. Non so se il segnale doveva provocare fischi o applausi e, ben consapevole del fatto che vado parlando troppo presto dei fatti miei, rinuncio a sapere il significato di quel segnale. Esso mi è del tutto indifferente e autorizzo il signor giudice istruttore a guidare apertamente a voce alta e non a segni segreti i suoi stipendiati che stanno laggiù, dicendo loro una volta, a un dipresso, 'fischiate', e la volta dopo 'applaudite'. “
Imbarazzato o impaziente il giudice istruttore si mosse avanti e indietro sulla sedia. Quell'uomo che aveva alle spalle e con il quale già prima aveva parlato si chinò di nuovo verso di lui, o per incoraggiarlo in modo generico, o per consigliarlo in modo specifico. In basso la gente si parlava a voce bassa, ma in modo vivace. Le due fazioni, che prima sembravano di opinioni tanto contrastanti, si mescolarono, c'era gente che segnava a dito K. e altra che indicava il giudice istruttore. La foschia nebbiosa nella stanza era estremamente molesta, impediva addirittura di veder bene chi stava lontano. In particolare per coloro che erano ospiti del loggione doveva essere disturbante, erano costretti, del resto dando timide occhiate di lato al giudice istruttore, a far domande a bassa voce ai partecipanti all'assemblea per informarsi meglio. Si rispondeva loro ugualmente a bassa voce riparandosi con la mano.
Ho quasi finito”, disse K., che in mancanza di una campanella batté un pugno sul tavolo, cosa che fece voltare la testa di colpo al giudice istruttore e al suo consigliere, impauriti: “l'intera faccenda non mi riguarda, ne consegue che io la commenti con tranquillità, e loro possono, supposto che un poco siano interessati a questo cosiddetto dibattimento, ricavare un gran vantaggio, se mi stanno a sentire. Li prego di rimandare a dopo le loro scambievoli osservazioni circa ciò che propongo, difatti non ho affatto tempo e presto me ne andrò.”
Subito vi fu silenzio; tanto K. dominava l'assemblea. Si smise di parlarsi a vicenda urlando come all'inizio, non si applaudì neppure, ma parve che si fosse già convinti, o sulla via di esserlo.
Non v'è dubbio”, disse K. a voce molto bassa, difatti l'intensità dell'ascolto di tutta l'assemblea gli piaceva, in quel silenzio c'era un brusio più stimolante del plauso più estasiato, “non v'è dubbio che dietro quanto di questo tribunale è visibile, nel caso mio dietro l'arresto e dietro l'istruttoria odierna, si trovi una grossa organizzazione. Una organizzazione che impiega non solo guardie corruttibili, ispettori inetti e giudici istruttori destinati ai casi più facili, ma che mantiene inoltre una magistratura di alto e altissimo livello con un seguito innumerevole di indispensabile personale di servizio, di scrivani, di gendarmi e di assistenti, forse perfino di boia, non indietreggio di fronte a questa parola. E qual è la finalità di tale organizzazione, miei signori? Quella di arrestare persone innocenti e di istruire contro di loro insensati e il più delle volte, come nel caso mio, inutili procedimenti. Come si poteva evitare, in presenza di questa totale insensatezza, la peggiore corruzione dei funzionari? E' impossibile che ci riuscisse neppure il giudice di grado più alto. Perciò le guardie tentano di levar di dosso all'arrestato gli abiti, perciò gli ispettori penetrano a forza negli appartamenti altrui, perciò gli innocenti invece di essere interrogati vengono umiliati davanti a intere assemblee. Le guardie mi hanno riferito di un deposito in cui si portano le proprietà dell'arrestato, vorrei vederlo una volta questo deposito in cui va in malora la proprietà con fatica guadagnata dal lavoro dell'arrestato, laddove non sia rubata da ladreschi addetti al deposito.”
K. venne interrotto da un gemito squittente in fondo all'aula, si fece ombra sugli occhi per poter vedere, difatti la luce del giorno, offuscata, imbiancava la foschia e accecava. Si trattava della lavandaia che K. subito, all'ingresso di lei nell'aula, aveva riconosciuto come un effettivo disturbo. Se ora lei ne avesse colpa o non ne avesse, non si riusciva a capire. K. vide solo che un uomo l'aveva tirata presso la porta e se la stringeva addosso. Tuttavia non lei squittiva, ma l'uomo, che aveva allargato la bocca e guardava verso il soffitto. Si era formato attorno ai due un circoletto, gli ospiti del loggione in quei pressi parevano entusiasti del fatto che la serietà indotta da K. nell'assemblea venisse in questo modo interrotta. K. intendeva, secondo la sua prima impressione, correre subito sul posto, pensava inoltre che a tutti importasse che vi fosse portato ordine e che per lo meno la coppia fosse mandata fuori dall'aula, ma le prime file davanti a lui restarono ben ferme, nessuno si mosse, nessuno fece passare K. Al contrario lo si ostacolò, gli anziani misero le braccia avanti e una mano – non ebbe tempo di voltarsi – lo prese per il colletto; K. in effetti non pensò più a quella coppia, ebbe l'impressione che la propria libertà venisse ristretta, quasi che con l'arresto si facesse sul serio, per cui balzò senza riguardi giù dal podio. Ora si trovò faccia a faccia con la ressa. Aveva giudicato in modo erroneo quella gente? Aveva creduto troppo all'effetto delle proprie parole? Si era finto, mentre lui parlava, e ora, che lui era arrivato a tirar le fila del suo discorso, se ne aveva abbastanza di fingere? Che facce attorno a lui! Occhietti neri guizzanti, guance lasche, come da alcolizzati, lunghe barbe rade e infeltrite che, a toccarle, non erano barbe, ma roba da graffiarcisi. Sotto però – fu la scoperta di K. – i colletti delle giacche luccicavano di distintivi di svariata grandezza e colore. Tutti avevano quei distintivi, a quanto si poteva vedere. Tutti rispettivamente appartenevano alle fittizie fazioni di destra e di sinistra, e quando lui si voltò d'improvviso vide gli stessi distintivi sul colletto del giudice istruttore, che, le mani in grembo, guardava tranquillamente giù. “Ecco ecco!” esclamò levando in alto le braccia - l'improvvisa scoperta voleva spazio, “voi siete tutti impiegati, come vedo, siete anzi quella banda di corrotti contro cui parlavo, vi siete accalcati qui in qualità di uditori e ficcanaso, avete formato fazioni fittizie e una ha applaudito per mettermi alla prova, voi volete imparare come si devono sedurre gli innocenti. Dunque non siete stati qui a vuoto, spero, vi ha divertito che qualcuno abbia atteso da voi una difesa dell'innocente oppure – lasciami o le prendi”, gridò K. a un vecchio tremolante che gli si era spinto particolarmente vicino, “oppure sono io che ho imparato davvero qualcosa. E con ciò vi auguro fortuna professionale.” Rapido prese il cappello che stava sul bordo del tavolo e si spinse verso l'uscita nel silenzio generale, comunque pieno di sorpresa. Il giudice istruttore parve tuttavia esser stato ancor più svelto di K., difatti era sulla porta ad aspettarlo. “Un momento”, disse, e K. si fermò guardando però non il giudice istruttore, ma la porta, di cui aveva già afferrato la maniglia. “Volevo solo rendervi noto”, disse il giudice istruttore, “che oggi – potreste ancora non esserne consapevole – vi siete privato del vantaggio che un interrogatorio in ogni caso significa per l'arrestato.” K. rise in direzione della porta. “Farabutti”, esclamò, “ve li lascio tutti, gli interrogatori”, aprì la porta e scese in fretta le scale. Alle sue spalle si levò il chiasso dell'assemblea, di nuovo vivace, che forse iniziava a discutere i fatti avvenuti, come usano gli studenti.

