A cura di Nicola Spinosi, il blog è aperto a chiunque voglia leggerlo, ma si rivolge agli appassionati ...
mercoledì 13 giugno 2012
F.Kafka:D'estate
Durante una giornata d’estate molto calda, tornando verso casa, giunsi insieme a mia sorella davanti al portone di una fattoria. Lei colpì improvvisamente il portone con un pugno, non saprei se per distrazione o solo mimando, senza bussare davvero. Cento passi più avanti, sulla strada di campagna che voltava a sinistra, iniziava un villaggio che noi non conoscevamo. Subito uscì gente dalla casa più vicina e amichevolmente ci accennò di stare in guardia; erano spaventati, ingobbiti dalla paura. Indicarono la fattoria cui noi eravamo davanti e a gesti il colpo sul portone. I padroni della fattoria ci avrebbero rimproverato, e si sarebbe dato inizio all’indagine. Io calmissimo tranquillizzai mia sorella, probabilmente non aveva quasi dato il colpo, e anche se lo avesse dato per questo mai al mondo s’intenta un processo. Provai a far capire loro questa cosa, mi ascoltarono, ma non espressero un parere. Successivamente dissero che non solo mia sorella, ma anch’io come fratello sarei stato accusato. Ridendo dissi di sì, mentre tutti guardavamo in direzione della fattoria come si tiene d’occhio una nuvola di fumo lontana e si sta attenti alla fiamma. Di fatto ben presto si videro uomini a cavallo entrare nel grande portone aperto della fattoria alzando un polverone che coprì tutto e sopra cui lampeggiava solo la punta delle lance. Appena sparita quella truppa nella fattoria, subito la si vide girare i cavalli e venire verso di noi. Spinsi da parte mia sorella, avrei chiarito tutto da solo, lei si rifiutò di lasciarmi e allora le dissi che avrebbe dovuto indossare magari un abito migliore per presentarsi davanti a quei signori. Infine obbedì e si accinse a fare la lunga strada per tornare a casa. Gli uomini a cavallo già erano su di noi, dall’alto chiesero a mia sorella di non restare per ora sul posto, avrebbe sì risposto dettagliatamente, ma di presentarsi più tardi. La risposta di lei fu accolta quasi con indifferenza, soprattutto sembrava importante che fossi stato individuato io. Si trattava di due signori, un giovane ufficiale dall’aria sveglia e uno più tranquillo, il suo aiutante, il vice. Venni invitato nella stanza di soggiorno della fattoria: lentamente, scotendo la testa, stirando le mie bretelle, passai sotto gli sguardi intenti di quei signori. Pensavo ancora che bastasse una parola per essere lasciato libero, io, il cittadino, perfino con onore davanti a questi campagnoli. Invece, quando ebbi varcato la soglia di quella stanza, l’ufficiale, che mi aveva preceduto dentro e stava aspettandomi, disse: “Quest’uomo mi fa compassione”, ma era fuor di dubbio che non si riferiva tanto alla mia condizione presente, quanto a quel che mi sarebbe successo. La stanza, più che un soggiorno rustico, pareva una cella. Lastroni di pietra, fredde pareti grigio scure, qua e là certi anelli di ferro, e nel mezzo qualcosa tra la panca e il tavolo operatorio.
F.Kafka:Una vecchia pagina
Sembra che molto sia stato trascurato nella difesa della nostra patria. Finora non ci abbiamo fatto caso, badando agli affari nostri, tuttavia gli ultimi avvenimenti ci danno da pensare.
Io ho una bottega di calzolaio nella piazza antistante il palazzo imperiale. Appena apro, alle prime luci dell’alba, vedo già le strade che sbucano nella piazza occupate da uomini armati. Ma non sono soldati nostri, sembra che siano nomadi provenienti dal nord. Senza che io capisca come, sono penetrati fino nella capitale, che per altro si trova molto lontana dal confine. Eppure eccoli lì, e sembra che aumentino ogni giorno.
Secondo la loro natura stanno accampati sotto il cielo, dato che detestano abitare nelle case. Si danno da fare affilando le loro spade, mantenendo appuntite le lance, e si esercitano a cavallo. Di questo luogo, tenuto sempre scrupolosamente pulito, hanno fatto una stalla. Noi talvolta cerchiamo, è vero, di schiodarci dai nostri affari e di eliminare la sporcizia peggiore, ma ciò succede sempre più raramente, perché la fatica è inutile, e per giunta ci espone al pericolo di finire sotto i cavalli selvaggi o di esser feriti dalle fruste.