venerdì 10 aprile 2020

Franz Kafka: Il processo - 2


Colloqui, con la signora Grubach prima, con la signorina Buerstner poi

In quella primavera K. di solito passava le serate dopo il lavoro – stava in ufficio fino alle 9 – facendo se possibile una passeggiatina da solo o con dei conoscenti, poi andava in una birreria dove abitualmente sedeva fino alle 11 a un tavolo riservato, insieme per lo più ad anziani signori. C'erano però eccezioni a tale orario, quando per esempio K. veniva invitato dal direttore della banca, che ne stimava molto la laboriosità e affidabilità, a fare un giro in auto o a cena nella sua villa. A parte ciò una volta alla settimana K. andava da una signorina di nome Elsa che lavorava di notte e fino alla tarda mattina come cameriera in una mescita di vino, e di giorno accoglieva visite solo stando a letto.
Quella sera però – la giornata era volata tra l'intenso lavoro e i molti auguri rispettosi e affettuosi di compleanno – K. volle andare subito a casa. Durante ogni piccola pausa del lavoro ci aveva pensato; senza avere una chiara opinione, gli pareva che fosse stata, da quel che era accaduto la mattina, causata una gran confusione in tutto l'appartamento della signora Grubach, e che proprio lui servisse a rimettervi ordine. Una volta ripristinato l'ordine, ogni traccia dell'accaduto sarebbe stata cancellata e tutto avrebbe ripreso il suo vecchio andamento. In particolare dai 3 impiegati non c'era niente da temere, erano di nuovo immersi nella burocrazia bancaria, in loro non si notava alcun cambiamento. K. più volte li aveva convocati da soli o in gruppo nel suo ufficio con il solo scopo di osservarli; e sempre aveva potuto congedarli soddisfatto.
Arrivando verso le 9,30 di sera davanti alla casa dove abitava, sul portone incontrò un giovanottino che se ne stava a gambe larghe a fumare la pipa. “Chi siete?”, chiese subito K. avvicinando il viso al giovane, nella penombra dell'atrio non ci si vedeva bene. “Sono il figlio del portinaio, egregio signore”, rispose il giovane, tolse di bocca la pipa e si fece da parte. “Il figlio del portinaio?”, chiese K. colpendo impaziente il suolo con il bastone. “Il signore desidera qualcosa? Devo andare a chiamare il babbo?” “No no”, disse K., c'era nella sua voce un che di scusa, quasi che il giovane avesse fatto qualcosa di male e lui lo perdonasse. “Va bene”, disse poi e proseguì, ma prima di salire le scale si girò ancora una volta.
Avrebbe potuto andare diretto in camera sua, ma poiché voleva parlare con la signora Grubach bussò subito al suo uscio. Era seduta e lavorava a maglia, sul tavolo un mucchio di calze. Generico, K. si scusò di venire così tardi, ma la signora fu molto gentile e non intese alcuna scusa: lui poteva sempre parlarle, lo sapeva molto bene di essere il suo migliore e più caro pensionante. K. si guardò attorno, la stanza non era affatto diversa dal solito, le stoviglie della colazione che la mattina si trovavano presso la finestra non c'erano più. Eh, le mani di una donna sono capaci di far molto e senza chiasso, pensò, le stoviglie lui le avrebbe fatte a pezzi sul posto, sì, ma certo non sarebbe riuscito a portarle via. Guardò la signora con una certa gratitudine. “Perché lavorate ancora così tardi?”, chiese. Ora sedevano entrambi al tavolo, di tanto in tanto K. infilava una mano tra le calze. “C'è molto da fare”, disse lei, “e di giorno sono tutta dei pensionanti; se voglio sistemare le mie cose, mi restano solo le serate.” “Oggi vi ho causato davvero una fatica extra.” “E perché poi?”, chiese lei con più calore, e il lavoro le giacque in grembo. “Mi riferisco agli uomini che stamani erano qui.” “Ah, sì”, disse lei placandosi, “non mi ha causato una fatica extra.” K. in silenzio guardò il lavoro a maglia che riprendeva. Pare meravigliata che io ne parli, pensò, pare che non lo ritenga dovuto. Tanto più è necessario che io lo faccia. Solo con una donna anziana ne posso parlare. “Eppure di certo è stato faticoso”, disse allora, “ma non succederà di nuovo.” “No, non può succedere ancora”, disse lei come per sottolineare, e sorrise a K. quasi con malinconia. “Dite sul serio?”, chiese K. “Sì”, disse lei a bassa voce, “ma prima di tutto non dovete prendervela troppo. Sono cose che capitano! Visto che voi, signor K., mi parlate così in confidenza, posso confessarvi che sono stata un po' ad ascoltare dietro l'uscio e che le due guardie hanno riferito qualcosa anche a me. Si tratta, è certo, della vostra felicità, che davvero mi sta a cuore più di quanto forse mi spetti, dato che resto la vostra affittacamere, unicamente. Dunque, ho udito qualcosa, ma non posso dire che fosse particolarmente negativo. No. Siete certo in arresto, ma non com'è arrestato un ladro. Essere in arresto come un ladro, questo è negativo, ma quest'arresto … Mi pare qualcosa come una lezione, scusate se dico una sciocchezza, mi pare qualcosa che io non capisco di certo, e che però neppure deve esser capito.”
Non è per niente una sciocchezza quel che avete detto, signora Grubach, in parte almeno sono della vostra opinione, solo che do un giudizio complessivo ancora più caustico del vostro, semplicemente non prendo l'accaduto come una lezione, ma come un nulla, proprio. Venni colto di sorpresa, ecco cosa fu. Se fossi stato sveglio, senza farmi ingannare dall'assenza dell'Anna mi sarei subito levato e senza riguardo per chi mi fosse capitato tra i piedi sarei venuto da voi, avrei per una volta fatto un po' di colazione in cucina, vi avrei fatto portare i miei abiti dalla mia stanza, per farla breve se mi fossi comportato in modo razionale non sarebbe accaduto altro, e tutto, fosse quel che fosse, sarebbe stato soffocato. Si è così poco preparati, tuttavia. Alla banca per esempio sono preparato, lì sarebbe impossibile che mi capitasse una cosa simile, ho una persona al mio servizio, lì, il telefono esterno e quello interno stanno davanti a me sul tavolo, continua a venire gente, impiegati e clienti; inoltre e soprattutto lì sono sempre operativo, per cui ci sto con la testa, lì sarebbe addirittura un passatempo per me venir confrontato con una faccenda simile. Ora è passata e in effetti non ne volevo nemmeno parlare, desideravo solo sentire il vostro giudizio, il giudizio di una donna assennata, e sono molto lieto che siamo d'accordo. Però ora dovete porgermi la mano, trovarsi d'accordo così deve venir consolidato da una stretta di mano.”
Me la porgerà la mano? L'ispettore non l'ha fatto, pensò lui guardando la donna che, diversamente da prima, lo scrutava. Lei si levò perché anche lui si era levato, un po' imbarazzata poiché non aveva capito tutto quello che aveva detto K. Conseguentemente a tale imbarazzo disse però qualcosa che non voleva affatto dire e che non c'entrava proprio: “ma non fatela tanto difficile, signor K.”, disse, aveva il pianto nella voce e naturalmente scordò la stretta di mano. “Non sapevo di farla difficile”, disse K. con improvvisa stanchezza, capendo la vanità di tutta l'approvazione di quella donna.
Ancora sulla porta chiese: “la signorina Buerstner è in casa?” “No”, disse la signora Grubach, sorrise di tale informazione ridotta all'osso e ne dette una ragionevolmente più ampia. “E' a teatro. Desiderate qualcosa da lei? Devo dirle qualcosa?” “Oh, volevo solo scambiarci due parole.” “Purtroppo non so quando viene; quando è a teatro di solito torna tardi.” “Va bene lo stesso”, disse K. e inchinava già la testa andando verso la porta, “volevo solo scusarmi con lei per averle occupato la stanza, oggi.” “Non serve, signor K., avete troppi riguardi, la signorina Buersrtner non ne sa proprio nulla, non era a casa già dal primo mattino e tutto è stato rimesso in ordine, vedete voi stesso.” E aprì l'uscio che dava nella stanza della signorina Buerstner. “Grazie, lo credo anch'io”, disse K., però si diresse verso l'uscio aperto. La luna splendeva serena nella stanza buia. Per quanto si poteva vedere tutto era davvero al suo posto, neanche la camicetta stava più appesa alla maniglia della finestra. Faceva spettacolo l'altezza dei cuscini sul letto, in parte illuminati dalla luce della luna. “La signorina Buersrtner torna spesso a casa tardi”, disse K. guardando la signora Grubach come se lei ne avesse la giustificazione. “E' tanto giovane!”, disse a mo' di scusante la signora Grubach. “Certo, certo”, disse K., “però capita di passare i limiti.” “E' vero”, disse la signora Grubach, “come dite bene, signor K. E proprio in questo caso. Non voglio certo denigrare la signorina Buerstner, è una ragazza buona e cara, gentile, ordinata, puntuale, lavoratrice, ciò lo apprezzo molto, ma una cosa è vera, dovrebbe essere più altera, riservata. Questo mese l'ho già vista due volte in strade fuori mano e sempre insieme a un signore diverso. Mi addolora molto, lo racconto, Dio mi è testimone, solo a voi, signor K., ma sarà inevitabile che ne parli anche con la signorina Buersrtner. Del resto non è l'unica cosa che m'insospettisce.” “Siete del tutto fuori strada”, disse K., adirato e quasi incapace di nasconderlo, “del resto avete capito male anche la mia osservazione sulla signorina Buersrtner, non mirava a questo. Vi metto in guardia sinceramente dal dire un qualcosa alla signorina Buersrtner, sbagliate completamente, io la conosco molto bene, non c'è nulla di vero in quel che dicevate. Del resto forse esagero, non ho intenzione di impedirvi di dirle ciò che volete. Buona notte.” “Signor K.”, disse la signora Grubach implorante seguendolo fino alla sua porta, da lui già aperta, “davvero non ho intenzione di parlare con la signorina Buersrtner, è naturale che prima io voglia ancora continuare a studiarla, vi ho solo confidato quel che sapevo. In fin dei conti è necessario conoscere ogni inquilino quando si cerca di mantenere la pensione pulita, non sto mirando a nient'altro.” “Pulizia!” esclamò K. che era ancora sulla porta appena aperta, “se volete mantenere pulita la pensione, per prima cosa dovete mandare via me.” Poi la chiuse senza badare più a un certo leggero bussio.
Decise, dal momento che non aveva nessuna voglia di dormire, di restare sveglio e con ciò di accertarsi di quando sarebbe tornata la signorina Buerstner. Magari avrebbe potuto anche parlarci un po', per quanto sconveniente ciò potesse essere. Stette alla finestra, strinse gli occhi stanchi e per un momento pensò addirittura di castigare la signora Grubach convincendo la signorina Buerstner a lasciare insieme a lui la pensione. Subito però la cosa gli sembrò tremendamente esagerata, stava prendendo ciò che era successo la mattina come scusa per cambiare abitazione, sospettò suo malgrado. Nulla di più insensato e soprattutto di più vano, e di più vile.
Quando fu stufo di star lì a guardare le strade vuote si mise sul canapè dopo aver socchiuso la porta che dava sull'anticamera per poter vedere subito da quella posizione chiunque entrasse in casa. Più o meno fino alle 11 se ne stette tranquillo a fumare una sigaretta. Dopo però ne ebbe abbastanza e andò un po' in anticamera come se con questo potesse affrettare l'arrivo della signorina Buerstner. Non che ne avesse alcun particolare desiderio, non era nemmeno in grado di ricordarsene bene l'aspetto, ma ora voleva parlarci, e lo irritava che lei tardando recasse inquietudine e disordine anche in coda a quella giornata. Aveva anche colpa del fatto che lui non aveva cenato e aveva trascurato di far la progettata visita a Elsa. D'altra parte poteva riparare a entrambe le cose andando ora alla mescita dove lavorava Elsa. Aveva intenzione di farlo più tardi, dopo aver parlato con la signorina Buerstner.
Erano più delle 11 e mezzo quando si udì qualcuno per le scale. K., che abbandonato ai suoi pensieri camminava qua e là rumorosamente nell'anticamera come se quella fosse camera sua, scappò dietro la propria porta. Era la signorina Buerstner, era arrivata. Rabbrividendo di freddo nel chiudere la porta si avvolse le scarne spalle con uno scialle di seta. Tra un momento sarebbe entrata nella sua stanza dove certo K. non poteva permettersi di infilarsi a quell'ora; per cui doveva rivolgerle la parola subito, però sfortunatamente non aveva acceso la luce elettrica in camera sua, per cui farsi avanti dal buio sarebbe sembrato un agguato, come minimo una cosa da far spavento. Non sapendo che fare e in mancanza totale di tempo, sussurrò dalla porta socchiusa: “signorina Buerstner.” Aveva il tono di una preghiera, non di un richiamo. “Chi è?” chiese la signorina facendo tanto d'occhi e guardandosi attorno. “Sono io”, disse K. muovendosi verso di lei. “Oh, signor K.!” disse la signorina Buersrtner sorridendo. “Buona sera”. Gli porse la mano. “Volevo dirvi due parole, me lo concedete ora?” “Subito?” chiese la signorina Buersrtner, “proprio ora? Non è un po' insolito?” “Vi aspetto dalle 9.” “Mah, ero a teatro, non sapevo mica di voi.” “Il motivo per cui desidero parlarvi è emerso soltanto oggi.” “Ah, non è che abbia qualcosa in contrario, così per principio, solo che sono stanca morta. Venite da me per qualche minuto. Qui davvero non possiamo parlare, svegliamo tutti e mi spiacerebbe più per noi che per la gente. Aspettate che accenda la luce in camera mia e poi spegnetela qui.” K. eseguì, poi però aspettò fino a quando la signorina Buersrtner, fuori dalla sua stanza, lo incoraggiò di nuovo a voce bassa. “Sedetevi qui”, disse indicandogli l'ottomana, lei restando in piedi vicino a una colonna del letto, nonostante la stanchezza di cui aveva parlato; non si tolse neppure il cappello, piccolo ma strapieno di ornamenti floreali. “Che cosa desiderate dunque? Sono davvero curiosa.” Sovrappose leggiadra le gambe. “Forse direte”, iniziò K., “che la cosa non è così urgente da dirsi ora, però ...” “I preamboli faccio sempre come se non li sentissi”, disse la signorina Buersrtner. “Questo facilita il mio compito”, disse K. “La vostra stanza stamani in certo qual modo per colpa mia è stata messa un po' in disordine, lo fecero degli estranei a dispetto della mia volontà, eppure, come ho detto, per colpa mia; di questo volevo chiedervi scusa:” “La mia stanza?” chiese la signorina Buersrtner, e invece che la stanza, guardò indagatrice K. “E' così”, disse K. ed entrambi si guardarono per la prima volta negli occhi, “la ragione e il modo per cui ciò avvenne in sé non merita verbo alcuno.” “Però in effetti è interessante”, disse la signorina Buersrtner. “No”, disse K. “Ora, non voglio immischiarmi in cose segrete”, disse la signorina Buersrtner, “se insistete che non è interessante non intendo fare obbiezioni. Come voi mi chiedete, vi scuso volentieri, in particolare perché non riesco a trovare alcuna traccia di disordine.” Le scarne mani affondate sui fianchi, fece un giro nella stanza. Si fermò alla stuoia con su le fotografie. “Guardate, però”, disse ad alta voce, “le mie fotografie sono tutte a soqquadro. Però, è orribile. Qualcuno dunque è stato nella mia stanza senza autorizzazione.” K. annuì e maledisse in silenzio l'impiegato Kaminer, che non riusciva mai a frenare la sua monotona e stupida vivacità. “E' insolito “, disse la signorina Buersrtner, “che io sia costretta a proibirvi qualcosa che voi stesso dovevate proibire, cioè che si entrasse in camera mia in mia assenza.” “Ma ve lo spiegai, signorina Buersrtner”, disse K. avvicinandosi anche lui alle fotografie, “non fui io a violare le fotografie; ma poiché non mi credete devo ammettere che la commissione istruttoria ha condotto qui tre impiegati della banca uno dei quali, che quanto prima butterò fuori, probabilmente ha preso in mano le fotografie.” “Sì, una commissione istruttoria qui”, continuò K., infatti la signorina Buersrtner lo guardava con aria interrogativa. “Su di voi?” chiese. “Sì”, rispose K. “No”, esclamò lei, e si mise a ridere. “Però”, disse K., “ci credete che io sia innocente?” “Ora, innocente ...”, disse lei, “non ho intenzione di esprimere un giudizio impegnativo, neppure vi conosco, tuttavia bisogna essere un gran delinquente per vedersi appioppata così senza mediazioni una commissione istruttoria. Poiché però siete libero – almeno lo concludo dalla vostra calma, che non siete incappato nell'incarcerazione – non potete essere incorso in un crimine.” “Sì”, disse K., “ma la commissione istruttoria può aver compreso anche che non sono colpevole, oppure non così colpevole come presunto.” “Certo, può essere”, disse la signorina Buersrtner assai guardinga. “Vedete”, disse K., “voi non avete molta esperienza in fatto di giustizia. “ “No, non ne ho”, disse lei, “e spesso me ne sono rammaricata, difatti mi piacerebbe sapere tutto e sommamente m'interessano le cose della giustizia. I tribunali hanno un fascino particolare, no? Tuttavia completerò di sicuro le mie conoscenze in merito, difatti il mese prossimo entro in uno studio legale come segretaria.” “E' una cosa molto buona”, disse K., “allora potrete aiutarmi un po' nel mio processo.” “Potrebbe essere”, disse la signorina Buersrtner, “perché no? Impiegherò volentieri le mie conoscenze.” “Dico sul serio”, disse K., “o almeno per metà sul serio come intendete voi. La faccenda non è al livello di un avvocato, ma di un consigliere potrei aver bisogno.” “Sì, ma come consigliere dovrei sapere di che si tratta”, disse la signorina Buersrtner. “E' proprio questa la difficoltà”, disse K., “non lo so neanch'io.” “Allora vi siete permesso di prendermi in giro”, disse la signorina Buersrtner con gran disinganno, “era inutile al massimo grado scegliersi quest'ora di notte per farlo.” Si staccò dalle fotografie, dove lui e lei erano rimasti insieme tanto a lungo. “Ma no, signorina Buersrtner”, disse K., “non vi ho presa in giro affatto. Peccato che non mi vogliate credere! Già vi ho detto quello che so. Forse più di quello che so, difatti mica si trattava di una commissione istruttoria, la chiamo così perché non ne so alcun altro nome. Non vi fu alcuna istruttoria, venni arrestato e basta, ma non da una commissione.” La signorina Buersrtner sedette sull'ottomana e rise di nuovo: “E cos'era allora?” chiese. “Una cosa spaventosa”, disse K. senza neppure pensarci, tutto preso dalla vista della signorina Buersrtner, che appoggiava il viso su una mano – il gomito sul cuscino dell'ottomana – mentre con l'altra mano si sfiorava lentamente il fianco. “E' troppo generico”, disse lei. “Che cosa è generico?” chiese K. Poi si riprese e chiese: “Devo descrivervi com'è stato?” Voleva far qualcosa, ma non andar via. “Sono già stanca”, disse la signorina Buersrtner. “Tornaste così tardi”, disse K. “Ora finisce che vengo rimproverata, è anche giusto, difatti non avrei dovuto farvi entrare. E non serviva nemmeno, come si è dimostrato.” “Era necessario, ora lo vedrete”, disse K. “Posso staccare dal letto il tavolino da notte?” “Ma che cosa vi viene in mente?” disse la signorina Buersrtner, “certo che no!” “Allora non posso farvi vedere”, disse K. esasperato, come se gli si si recasse un danno smisurato. “Sì, se vi serve alla dimostrazione, allora tiratelo indietro, il tavolino, ma piano”, disse la signorina Buersrtner aggiungendo poi, a voce affievolita: “sono così stanca che concedo più di quanto è bene concedere.” K. piazzò il tavolino nel mezzo della stanza e vi si mise dietro. “Dovete immaginare correttamente la distribuzione dei personaggi, ciò è molto interessante. Io sono l'ispettore, là sul baule siedono due guardie, vicino alle fotografie si trovano i tre giovani. Alla maniglia della finestra è appesa una camicetta bianca, la menziono solo di sfuggita. E ora comincia. Anzi, mi dimentico il personaggio principale, io mi trovo qui davanti al tavolino. L'ispettore sta seduto con la massima comodità, le gambe accavallate, un braccio qui attaccato al dietro della spalliera, un tanghero come pochi. E ora comincia sul serio. L'ispettore chiama come se dovesse svegliarmi, addirittura urla, anch'io purtroppo sono costretto a urlare, se voglio farvi capire, d'altra parte si tratta solo del mio nome, che quello urla.” La signorina Buersrtner, che sorridendo stava a sentire, portò l'indice sulla bocca per impedire che K. urlasse, ma tardi, K. era troppo dentro la parte, gridò lentamente “Joseph K.!”, del resto non tanto a voce alta come aveva minacciato, eppur tuttavia in un modo per cui il grido, cacciato all'improvviso, parve diffondersi nella stanza solo pian piano.
Fu bussato all'uscio della stanza accanto diverse volte, con forza, a colpi brevi e regolari. La signorina Buerstner impallidì e si mise le mani sul cuore. K. ne fu spaventato in modo particolare in quanto per un po' non era stato capace di pensare ad altro che ai fatti della mattina e alla ragazza cui lui li rappresentava. Appena ripresosi balzò verso la signorina Buersrtner e le prese una mano. “Non abbiate alcun timore”, mormorò, “metterò io tutto a posto. Ma chi può essere? Qui accanto c'è solo la stanza di soggiorno, dove non dorme nessuno.” “No” mormorò a sua volta la signorina Buersrtner all'orecchio di K., “da ieri ci dorme un nipote della signora Grubach, un capitano. Tutte le camere sono occupate. Anch'io me n'ero dimenticata. Ma dovevate urlare così? Ne sono sgomenta.” “Non ve n'è motivo alcuno”, disse K. e, quando lei affondò nel cuscino, le baciò la fronte. “Via, via”, disse lei tirandosi di nuovo su in fretta, “andate, andate, una buona volta. Che cosa volete, lui sta ad ascoltare alla porta, sente tutto. Voi mi tormentate in un modo!” “Non me ne vado”, disse K., “finché non vi calmate un po'. Venite dall'altra parte della stanza, lì non ci può sentire.” Lei vi si lasciò guidare. “Voi non considerate”, le disse, “che per voi si tratta di un fastidio, certo, ma non di un rischio, assolutamente no. Lo sapete quanto la signora Grubach mi veneri, addirittura, e quanto creda in modo incondizionato a tutto quello che dico, ed è lei che decide in queste cose, in particolare dal momento che il capitano è suo nipote. Lei per altro dipende da me, difatti le pago un importo maggiorato. Mi faccio carico di ogni vostro suggerimento di una spiegazione del nostro esser qui insieme, basta che sia solo un po' adatto allo scopo, e garantisco di indurre la signora Grubach a credere davvero e sinceramente a tale spiegazione, non solo a crederci pro forma. Non dovete avere alcuna indulgenza per me. Qualora vogliate propalare che io vi ho colto di sorpresa, la signora Grubach verrà informata in tal senso, e ci crederà senza perdere la fiducia che ha in me, tanto mi è affezionata.” La signorina Buersrtner guardava il suolo, in silenzio e un po' accasciata. “Perché la signora Grubach non dovrebbe credere che vi ho colto di sorpresa”, continuò K. Si vide davanti la chioma di lei, rossastra, spartita, un po' gonfia, compatta. Credeva che avrebbe volto lo sguardo su di lui, invece senza cambiare postura lei disse: “perdonate, mi sono tanto spaventata per quei colpi alla porta, non per le conseguenze che potrebbe avere la presenza del capitano. C'era un tal silenzio dopo il vostro urlo, ed ecco i colpi, per ciò sono tanto spaventata, mi trovavo lì presso la porta, il rumore era quasi accanto a me. Vi ringrazio della vostra proposta, ma non la accetto. Per tutto quello che succede in camera mia posso assumermi la responsabilità, e precisamente nei confronti di tutti. Mi stupisco che non vi accorgiate di che razza di affronto per me ci sia nelle vostre proposte, naturalmente accanto alle buone intenzioni che certo riconosco. Ora però andate, lasciatemi sola, ne ho più bisogno di prima. Da quei pochi minuti che avete chiesto è uscita una mezz'ora e più.” K. le prese la mano e poi il polso: “però non ce l'avete con me, vero?” disse. Lei sfilò la mano e rispose: “No, no, non ce l'ho mai con nessuno, io.” Lui le riprese il polso, lei ora sopportò e fu in quel modo che lo condusse alla porta. Lui era fermamente deciso ad andarsene. Ma davanti all'uscio, come se non si fosse aspettato di trovarcelo, si fermò; la signorina Buersrtner ne approfittò per liberarsi della presa, aprì la porta, sgattaiolò nell'anticamera e da lì disse piano a K. “Su, venite, ora, per favore. Guardate” - indicò l'uscio del capitano da sotto il quale usciva una lama di luce - “ha acceso e si diverte a nostre spese.” “Eccomi, vengo”, disse K., svelto uscì, la strinse, la baciò sulla bocca e su tutto il viso come un animale assetato si butta con la lingua sull'acqua sorgiva finalmente trovata. Infine la baciò sulla gola e lì lasciò posate le labbra. Un rumore dalla stanza del capitano gli fece alzare lo sguardo. “Ora me ne andrò”, disse, voleva chiamare la signorina Buerstner per nome, ma non lo sapeva. Lei annuì stancamente, gli abbandonò, già quasi voltata, la mano da baciare, quasi senza sapere di farlo, e china andò in camera sua. Poco dopo K. giaceva a letto. Presto si addormentò, prima ripensò per un poco alla sua condotta, ne era soddisfatto, ma si stupì di non esserne ancor più soddisfatto; si dava seriamente pensiero per la signorina Buerstner a causa del capitano.