Con i nomadi non si può parlare. Non conoscono la nostra lingua, ammesso che ne abbiano una loro. S’intendono reciprocamente a mo’ di cornacchie. Si continua a sentire questo gracchiare di cornacchie. Il nostro modo di vivere e i nostri costumi a loro sono tanto incomprensibili quanto indifferenti. Perciò sembrano alieni anche davanti al linguaggio mimico. Hai voglia di serrare le mascelle e di stringerti con le mani le giunture, loro non ti capiscono né ti capiranno. Spesso fanno smorfie, ruotano le pupille in alto mostrando il bianco degli occhi, ma non è che vogliano dirti qualcosa o spaventarti, lo fanno e basta, è la loro razza. Quel che gli serve se lo prendono, non si può dire che usino la forza. Se pigliano, ci si fa da parte e gli si lascia tutto.
Hanno prelevato anche dalla mia bottega parecchi buoni pezzi, non posso rammaricarmene, però, se guardo a come vanno le cose al macellaio di fronte. Appena porta dentro la sua merce, tutto gli vien portato via dai nomadi, e divorato. Anche i loro cavalli si nutrono di carne, spesso un cavaliere e il suo cavallo stanno lì e si sfamano allo stesso pezzo di carne, ognuno dalla sua parte. Quest’azzannare è spaventoso e ci vuole coraggio per portare a termine la consegna della carne, tuttavia ce ne rendiamo conto, facciamo la colletta e aiutiamo il macellaio. Se non avessero la carne, i nomadi, chissà che cosa verrebbe loro in mente di fare, del resto chissà che cosa hanno in mente anche quando ne ricevono tutti i giorni.
Tempo fa il macellaio pensò di risparmiarsi la fatica della macellazione, e una mattina portò un bue vivo. Non poté più rifarlo. Io per un’ora mi ritrovai schiacciato sul pavimento, dentro la mia bottega, addosso un mucchio di vestiti, coperte, cuscino, tutto per non sentire i muggiti del bue, assalito da ogni parte dai nomadi che gli azzannavano pezzi di carne viva. S’era fatto silenzio da un bel po’, prima che mi azzardassi a venir fuori; e quelli si sbracavano attorno ai resti del bue, parevano ubriachi attorno a una botte di vino.
Fu proprio quella volta che ebbi il pensiero che l’imperatore stesso, stando a una finestra del palazzo, avesse visto; altrimenti mai che lui venisse in questo suo appartamento esterno, viveva sempre unicamente nel giardino più interno, ma stavolta si trovava, così almeno mi sembrò, ad una delle finestre, e guardava a testa bassa quel che succedeva davanti alla sua residenza.
“Com’è avvenuto ciò?”, ci domandiamo noi tutti. “Per quanto tempo sopporteremo questa pena, questo supplizio? Il palazzo imperiale ha attirato i nomadi, ma non sa scacciarli. La porta rimane chiusa, la guardia, che prima sempre marciava solennemente dentro e fuori, ora sorveglia da dietro le inferriate. La salvezza della patria è affidata a noi artigiani e commercianti, ma non siamo all’altezza di tale compito e non abbiamo mai preteso di esserlo. Si tratta di un equivoco che ci manda in rovina.”
domenica 10 giugno 2012
F.Kafka: Ieri ho avuto un mancamento
Ieri ho avuto un mancamento. Abita nella casa accanto, spesso le ho fatto un inchino vedendola entrare dentro un basso uscio. Una gran dama, abito lungo, largo e spiovente, cappello con piume. Ieri entrò di fretta in casa mia come un medico timoroso di essere arrivato tardi da un malato terminale. “Anton”, disse a bassa voce, fiera però, “eccomi”. Si lasciò cadere sulla sedia che le avevo indicato. “Stai di casa in alto, te”, disse sospirando. Sprofondato in poltrona feci un segno affermativo. Danzavano innumerevolmente gli scalini che portano fino alla mia stanza, uno dietro l’altro, instancabili ondine. “Perché fa così freddo?”, domandò lei, ma si tolse i guanti, vecchi e lunghi, e li buttò sul tavolo. Vide che tenevo la testa bassa e gli occhi serrati. Mi sentivo come un passerotto, saltellavo per le scale e lei mi scompigliava le piume morbide. “Mi duole davvero che tu ti consumi dietro a me”, disse. “Ho visto il tuo viso sciupato, quando stai in cortile e guardi verso la mia finestra, non sono mal disposta verso di te; tu non possiedi ancora il mio cuore, ma forse hai la possibilità di conquistarlo”.
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venerdì 8 giugno 2012
F.Kafka: Sciacalli e arabi.