* Secondo capitolo de "Il processo"

venerdì 3 aprile 2020

Franz Kafka: Il processo - 1


Arresto

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., difatti senza che avesse fatto qualcosa di male una mattina venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, stavolta non venne. Ciò ancora non era mai accaduto. K. Attese ancora un po', guardò dal suo guanciale la vecchia che abitava di fronte osservarlo con una curiosità del tutto insolita, poi però, insieme sorpreso e affamato, suonò. Subito bussarono e un uomo che lui non aveva mai visto in quest'appartamento entrò. Era snello eppure di complessione solida, indossava un abito nero aderente provvisto, similmente ai completi da viaggio, di diverse pieghe, tasche, fibbie, bottoni, e di una cintura, per cui, senza che si capisse bene a che cosa servisse, sembrava particolarmente pratico. “Chi siete?”, chiese K. subito, a metà tirandosi su nel letto. L'uomo trascurò tuttavia la domanda come se si dovesse tollerare la sua comparsa, e disse soltanto: “Avete suonato?” “Anna deve portarmi la colazione”, disse K. cercando, soprattutto senza domande, di stabilire con l'attenzione e la riflessione chi fosse in effetti quell'uomo. Tuttavia costui non si espose troppo a lungo allo sguardo di K., ma si voltò verso l'uscio che aprì un poco per dire a qualcuno che evidentemente vi si trovava subito dietro: “Vuole che Anna gli porti la colazione.” Nella stanza accanto seguì una risatina, dal suono non fu chiaro se più persone vi partecipassero. Nonostante che l'estraneo non potesse essersi informato in merito alla colazione di nulla che già in precedenza non sapesse, disse però a K. nel tono di un annuncio: “E' impossibile.” “Sarebbe una novità”, disse K., saltò su dal letto e indossò i calzoni. “Ma voglio vedere che ci fa questa gente nella stanza accanto e come la signora Grubach mi giustificherà questo disturbo.” Certo gli venne subito in mente che non avrebbe dovuto dirlo a voce alta e che con ciò in certo qual modo lui riconosceva un diritto di controllo all'estraneo, ma per il momento questo non gli parve importante. Comunque l'estraneo la intese in quel modo, difatti disse: “Non è meglio che restiate qui?” “Non voglio restar qui né venir interpellato da voi fintanto che non vi presentate.” “Ben detto”, disse l'estraneo aprendo quindi deciso l'uscio. Nella stanza accanto, in cui K. entrò con più lentezza di quanto volesse, alla prima occhiata tutto appariva in ordine quasi come la sera prima. Si trattava del soggiorno della signora Grubach, forse in esso, strapieno di mobili, tovaglie, porcellane e fotografie, oggi v'era un po' più spazio del solito, non si capiva subito, tanto meno lo si capiva essendo il principale mutamento la presenza di un uomo che sedeva presso la finestra aperta con un libro da cui ora sollevò lo sguardo. “Avreste dovuto restare in camera vostra! Non ve l'ha detto Franz?” “Va be', ma cosa volete?”, disse K. volgendo lo sguardo dalla nuova conoscenza a quella chiamata Franz, il quale era rimasto sulla porta e poi era tornato indietro. Dalla finestra aperta si scorgeva di nuovo la vecchia che con curiosità davvero senile era passata a una ulteriore finestra di fronte per continuare a vedere tutto. “Io comunque voglio la signora Grubach”, disse K. muovendosi come per liberarsi dai 2 uomini, che tuttavia erano distanti da lui, con l'intenzione di proseguire. “No”, disse l'uomo alla finestra, gettò su un tavolino il libro e si alzò. “Non siete autorizzato ad andarvene, voi siete anzi in arresto.” “Ne ha l'apparenza”, disse K. “Ma perché?” chiese poi. “Non ci è stato ordinato di dirvelo. Andate nella vostra stanza e aspettate. Il procedimento è avviato e saprete tutto a tempo debito. Oltrepasso il mio compito se mi rivolgo a voi in modo così gentile. Tuttavia spero che nessuno mi senta oltre a Franz, anche lui gentile con voi a dispetto di ogni regolamento. Qualora abbiate anche più avanti la stessa fortuna nella designazione della vostra guardia, allora potete essere ottimista.” K. intendeva sedersi, ma ora vide che in tutta la stanza non ve n'era alcuna opportunità, a parte la sedia presso la finestra. “Capirete anche quanto tutto ciò sia vero”, disse Franz insieme all'altro dirigendosi su K. In particolare il secondo, che lo superava considerevolmente in altezza, gli appioppò svariati colpetti sulle spalle. Entrambi tastarono la camicia da notte di K. e dissero che ora lui avrebbe dovuto indossarne una molto peggiore, che però loro avrebbero custodito quella camicia e anche il resto della sua biancheria e, qualora la cosa dovesse andare a finir bene, gliela avrebbero restituita. “E' meglio che voi diate le cose a noi piuttosto che darle al deposito”, dissero, “difatti al deposito spesso avvengono sottrazioni e inoltre dopo un certo tempo si vende tutto senza considerare se il procedimento in questione è terminato o no. E quanto durano processi del genere, specie negli ultimi tempi! Poi alla fine certo ricevete il ricavato dal deposito, ma questo ricavato intanto è già minimo, difatti, prima cosa, nella vendita non è decisiva l'altezza dell'offerta ma il grado di corruzione, seconda cosa questi ricavati diminuiscono, conformemente all'esperienza, qualora vengano passati di mano in mano, e di anno in anno.” K. badò appena a quel discorso, non valutava molto il diritto di disporre della sua roba, del quale forse ancora lui era in possesso, molto più importante era per lui avere chiara la sua situazione; in presenza di tali persone tuttavia non era neppure in grado di pensare, il ventre della seconda guardia – non potevano essere altro che guardie - continuava a urtare, in apparenza amichevolmente, su di lui, che però guardò in su e vide una faccia ossuta e asciutta nient'affatto adatta a quel pancione, dal naso molto storto, la quale al di sopra di lui faceva cenni d'intesa all'altra guardia. A cosa miravano? Di che parlavano? A quale autorità appartenevano? K. viveva in uno Stato di diritto, ovunque regnava la pace, tutte le leggi restavano in vigore, chi osava acchiapparlo all'improvviso nella sua abitazione? Lui tendeva a prendere tutto il più possibile alla leggera, a pensare il peggio solo all'arrivo del peggio, a non preoccuparsi affatto del futuro neppure quando era un futuro tutto minaccioso. Il caso presente non gli pareva vero, certo si poteva guardare al tutto come a uno scherzo, come a un grossolano scherzo che per motivi ignoti, forse perché oggi era il suo 30° compleanno, i colleghi di banca gli avevano organizzato, naturalmente era possibile, forse bastava che lui, diciamo, ridesse in faccia alle guardie, e anche loro avrebbero riso, forse si trattava dei facchini all'angolo, non erano diversi da quelli – nonostante ciò in effetti già al primo sguardo della guardia di nome Franz, ora, K. decise di rinunciare anche al minimo giudizio di cui magari lui disponeva nei confronti di quei due. Nel fatto che poi si sarebbe detto che lui non aveva capito lo scherzo K. vedeva un rischio minimo, ma si rammentò – senza che fosse sua abitudine imparare dalle esperienze – di alcuni casi in sé insignificanti nei quali lui a differenza dei suoi amici si era comportato consapevolmente in modo incauto senza alcuna considerazione delle possibili conseguenze, per cui come risultato era stato punito. Non doveva accadere di nuovo, soprattutto stavolta, se era una commedia allora lui intendeva parteciparvi.
Era ancora libero. “Mi consentano”, disse passando in fretta tra le guardie per andare nella sua stanza. “Pare esser ragionevole”, sentì dire alle sue spalle. In camera aprì subito i cassetti della scrivania, tutto era in ordine, ma proprio i documenti d'identità che cercava non riuscì a trovarli immediatamente, turbato com'era. Finalmente trovò il patentino da ciclista e già intendeva andare dalle guardie con quello, però poi gli sembrò un documento troppo insignificante e cercò ancora, finché non trovò il certificato di nascita. Quando fu tornato nella stanza accanto si aprì l'uscio proprio dirimpetto, la signora Grubach intendeva entrare. La si vide solo per un momento, poi non appena si accorse di K. palesemente imbarazzata chiese scusa e con estrema attenzione chiuse l'uscio. “Ma entrate”, poté appena dire K., invece si fermò in mezzo alla stanza con le sue carte, guardò ancora in direzione dell'uscio, che non si riaprì, e bastò a farlo sobbalzare una voce delle guardie, che sedevano presso la finestra aperta e, come vide K. , mangiavano la sua colazione. “Perché non è entrata?”, chiese lui. “Non le è permesso”, disse la guardia grassa. “Siete bene in arresto”. “Ma come posso essere in arresto così in questo modo?” “Ora ricominciate”, disse la guardia inzuppando un panino al burro in un vasetto di miele. “A tali domande noi non rispondiamo.” “Loro devono rispondere”, disse K. “Ecco i miei documenti d'identità, mostratevi i vostri e soprattutto l'ordine di arresto!” “Dio del cielo!”, disse la guardia, “è possibile che non riusciate a rassegnarvi alla vostra situazione e che a quanto pare abbiate intenzione di provocarci a vanvera, noi, che ora probabilmente tra tutti i vostri simili vi siamo i più vicini?” “Davvero, credete a noi”, disse Franz senza portarsi alla bocca la tazza di caffè che teneva in mano, ma dando a K. una lunga e forse significativa ma incomprensibile occhiata. K. arrischiò senza volere un dialogo fatto di sguardi con Franz, poi tuttavia dette un colpo sulle sue carte e disse: “Ecco i mie documenti d'identità.” “E a noi che ce ne importa?”, fece la guardia grassa, “fate le bizze come un bambino. Ma che volete? Volete porre rapido termine al vostro maledettissimo processo discutendo con noi, che siamo le guardie, di identità e di ordine d'arresto? Noi siamo modesti impiegati che s'intendono appena di documenti di identità e con la vostra faccenda non hanno niente a che fare, se non sorvegliarvi 10 ore al giorno e per questo venir pagati. E' tutto quel che siamo, ma ciò nonostante sappiamo capire che le alte autorità al cui servizio siamo prima