Ci eravamo accampati nell’oasi. I compagni dormivano. Un arabo alto e bianco mi passò davanti; aveva provveduto al cammello ed era diretto al posto dove avrebbe dormito.
Mi girai nell’erba; volevo dormire; non ci riuscivo; l’ululato lamentoso di uno sciacallo a distanza; mi rimisi seduto. E quel che era stato tanto lontano, d’improvviso era vicino. Intorno a me un brulicare di sciacalli; occhi d’oro opaco, la cui brillantezza era sul punto di spegnersi; corpi snelli, eccitati all’agilità ed all’obbedienza come da una frusta.
Da dietro ne venne uno, mi s’infilò sotto il braccio, stretto a me come se richiedesse il mio calore, poi mi si mise davanti e parlò, i suoi occhi fissi nei miei:
“Sono lo sciacallo più vecchio in assoluto. Sono felice di poterti accogliere proprio qui. Avevo quasi già perso la speranza, infatti noi ti aspettiamo da un’infinità di tempo; mia madre e la madre di lei hanno aspettato e a ritroso tutte le madri, fino alla madre di tutti gli sciacalli. Devi crederci!”
“ La cosa mi stupisce”, dissi, e dimenticai di accendere la legna accatastata, pronta per tener lontani gli sciacalli con il fumo, “sentirla mi stupisce molto. E’ solo per caso che vengo qui dall’estremo nord e sto facendo un breve viaggio. Che cosa volete dunque, voi sciacalli?”
E loro, come incoraggiati da queste frasi forse troppo amichevoli, strinsero di più il loro cerchio intorno a me; tutti avevano il respiro corto e ansimante.
“Sappiamo”, disse l’anziano, “che vieni dal nord, proprio su questo si fonda la nostra speranza. Lì c’è il giudizio che qui tra gli arabi non si trova. Sai, da questa fredda superbia non nasce alcuna scintilla di giudizio. Uccidono gli animali per mangiarli e disdegnano le carogne.”
“Non parlare a voce così alta”, dissi, “qui vicino dormono degli arabi.”
“Sei veramente uno straniero”, disse lo sciacallo, “altrimenti sapresti che fin qui mai nella storia universale uno sciacallo ha avuto paura di un arabo. Dovremmo averne paura? Non basta, quanto alla sfortuna, che noi siamo finiti tra gente simile?”
“Può essere, può essere”, dissi, “non mi sono fatto un’opinione su cose che mi sono tanto lontane; sembra una contesa assai vecchia; dunque risiede tutta nel sangue; così forse avrà termine innanzitutto con il sangue.”
“Sei molto acuto”, disse il vecchio sciacallo; e tutti ansimarono ancora più svelti; con affanno, per quanto se ne stessero ancora tranquilli; dalle fauci aperte fuoriuscì un odore più cattivo, solo appena sopportabile serrando i denti, “sei molto acuto, quel che dici è conforme alle nostre antiche dottrine. Noi dunque gli leviamo il sangue e la contesa è finita.”
“Oh!” dissi con più violenza di quanto volessi, “loro si difenderanno, a frotte vi uccideranno con i loro schioppi.”
“Ci fraintendi”, disse lui, “dipende dalla natura umana, che non viene meno neppure nel lontano nord. Noi mica li uccideremo. Il Nilo non avrebbe abbastanza acqua per mondarcene. Alla sola vista del loro corpo vivo ce ne scappiamo via nell’aria più pura, nel deserto, che per questo è la nostra patria.”
E tutti gli sciacalli intorno, ai quali nel frattempo se n’erano aggiunti molti altri da lontano, abbassarono il muso tra le zampe anteriori e se lo pulirono; era come se volessero nascondere una ripugnanza, ma così spaventosa che io sarei balzato via volentieri dal loro cerchio.
“Che cosa avete intenzione di fare”, domandai, e volevo alzarmi; ma non potevo; due giovani animali mi avevano saldamente piantato i denti nella giacca e nella camicia; dovevo restare seduto. “Ti tengono lo strascico”, disse con serietà il vecchio sciacallo a mo’ di spiegazione, “un atto di omaggio”. “Devono lasciarmi andare!”, urlai, un po’ rivolto all’anziano, un po’ ai giovani. “Certo che lo faranno”, disse l’anziano, “se tu lo chiedi. Ma ci vuole un po’, perché, come sono abituati a fare, hanno addentato in profondità, e prima devono staccare piano il morso un poco per volta. Nel frattempo, ascolta la nostra preghiera.” “La vostra condotta non mi ha reso molto sensibile all'ascolto”, dissi io. “Non farci scontare la nostra inettitudine”, disse, ed ora per la prima volta adoperò il tono lamentoso naturale della sua voce, per chiedere aiuto, “siamo poveri animali, questa è la nostra sola certezza; per tutto quello che abbiamo intenzione di fare, il bene e il male, ci resta quest’unica certezza.” “Che cosa vuoi, dunque?”, domandai, appena un po' più calmo.