di disporre un simile arresto s'informano con gran precisione sui motivi dell'arresto e sulla persona dell'arrestato. Non v'è alcun equivoco. La nostra autorità, a quanto ne so, e ne so il minimo, non cerca mica la colpa, diciamo, nel popolo, ma viene dalla colpa attirata, come recita la legge, ed è costretta a inviare noi guardie. E' la legge. Dove sarebbe l'equivoco?” “Questa legge non la conosco”, disse K. “Peggio per voi”, disse la guardia. “Ma esiste solo nella vostra testa”, disse K. volendo in qualche modo insinuarsi nei pensieri della guardia, volgerli a suo favore oppure ambientarvisi. La guardia però bruscamente si limitò a dire: “Riuscirete a capirlo.” Franz s'inserì e disse: “Vedi Willem, lui ammette di non conoscere la legge e afferma allo stesso tempo di essere senza colpa.” “Hai proprio ragione, ma non si può farglielo capire”, disse l'altro. K. non rispose più niente; devo ancora lasciarmi confondere, pensò, dalle chiacchiere di questi bassi esecutori – come loro ammettono di essere? Stanno in ogni modo parlando di cose che proprio non capiscono. La loro sicurezza è resa possibile dalla loro stupidità. Due parole insieme a un uomo del mio rango chiariranno tutto, tutt'altro che i lungi discorsi con questi qui. Si mosse su e giù diverse volte dove c'era posto nella stanza, vide la vecchia là davanti, aveva trascinato alla finestra uno ancora più vecchio e se lo teneva stretto a sé; K. doveva por fine a tale spettacolo: “Mi portino dal loro superiore”, disse. “Quando lui lo desidera, non prima”, disse la guardia chiamata Willem. “Ora vi consiglio”, proseguì, “di andare nella vostra stanza, di stare tranquillo e di aspettare ciò che verrà disposto su di voi. Vi consigliamo di non perdervi in pensieri inutili, ma di concentrarvi, importanti cose vi saranno richieste. Non vi siete comportato con noi come la nostra gentilezza avrebbe richiesto, avete dimenticato che in confronto a voi almeno ora, e magari per sempre, siamo uomini liberi, non è mica una piccola differenza di peso. Ciò nonostante siamo pronti, se avete i soldi, a portarvi dal caffè di fronte una modesta colazione.”
Senza rispondere a tale offerta K. rimase in silenzio per un po'. Forse quei due non si sarebbero azzardati, se lui avesse aperto l'uscio della stanza vicina, o perfino quello dell'ingresso, a impedirglielo, forse sarebbe stata la soluzione più facile dell'intera cosa, che lui ricorresse all'estremo rimedio. Forse invece lo avrebbero impacchettato, e una volta domato lui avrebbe perso anche tutta la superiorità che ancora nei loro confronti da un certo punto di vista manteneva. Perciò preferì la certezza della soluzione che il prosieguo naturale doveva comportare, e tornò nella sua stanza, senza che né da parte sua né da parte delle guardie venisse detto altro.
Si buttò sul letto e dal tavolino da notte prese una bella mela che aveva preparato la sera prima per la colazione. Adesso era la sua unica colazione, comunque, come accertò al primo gran morso, molto migliore di quel che sarebbe stata la colazione venuta dal lurido caffè che per grazia delle guardie lui avrebbe ricevuto. Si sentì bello ottimista, certamente in mattinata il lavoro in banca lo mancava, ma ciò, data la posizione relativamente alta che vi aveva, era facilmente giustificato. Doveva addurre la giustificazione vera? Pensò di sì. Se non gli avessero creduto, cosa in questo caso comprensibile, avrebbe portato a testimone la signora Grubach, o anche quei due vecchi là, tuttora mobilitati alla finestra di fronte. Stupiva K., almeno stando al modo di ragionare delle guardie, che lo avessero mandato in camera e lo avessero lasciato solo dove aveva la possibilità dieci volte maggiore di uccidersi. Insieme d'altronde si chiese, stavolta secondo il suo modo di ragionare, che motivo mai avesse di farlo. Perché quei due di là, per dire, se ne stavano seduti a mangiargli la colazione? Sarebbe stato così insensato uccidersi che anche se lui avesse voluto farlo non ne sarebbe stato capace a causa proprio di quell'insensatezza. Non fosse stata tanto vistosa la ristrettezza mentale delle guardie, si sarebbe potuto ammettere che anch'essi, a seguito di una certezza uguale, non avessero visto alcun pericolo nel fatto di lasciarlo solo. E se intendevano guardarlo mentre andava all'armadietto a muro dove teneva una buona acquavite e ne vuotava prima un bicchierino al posto della colazione, poi ne destinava un secondo allo stesso scopo, ciò solo in previsione dell'improbabile caso che ve ne fosse necessità, magari lo avrebbero incoraggiato.
In quella un grido dalla stanza accanto lo spaventò al punto di urtare i denti sul vetro. “Vi convoca l'ispettore!”. Solo l'urlo lo spaventò, reciso, breve, militaresco, di cui lui non avrebbe creduto capace la guardia Franz. In sé il comando gli fu assai benvenuto, “finalmente”, dichiarò in risposta, chiuse l'armadietto a muro e corse subito nella stanza accanto. Le due guardie che si trovavano là lo ricacciarono, come fosse cosa ovvia, nella sua stanza. “Che vi viene in mente?”, gridarono, “intendete andare dall'ispettore in camicia? Lui vi fa bastonare, e noi con voi!” “Lasciatemi, porco demonio”, gridò K., già ricacciato fino all'armadio, “quando mi si prende di sorpresa a letto non ci si può aspettare di trovarmi con l'abito da cerimonia.” “Smettetela”, dissero le guardie che sempre quando K. urlava si facevano quieti, anzi quasi mesti, e con ciò lo confondevano, o in certo qual modo lo facevano ritornare in sé. “Cerimonie ridicole!”, bofonchiò, tuttavia già levando una giacca dalla sedia e reggendola per un pochino con entrambe le mani come per presentarla al giudizio delle guardie. Che scossero il capo. “Dev'essere nera”, dissero. Al che K. la buttò per terra e disse, senza sapere in qual senso lo dicesse: “Non è ancora mica l' udienza d'apertura in tribunale.” Le guardie sorrisero senza però scostarsi dal loro “dev'essere nera”. “Se con questo accelero la faccenda, mi sta bene”, disse K., aprì di suo l'armadio, cercò a lungo tra gli abiti, scelse il suo migliore vestito nero, un completo avvitato che tra i conoscenti aveva fatto quasi scalpore, indossò un'altra camicia e iniziò a vestirsi accuratamente. In generale riteneva così di aver ottenuto un'accelerazione della cosa, e che le guardie avessero dimenticato di costringerlo a lavarsi. Li guardò, magari se ne sarebbero ricordati, ma naturalmente a quelli non venne nemmeno in mente, al contrario Willem non dimenticò di mandare Franz dall'ispettore con l'annuncio che K. si vestiva.
Una volta vestito di tutto punto dové, precedendo di poco Willem, attraversare la stanza accanto, vuota, e andare nell'altra, il cui uscio aveva già i battenti aperti. Era una stanza abitata da poco tempo, come K. ben sapeva, da una certa signorina Buerstner, dattilografa, che di solito andava molto presto al lavoro, tornava tardi e con K. aveva scambiato non molto più del saluto. Adesso il tavolino da notte era spostato rispetto al letto nel mezzo della stanza a mo' di tavolo per udienze. Vi sedeva l'ispettore. Aveva le gambe accavallate e teneva un braccio sulla spalliera della sedia. In un angolo della stanza c'erano tre giovani che guardavano le fotografie della signorina Buerstner, attaccate a una stuoia appesa al muro. Alla maniglia della finestra, aperta, era appesa una camicetta bianca. Alla finestra di fronte stavano ancora i due vecchi, ma a loro si erano aggiunta un'altra persona, un uomo che alle loro spalle li sovrastava di molto, aveva una camicia aperta sul petto e con le dita si premeva e rigirava il pizzo rossiccio.
Joseph K.?”, chiese l'ispettore forse solo per richiamare su di sé lo sguardo distratto di K. K. annuì. “Vi sorprende davvero molto quel che sta accadendo stamani?”, chiese l'ispettore spostando intanto con entrambe le mani quel po' di oggetti che si trovavano sul tavolino da notte, la candela, i fiammiferi, un libro e un porta aghi, quasi fossero cose che gli servivano per l'udienza. “Certo”, disse K., preso dalla piacevole sensazione di trovarsi finalmente di fronte un uomo ragionevole e di poter parlare con lui della sua cosa, “certo che sono sorpreso, ma tutt'altro che molto sorpreso.” “Non molto sorpreso?”, chiese l'ispettore mettendo ora attorno alla candela, nel centro del tavolino, gli altri oggetti. “Forse mi fraintendete”, si affrettò a precisare K.. “Voglio dire” - qui s'interruppe e si guardò attorno alla ricerca di una sedia. “Ma posso sedermi?”, chiese. “Non si usa”, rispose l'ispettore. “Voglio dire”, disse K. senz'altra pausa, “certo che sono assai sorpreso, ma quando si è al mondo da 30 anni e si è dovuto farsi largo da sé come è toccato a me, si è fatto il callo alle sorprese e non le patiscono troppo. In particolare questa di oggi.” “Perché in particolare questa di oggi?” “Non voglio dire che io considero tutto ciò uno scherzo, tuttavia la messa in scena a me pare eccessiva. Aver dovuto coinvolgere tutti i membri della pensione, voi tutti inoltre, ha oltrepassato i limiti di uno scherzo. Non intendo dunque dire che sia uno scherzo.” “Giustissimo”, disse l'ispettore verificando il numero dei fiammiferi che si trovavano nella loro scatola. “D'altra parte”, continuò K. e si volse verso tutti; avrebbe volentieri attirato l'attenzione anche dei 3 presso le fotografie; “D'altra parte può anche darsi che non siano cose molto importanti. Arguisco di essere incriminato, ma non riesco a rintracciare il più piccolo delitto per cui s'è potuto incriminarmi. Anche questo però è secondario, la questione principale è: da chi sono incriminato? Qual è l'autorità che conduce il procedimento? Siete un funzionario? Nessuno ha un'uniforme, a meno che si voglia denominare il vostro abito” - e si volse verso Franz - “come un'uniforme, quando invece è un abito da viaggio. A queste domande esigo chiare risposte e sono persuaso che dopo tale chiarimento noi potremo congedarci reciprocamente in modo cordiale.” L'ispettore abbassò con un colpo la scatola dei fiammiferi sul tavolo. “Vi trovate gravemente in errore”, disse. “I signori qui ed io siamo completamente secondari in rapporto alla faccenda, anzi dirò di più, non ne sappiamo quasi niente. Potremmo indossare le uniformi più regolamentari e la vostra cosa non sarebbe affatto peggiore. Non so assolutamente dirvi neppure che siete incriminato, o meglio non so se lo siete. Siete in arresto, questo sì, non so altro. Se gli agenti hanno chiacchierato di qualcos'altro, sono state proprio solo chiacchiere. Se dunque nemmeno io posso rispondere alle vostre domande posso invece consigliarvi, pensate meno a noi e a quel che vi succederà, attento a voi, piuttosto. Non fate tanto chiasso con quanto vi sentite innocente, ciò turba la non malvagia impressione che per il resto fate. Dovreste anche esser cauto in genere coi discorsi, quasi tutto ciò che avete detto finora si sarebbe potuto apprendere dalla vostra condotta anche se aveste detto poche parole, senza contare che assolutamente non vi giovava.”