“Signore”, gridò lui, e tutti gli sciacalli ulularono; nella lontananza buia mi sembrò che fosse una melodia. “Signore, tu sei destinato a por fine alla contesa che divide il mondo. I nostri anziani ti hanno descritto così come sei, quello che lo farà. Noi dobbiamo ottenere la pace dagli arabi; aria respirabile; liberata della loro presenza la vista tutt’intorno, fino all’orizzonte; nessun montone macellato dagli arabi che si lamenti urlando; ogni animale è destinato a morire quietamente; dev’essere prosciugato da noi senza che veniamo disturbati, e ripulito fino alle ossa. Pulizia, non desideriamo altro che pulizia,” – ora tutti piangevano, singhiozzavano – “come fai tu, cuore nobile, sensibili viscere, anche soltanto a sopportarlo? Nell’umano i bianchi sono sozzura, sozzura i neri, orribili le loro barbe; vederne la coda dell’occhio dà il vomito; ed esce l’inferno dalle loro ascelle, quando sollevano il braccio. Perciò, o signore, o signore prezioso, con le tue mani che possono tutto, per mezzo delle tue mani che possono tutto, taglia loro la gola con queste forbici!” E, obbedendo ad uno scatto della sua testa, si avvicinò uno sciacallo che portava, su un dente canino, un paio di piccole forbici da cucito ricoperte di vecchia ruggine.
“E dunque eccoci finalmente alle forbici, e con questo alla conclusione!” gridò il capocarovana arabo, che si era avvicinato strisciando contro vento ed ora agitava il suo enorme scudiscio.
Tutto terminò di colpo, ma parecchi animali rimasero a poca distanza rannicchiati insieme, così stretti e immobili da sembrare una compatta barriera intorno a cui volteggiassero fuochi fatui.
“Dunque, signore, anche tu hai visto e udito questa messa in scena”, disse l’arabo e rise tanto allegramente quanto il riserbo della sua stirpe gli permetteva. “Quindi tu sai quel che vogliono gli animali?” domandai. “Certo, signore”, disse lui, “è universalmente noto; finché ci sono arabi, queste forbici vagano per il deserto e vagheranno con noi fino alla fine dei giorni. Vengono proposte per il capolavoro a tutti gli europei; ogni europeo è proprio quello che a loro sembra adatto. Questi animali hanno una speranza insensata; folli, sono veramente folli. Noi li amiamo per questo; si tratta dei nostri cani; meglio dei vostri. Guarda, ora, un cammello è morto durante la notte, l’ho fatto trasportare qui.”
Vennero numerosi portatori e gettarono il pesante cadavere davanti a noi. Non appena giacque lì, gli sciacalli fecero sentire la loro voce. Ognuno tirato come da funi irresistibili, si avvicinarono non senza soste, sfiorando il suolo con la pancia. Avevano dimenticato gli arabi, dimenticato l’odio, li affascinava la presenza della salma che, con il suo forte olezzo, cancellava tutto il resto. Già uno si attaccava alla gola e trovava, al primo morso, la giugulare. Come una misera pompa frenetica che, tanto perentoria quanto inutile, intenda spegnere un fuoco troppo poderoso, ogni muscolo del suo corpo ora tirava, ora sussultava. E già tutti erano all’ opera sulla salma, ammonticchiati.
Allora il capo li colpì forte da ogni parte con il tagliente scudiscio. Sollevarono la testa; mezzo ebbri e inermi; videro l’arabo star loro davanti; ebbero da sentire sui musi lo scudiscio; si tirarono indietro con un salto e corsero un poco a ritroso. Tuttavia il sangue del cammello già formava una pozza, fumava, il corpo era squarciato in molti punti. Non potevano resistere; erano di nuovo lì; il capo sollevò ancora lo scudiscio; gli afferrai il braccio.
“Hai ragione, signore”, disse, “lasciamoli al loro mestiere; del resto è tempo di partire. Hai visto. Prodigiosi animali, non è vero? E come ci odiano!”
martedì 5 giugno 2012
F.Kafka: A cavallo di un secchio.