K. guardò fisso l'ispettore. Stava ricevendo insegnamenti da scolaretto da un uomo forse più giovane? Veniva rampognato a causa della sua schiettezza? Senza sapere nulla sul motivo dell'arresto né del suo mandante? Una certa eccitazione lo colse, andò su e giù nella stanza, senza che nessuno glielo impedisse, si mise a posto i polsini, si toccò il pettorale della camicia, si ravviò i capelli, avvicinò i 3 signori, disse “ma non ha senso”, al che essi si voltarono verso di lui e lo guardarono concilianti, ma seri, e infine si fermò di nuovo davanti al tavolo dell'ispettore. “Il procuratore di Stato Hasterer è mio buon amico”, disse, “posso telefonargli?” “Certo”, disse l'ispettore, “ma non so che senso avrebbe ciò, dal momento che si tratterebbe per forza di qualche privata faccenda di cui avete da parlare con lui. ”Che senso?” gridò K., più sconcertato che arrabbiato. “Ma chi siete voi, per pretendete un senso mentre inscenate la cosa più insensata che ci sia? Ci sarebbe da piangere! Prima i signori mi prendono di sorpresa, e ora stanno in piedi o seduti qui attorno e lasciano che io faccia evoluzioni d'alta scuola davanti a voi. Che senso avrebbe telefonare a un procuratore di Stato quando, a quel che si dice, sono in arresto? Bene, non telefonerò.” “Ma fatelo”, disse l'ispettore tendendo una mano verso l'anticamera, dov'era il telefono, “fatelo pure, prego.” “No, non mi va più”, disse K., e andò alla finestra. Di là c'era ancora quella gente, la placidità del loro guardare apparentemente turbata un poco dal fatto che alla finestra era venuto K. I vecchi intendevano levarsi, ma l'uomo che avevano dietro li tranquillizzò. “C' abbiamo anche tanto di spettatori”, disse K. ad alta voce all'ispettore, indicandoglieli. “Via di là”, gridò loro. Quei tre arretrarono subito di poco, i due vecchi addirittura dietro l'uomo; questi li coprì con il suo vasto corpo e a giudicare dai movimenti della bocca disse qualcosa di incomprensibile da quella distanza. Tuttavia non sparirono completamente, ma sembrò che aspettassero il momento in cui, non visti, potevano di nuovo accostarsi. “Gente molesta, senza riguardo!”, disse K. quando si fu voltato verso la stanza. L'ispettore era d'accordo con lui, forse, come K. ritenne di capire guardandolo con la coda dell'occhio. Era però altrettanto possibile che non fosse stato neppure a sentire, infatti aveva una mano permuta sul tavolo e sembrava che ne paragonasse la lunghezza delle dita. Le due guardie sedevano su un baule nascosto da una coperta ornamentale e si massaggiavano le ginocchia. I tre giovani, le mani sui fianchi, si guardavano attorno in modo vacuo. V'era il silenzio d'un qualche ufficio dimenticato. “Orbene, miei signori”, esclamò K. parendogli di portarseli tutti sulle spalle per un momento, “stando a quel che loro mostrano esteriormente dovremmo trovarci al termine dell'udienza. Sono del parere che la cosa migliore sia non rimuginare più circa il buono o malo diritto della loro condotta e concludere la cosa con una reciproca stretta di mano di conciliazione. Se anche loro sono del mio parere, allora prego - “ e andò al tavolo dell'ispettore porgendogli la mano. L'ispettore alzò gli occhi, si mordicchiò le labbra e guardò quella mano tesa, K. continuando a credere che lui l'avrebbe stretta. Invece quello si alzò, prese una bombetta che stava sul letto della signorina Buerstner e se la mise in testa con entrambe le mani accuratamente, come si fa provando un cappello nuovo. “La fate facile voi!”, disse a K. “Dovremmo concludere con una conciliazione, credete? No, no, davvero non ci siamo. Non che io del resto voglia dire con ciò che dobbiate disperare. No, perché poi? Siete solo in arresto, tutto qui. E' quel che avevo da comunicarvi, l'ho fatto e ho visto anche come voi avete accolto la cosa. Per oggi basta così, possiamo salutarci, certo solo provvisoriamente. Intendete dunque andare alla banca?” “Alla banca?”, chiese K. ”Pensavo di essere in arresto.” K. lo chiese con una certa tracotanza, difatti per quanto la sua stretta di mano non fosse stata accolta, si sentiva, in particolare da quando l'ispettore s'era alzato, svincolato da tutte quelle persone. Giocò una parte, con loro. Era intenzionato, nel caso che se ne andassero, a seguirli fino all'uscio di casa e a dichiarasi loro pronto all'arresto. Per cui replicò: “Come faccio ad andare alla banca se sono in arresto?” “Ah, vedo”, disse l'ispettore, che era già sul portone, “mi avete capito male, siete in arresto, certo, ma ciò non v'impedisce di fare il vostro lavoro. Anche nel vostro modo di vivere non dovete subire impedimenti.” “Ma allora lo stato di arresto non è tanto serio”, disse K. avvicinandosi all'ispettore. “Mai pensato altrimenti”, disse costui. “Ma allora neppure la comunicazione dell'arresto, pare, era molto necessaria”, disse K. avvicinandosi ancora. Anche gli altri si erano avvicinati. Erano tutti insieme alle strette presso la porta. “Era il mio dovere”, disse l'ispettore. “Un dovere balordo”, disse K. con durezza. “Può darsi”, rispose l'ispettore, “ma non abbiamo intenzione di perdere il nostro tempo con discorsi del genere. Avevo supposto che intendeste andare alla banca. Dal momento che voi fate attenzione a ogni parola, aggiungo: non vi costringo ad andare alla banca, avevo solo fatto la supposizione che lo voleste. Per facilitarvi e per rendere il meno vistoso possibile il vostro arrivo alla banca, ho tenuto qui a vostra disposizione i signori, questi 3 vostri colleghi.” “Che?”, esclamò K. rimirando i tre. Quei giovani esangui, indistinguibili, che lui ricordava ancora solo raggruppati vicino alle fotografie della signorina Buerstner, erano in effetti impiegati della sua banca, non colleghi, ciò era esagerato e significava che l'onniscienza dell'ispettore presentava una lacuna, ma certo erano impiegati subordinati della banca. Come aveva fatto K. a ignorarlo? E tuttavia avevano dovuto tollerare, l'ispettore e le guardie, che lui non li riconoscesse. Il freddo Rabensteiner, quello che armeggiava con le mani, il biondo Kullich, quello con gli occhi infossati, e Kaminer, quello che sorrideva senza smettere per via di una cronica contrazione muscolare. “Buon giorno!”, disse dopo una pausa K. porgendo la mano a quei signori che si inchinarono come dovuto. “Non vi ho riconosciuto per niente. E ora dunque andremo al lavoro, no?” Quei signori annuirono ridendo e zelanti, quasi che avessero atteso tutto il tempo solo che K. si accorgesse che gli mancava il cappello, corsero tutti, uno dietro l'altro, a prenderlo in camera sua, dov'era rimasto, cosa definibile come imbarazzante. K. non si mosse e li seguì con lo sguardo attraverso le due porte aperte, l'ultimo naturalmente fu l'indifferente Rabensteiner, che si limitò a trottare con eleganza. Kaminer porse il cappello e K. fu costretto a dirsi espressamente, come d'altra parte più volte era stato immancabile in banca, che il sorriso di Kaminer non era intenzionale, ma che anzi in genere lui non riusciva a ridere di suo. In anticamera la signora Grubach, che non aveva l'aria di essere affatto consapevole della sua colpa, aprì a tutta la compagnia la porta dell'abitazione e K. , come faceva assai spesso, abbassò lo sguardo sul nastro del grembiule, stretto inutilmente in profondità su quel ventre poderoso. Dabbasso, l'orologio in mano, K. si decise a prendere un'automobile per non aumentare inutilmente il ritardo, già di mezz'ora. Kaminer corse all'angolo per chiamare una vettura, gli altri due stavano cercando apertamente di distrarre K., quando Kullich indicò a un tratto il portone prospiciente, sul quale compariva per l'appunto l'uomo con il pizzo biondo, che dapprima, un po' imbarazzato dal fatto di mostrarsi ora in tutta la sua mole, arretrò verso la parete e vi si appoggiò. I vecchi erano forse rimasti per le scale. K. si adirò con Kullich perché richiamava l'attenzione di quell'uomo che lui stesso già aveva visto, anzi, che si era addirittura aspettato di vedere. “Smettete di guardare”, proruppe senza considerare quanto strambo fosse un tal modo di dire nei confronti di uomini indipendenti. Non fu tuttavia necessaria alcuna spiegazione dato che stava arrivando l'automobile, si misero seduti e se ne andarono. In quella K. si ricordò di non aver neppure fatto caso al fatto che l'ispettore e le guardie se ne erano andati via, l'ispettore gli aveva mascherato i 3 impiegati e ora, di nuovo, gli impiegati l'ispettore. Ciò non dimostrava una gran presenza di spirito e K. si propose di tenersi meglio d'occhio in tal senso. Comunque senza volere si girò e si chinò verso il dietro dell'automobile per poter magari scorgere l'ispettore e le guardie. Subito tuttavia si voltò di nuovo senza neppure aver tentato di vedere qualcuno e si mise comodo in un angolo. Nonostante che proprio ora non sembrasse il caso, gli sarebbe stato utile parlare, ma quei signori apparivano stanchi, Rabensteiner guardava fuori dalla vettura, a destra, a sinistra Kullych <sic>, e solo Kaminer era disponibile col suo ghigno, su cui scherzare purtroppo era umanamente vietato.

*E' il primo capitolo de Il processo.



venerdì 27 marzo 2020

Franz Kafka: Carriera in magistratura e caccia ai tangheri


(…) il giudice distrettuale ne ha abbastanza di organizzare le cacce ai tangheri - per altro sarebbe il suo primo compito. Tuttavia è sciocco prendersela con lui. Il sotto procuratore di Stato non se la prende con lui, ma con la stupidaggine commessa da chi ha piazzato un uomo del genere nel posto di giudice distrettuale. Così è la stupidità a esercitare la giustizia.

E' solo a causa delle sue scarse relazioni personali che il sotto procuratore di Stato ha un rango così modesto, e ciò è assai spiacevole; ma contro i tangheri e chi non li persegue non basterebbe neppure avere il rango di procuratore capo. Se non addirittura un rango anche più alto per poter così denunciare in modo efficace tutte le sciocchezze che capita di vedere. Se avesse un tal rango il nostro sotto procuratore di Stato non si abbasserebbe certo a denunciare quel giudice istruttore che non ne può più di dar la caccia ai tangheri; data l'importanza del suo ruolo non dovrebbe neppure prenderlo in considerazione quel giudice. Dappertutto lui stabilirebbe un ordine così meraviglioso che quel giudice non riuscirebbe a resistere, gli inizierebbero a tremare le ginocchia, e pure senza esser toccato, e alla fine dovrebbe dileguarsi. 

Forse sarebbe tempo di portare il caso sollevato dal sotto procuratore di Stato - contro il giudice che non ne può più di perseguire i tangheri -anche fuori dai chiusi tribunali disciplinari, nella dimensione pubblica di un'aula di tribunale vera. Allora il sotto procuratore di Stato non vi sarebbe più coinvolto come semplice accusatore del giudice, ma in forza del suo maggior potere sarebbe libero e potrebbe a quel punto esser lui il giudice, immagina il nostro.

Egli s'immagina che un'alta personalità durante il dibattimento gli mormori all'orecchio: “Ora avrai riparazione.” 
Eccoci al dibattimento. I giudici disciplinari querelati naturalmente mentono, mentono a denti stretti, mentono come solo i giudici possono mentire quando sono querelati. Tuttavia ogni cosa è preparata in modo che i fatti si scrollino di dosso ogni menzogna e si manifestino ai presenti, liberi e conformi alla verità. C'è molto pubblico ai tre lati dell'aula, solo il banco del giudice è vuoto, non si è trovato mica nessun giudice, i giudici si accalcano in un angusto spazio dove di solito sta l'accusato, e cercano di discolparsi davanti a un banco vuoto. Solo il pubblico accusatore, il già sotto procuratore di Stato, naturalmente è presente e si trova al suo abituale posto. E' molto più tranquillo del solito, si limita ad annuire ora in una direzione, ora in un'altra, e tutto va come un orologio svizzero. Solo ora, dopo che il caso è stato liberato da memorandum, testimonianze, protocolli, delibere, verdetti, se ne riconosce subito la sbalorditiva semplicità! 

                                                ***

La pratica risale a quindici anni prima. Il sotto procuratore di Stato si trovava ai tempi nella capitale, era riconosciuto come giurista valente, molto benvoluto dai suoi superiori aveva perfino la speranza di diventare presto e prima di molti concorrenti decimo procuratore di Stato. Il secondo procuratore di Stato gli dimostrava una particolare simpatia e da lui si faceva sostituire in occasioni non del tutto prive di rilievo. 
Per esempio in occasione di un processo per lesa maestà. Un impiegato di commercio, uomo non incolto, politicamente molto attivo, in una mescita, semi ubriaco, con il bicchiere in mano si era prodotto in un'offesa nei confronti di Sua Maestà. Un avventore vicino di tavolo, probabilmente ancor più bevuto, lo aveva denunciato magari pensando nel suo stato confusionale di far chissà che; subito si corse a chiamare un poliziotto e, sghignazzando beati, si fece ritorno insieme a lui per consegnargli l'uomo. Più tardi certo costui si attenne pochissimo a quel che aveva detto, però l'offesa a Sua Maestà doveva essere stata molto evidente, infatti nessun testimone poté del tutto negarla. Il suo tenore tuttavia non si poté stabilirlo in modo certo, la sua maggior giustificazione stava nel fatto che l'accusato indicando con il bicchiere di vino un ritratto del Sovrano appeso alla parete aveva detto: “Oh farabutto, costassù!” 

La gravità dell'offesa fu mitigata sia dallo stato in quel momento di parziale irresponsabilità dell'accusato, sia dal fatto che egli esprimesse l'offesa nel contesto di una canzone (“Finché il lume resta acceso”) e avesse con ciò reso meno netta l'esclamazione stessa. Circa il nesso tra l'esclamazione e la canzone quasi ogni testimone ebbe una diversa opinione e il denunciante arrivò ad affermare che a cantare fosse un altro, non l'accusato. Aggravante in particolar modo fu per l'accusato la sua attività politica, che fece apparire in ogni caso assai credibile che lui fosse capace di dire quel che aveva detto anche in piena sobrietà e totale convinzione. 

Il sotto procuratore di Stato si ricorda molto bene – tanto spesso ha riflettuto su tali cose – che quasi entusiasta iniziò a occuparsi di quella denuncia, non solo perché era cosa onorevole dirigere un processo per lesa maestà, ma anche perché lui sinceramente detestava l'accusato e quanto era accaduto. Eccolo lì, un arrampicatore politico cui l'onesto impiego di impiegato commerciale non bastava, forse perché non poteva fornirgli i mezzi per gozzovigliare, un uomo dall'enorme mascella mossa da una forte muscolatura anch'essa enorme, ecco il tanghero, amici lettori, un predicatore del popolo che berciò anche contro il giudice istruttore, in questo caso purtroppo persona debole di nervi per sua natura. L'istruttoria, cui più volte il sotto procuratore aveva assistito a causa del suo interesse per la cosa, fu un alterco ininterrotto. Una volta era il giudice a saltar su, l'altra l'interrogato, l'uno tuonando contro l'altro. Ciò naturalmente agì in modo sfavorevole sul risultato dell'istruttoria, e quando al sotto procuratore di Stato toccò fondarvi l'imputazione egli dové applicare molta fatica e acume per renderla sufficientemente solida. S'impegnò per delle nottate, ma con gioia. 

Erano belle notti di primavera, l'edificio al cui pianterreno il sotto procuratore di Stato abitava aveva sul davanti un giardinetto di modeste dimensioni in cui lui, stanco del lavoro ovvero bisognoso di dar quiete e raccoglimento al cumulo dei suoi pensieri, scavalcata la finestra passeggiava oppure con gli occhi chiusi si appoggiava alla cancellata. Senza risparmiarsi rielaborò più volte l'intera imputazione, numerose sue parti dieci, dodici volte. Oltre a questo si accumulava in quasi impenetrabile profusione il materiale preparato per l'udienza. “Dio mi conceda di riuscire a dominare e a utilizzare tutto questo”, ecco durante quelle nottate la sua preghiera costante. Con l'imputazione stessa egli ritenne il suo lavoro terminato solo in minima parte, per cui considerò l'elogio con cui il secondo procuratore di Stato dopo accurato esame gli restituì il testo dell'imputazione non tanto come un premio quanto come un incoraggiamento; eppure tale elogio era grande e inoltre veniva da un uomo severo e di poche parole. Come spesso il sotto procuratore di Stato ripeté nelle sue successive istanze per avere una promozione, senza per altro riuscire con ciò a toccare la memoria del secondo procuratore di Stato, l'elogio era: “Il testo, mio caro collega, non contiene solo l'imputazione, esso contiene con ogni umana probabilità anche la vostra nomina a decimo procuratore di Stato.” Tacendo il sotto procuratore di Stato con la dovuta modestia, il secondo procuratore di Stato aggiunse: “Credetemi”. 

Il sotto procuratore di Stato si recò all'udienza ben tranquillo. Nessuno in aula conosceva come lui tutte le particolarità e le interconnessioni della materia processuale. Il difensore era un innocuo ometto ben noto al sotto procuratore di Stato, berciava, ma con scarso acume. Quel giorno certo egli non fu neanche molto combattivo, patrocinava perché obbligato, perché era in questione un membro della sua parte politica, perché forse ci sarebbe stata occasione per degli sproloqui da politicante, perché un poco la stampa politica ci faceva attenzione al caso, tuttavia non aveva speranze, il difensore, di salvare il suo cliente. 

Ancora se lo ricorda, il sotto procuratore di Stato, il modo come stette a guardare quel difensore fin dall'inizio del dibattimento, reprimendo a fatica la propria derisione; incapace di dominarsi come in genere questo difensore era, tanghero anche lui, amici lettori, buttava sul suo tavolo tutto quanto in modo confuso, strappava via pagine di quel che aveva scritto, pagine che subito, come da un soffio di vento, venivano ricoperte da altri fogli e crepitavano sotto il tavolo tra i suoi pieduzzi, mentre di continuo lui senza accorgersene si passava una mano sulla pelata con mossa ansiosa, quasi vi cercasse qualche piaga. 

Sembrava al sotto procuratore di Stato un avversario indegno. Ma proprio all'inizio del dibattimento l'avvocato saltò su e con voce insopportabilmente stridula propose che il dibattimento potesse aver luogo in seduta pubblica, e il sotto procuratore di Stato si alzò dal suo posto smarrito, quasi. Ma come? Tutto era tanto chiaro, approfondito, e tutte quelle persone lì attorno si immischiavano in una faccenda che apparteneva a lui solo, una faccenda che in se stessa lui avrebbe potuto condurre a termine, in conformità con il carattere che essa aveva, senza giudice, senza difensore e senza imputato. Tuttavia lui aderì alla proposta del difensore, e la sua condotta fu tanto inattesa quanto quella del difensore ovvia. 
Tuttavia la spiegò la sua condotta e durante la sua spiegazione nell'aula v'era un tale silenzio che lui, se tanti occhi da tutti i lati non gli fossero stati rivolti quasi che volessero attirarlo a sé, avrebbe potuto credere di star parlando in un'aula vuota, con se stesso. Si accorse subito di essere convincente. I giudici allungavano il collo e si guardavano tra loro stupiti, il difensore stava rigido sulla sedia, quasi che il sotto procuratore di Stato giusto in quel momento stesse sorgendo dal suolo come un'apparizione; l'accusato stringeva le sue gigantesche mascelle da tanghero nato, per la tensione, nella ressa degli ascoltatori ci si teneva stretti per la mano. 
Capivano i più che qui uno, il sotto procuratore di Stato, sottraeva loro l'intera faccenda, faccenda con cui essi sotto questo o quell'aspetto, magari debole, erano in rapporto, e la faceva di nuovo sua, irreversibilmente. 
Tutti avevano creduto di assistere a un processino per lesa maestà, e ora udivano che il sotto procuratore di Stato già all'inizio del suo discorso sfiorava l'offesa al Sovrano con poche parole, quasi fosse qualcosa di secondario.

E intanto gli ussari cavalcavano nel buio stretto vicolo

<non terminato>

(traduzione libera)

venerdì 20 marzo 2020

Franz Kafka: Tra i miei compagni di scuola non ero il più goffo


Tra i miei compagni di scuola io ero goffo, ma non il più goffo. Eppure questo giudizio estremo è rimasto per alcuni dei miei insegnanti valido ed è stato propinato a me e ai miei genitori; chissà cosa credevano di fare.
Che tuttavia io fossi goffo lo pensavano tutti e facilmente ne davano le prove a un estraneo che invece non si era fatto una cattiva impressione di me, e lo diceva.
Di ciò fui costretto ad arrabbiarmi sovente e anche a piangere. Questi erano gli unici momenti in cui mi sentivo insicuro nelle situazioni serie del presente, e disperato rispetto a quelle future; però insicuro in teoria, disperato in teoria, infatti in una cosa da fare immediatamente ero sicuro e privo di dubbi quasi come un attore che si precipita fuori dalle quinte di slancio, resta lontano per un attimo dal centro del palcoscenico - io le mani le porterei alla fronte - e l'emozione immancabile s'è fatta così grande in lui che non può nasconderla, hai voglia a morderti le labbra, a sbarrare gli occhi. L'insicurezza presente, quasi passata, fa salire l'emozione che sta sbocciando e l'emozione rinforza l'insicurezza. Immancabile si forma una nuova insicurezza che abbraccia sia l'emozione che l'insicurezza iniziale, e ti stringe.
Per questo mi accadeva di aver la nomea di persona spinosa con gli estranei. Ero già inquieto se mi guardavano di profilo il naso come da una casetta si scruta il mare con il telescopio o magari la montagna e l'aria tersa. E allora si dava la stura a risibili affermazioni, a menzogne statistiche, a errori geografici, a erronee dottrine tanto viete quanto insensate, a validi punti di vista politici, rispettabili opinioni su eventi attuali, a idee lodevoli che quasi subito sorprendevano sia chi le esprimeva sia i presenti, e di tutto quanto era prova il mio sguardo, il modo come toccavo uno spigolo del tavolo, o come saltavo su dalla sedia. Subito dopo smettevano di guardarmi fisso, loro, gli si spostava da sé il busto, in avanti o all'indietro. Alcuni addirittura trascuravano di avere addosso un abito, per appoggiarsi solo sulla punta dei piedi piegavano le gambe ad angolo acuto o si mettevano a sgualcire tutta quanta la giacca stringendosela addosso; altri no, molti con le dita si attaccavano agli occhiali, al ventaglio, a un lapis, a un occhialetto, a una sigaretta; e ai più, per quanto avessero la pelle bella dura, il viso si infiammava. Lo sguardo loro poi scivolava via da me come cala giù un braccio prima alzato.
Cacciato nel mio stato naturale, potevo aspettare, o stare a sentire, oppure andarmene e mettermi a letto, dove mi trovavo sempre bene dato che la timidezza m'intontiva. Era come una lunga pausa durante un ballo, quando solo pochi si decidono ad andarsene, e i più stanno qua e là in attesa seduti o in piedi mentre i musicisti, cui nessuno pensa, da qualche parte si ristorano in vista della ripresa delle danze. Però non era riposante la pausa e molti non se ne accorgevano, infatti nella sala qualcuno seguitava a ballare.
Comunque continuavo a provare timore, timore di uno a cui avevo teso la mano con freddezza - ne ignoravo il cognome - forse uno dei suoi amici aveva detto qual era il prenome - gli ero stato seduto davanti  per ore tutto tranquillo, solo un po' snervato, come capita ai giovani se un adulto volge ogni tanto lo sguardo su loro.
Ammettiamolo, qualche volta i miei occhi avevano incontrato i suoi, e siccome non ci avevo nulla da fare per il fatto che che nessuno mi considerava avevo tentato di tenere più a lungo il mio sguardo nei suoi occhi azzurri e buoni, per quanto così in pratica ci si escludesse dal resto dei presenti. E se non avevo avuto successo, almeno avevo tentato. Va bene, non mi riusciva, mi mostravo incapace fin dall'inizio e dopo non riuscivo neanche per un momento a nascondere la mia incapacità, e anche i miei piedi, come i pattini di un incapace, se ne volevano andare uno in una direzione, l'altro in un'altra, bastava scappare dal ghiaccio. Un altro al posto mio

<lacuna nel testo>

ero intelligente però non stavo né davanti né alla pari, né dietro ad altri cento, per cui non era facile né immediato vedermi, ero nel branco, per cui solo da un posto assai alto mi si poteva notare, e anche in quel caso mi si vedeva, ma scomparivo. Ecco il giudizio su di me di mio padre, un uomo, specie nell'ambiente politico della mia patria, particolarmente stimato e di successo. Per caso l'ho sentito che avevo forse diciassette anni, da una porta aperta di una stanza vicina alla camera di mio padre, mentre leggevo un libro sugli indiani. Parole che allora mi colpirono, me le fissai, ma non mi fecero nessun effetto. Come accade nella maggioranza dei casi, i giudizi che si danno in genere sui giovani non hanno su di loro alcun effetto. Essi infatti o sono ancora del tutto imbozzolati in se stessi o in se stessi invece vengono rigettati senza tregua, e sentono l'essere loro forte e squillante come una marcia militare. Il giudizio che si propina in genere ha per loro ignote premesse e sconosciute mete, inaccessibili; come se uno  passeggiasse sull'isola del laghetto nel parco: non ci sono barche né ponti: la musica uno la sente, ma lui gli altri non lo sentono.
Non è con questo che intendo però aver colto la logica dei giovani

<non terminato>

(traduzione libera)