Consumato tutto il carbone, vuoto il secchio, la paletta inutile, la stufa diffonde freddo, il gelo divora la stanza, fuori della finestra alberi irrigiditi nella brina, il cielo è uno scudo argenteo ostile a chi vorrebbe il suo aiuto. Devo procurarmi del carbone, non posso mica morire assiderato; dietro di me ho la spietatezza della stufa, davanti il cielo, anche lui spietato; ecco perché devo decidermi a cavalcare alla svelta per cercare aiuto dal carbonaio. Dato che lui è di solito insensibile alle mie preghiere, devo dimostrargli con la massima precisione che non ho più neanche un pezzetto di carbone e che lui perciò rappresenta addirittura il sole nel firmamento. Devo arrivare da lui come un mendicante moribondo che rantola per la fame sulla soglia dell’ingresso, cui la cuoca dei padroni decide di conseguenza di far versare in gola il fondo di caffè avanzato: proprio nello stesso modo il carbonaio deve buttare una paletta piena di carbone nel mio secchio, contrariato ma obbediente al comandamento “Non uccidere”.
La mia uscita di casa dev’essere decisiva, perciò cavalco il secchio. Come cavaliere del secchio, una mano stretta al manico, la semplicissima briglia, faccio le scale con difficoltà, tuttavia il secchio mi si solleva sotto magnifico; i cammelli, umilmente accovacciati al suolo, non si levano, colpiti dal bastone del padrone, in modo più bello. Per la via, che è assai ghiacciata, procediamo al trotto regolare, non poche volte vengo sollevato all’altezza dei primi piani, mai ai portoni delle case. Incredibilmente alto mi libro di fronte al soffitto della cantina del carbonaio, dove lui, in basso, ripiegato sul suo tavolo, scrive: per smaltire il calore esagerato ha aperto la porta.
“Carbonaio!” grido con la voce rauca per il freddo, avvolto in una nube di fumo, “ti prego, carbonaio, dammi un po’ di carbone. Ho il secchio così vuoto che riesco ad andarci a cavallo. Sii così buono. Quando posso ti pago.”
Il carbonaio porta la mano all’orecchio. “Ci sento bene?”, chiede al di sopra della spalla di sua moglie, che lavora a maglia sulla panca della stufa, “ci sento bene? Un cliente.”
“Io non ho sentito proprio nulla” dice la moglie, respirando impassibile sui ferri del lavoro a maglia, la schiena piacevolmente scaldata.
“Sì” grido, “sono un vecchio cliente fedele, affezionato, solo per il momento sprovvisto di mezzi”.
“Moglie”, dice il carbonaio, “è qualcuno, non posso certo sbagliarmi, dev’essere un cliente, un vecchio cliente, a parlar così al mio cuore.”
“Cos’hai, marito?”, dice la moglie appoggiandosi il lavoro al petto per riposarsi un momento. “Non è nessuno, la strada è vuota, tutti i nostri clienti sono a posto, possiamo interrompere i nostri affari per giorni e riposarci.”
“Ma io sono qui sul secchio”, grido, e senza che me ne accorga lacrime di freddo mi velano gli occhi, “per favore, guarda fuori, mi vedrai facilmente, per favore, una paletta piena di carbone, e sarei felicissimo se me ne voleste dare due. Gli altri clienti sono già riforniti. Ah! Già lo sento scricchiolare nel secchio!”
“Arrivo”, dice il carbonaio, e vorrebbe salire la scale della cantina con quelle sue gambe corte, ma la moglie è già su di lui, lo blocca per un braccio e dice: “Tu non ti muovi, tu desisti dalla tua testardaggine, ci vado io. Pensa a quella brutta tosse di stanotte. Per un affare solo ipotetico trascuri moglie e figlio e sacrifichi i polmoni? Vado io.”
“Allora però fagli l’elenco di tutte le qualità di carbone che abbiamo in magazzino, che io ti grido i prezzi.”
“Bene”, dice la moglie e sale in strada. Naturalmente mi vede subito.
“Signora carbonaia”, grido, “le porgo i miei rispettosi saluti, soltanto una paletta piena di carbone, qui, nel secchio, che la porto a casa, una paletta piena del più scadente. Naturalmente lo pago tutto, ma non subito, non subito.” Come scampanano le due parole “non subito”, e come si confondono con l’Avemaria che per l’appunto si sente dal campanile della chiesa vicina.
“Cosa vuole, allora?”, grida il carbonaio. “Niente”, risponde gridando la moglie, “non è niente, non vedo niente, non sento niente, soltanto che suonano le sei e noi ora si chiude. Il freddo è spaventevole, domani di sicuro avremo molto lavoro.”
Non vede e non sente nulla, lei, eppure si slaccia il grembiule e tenta di sventagliarmelo addosso. Purtroppo le riesce. Il mio secchio ha tutte le qualità di un animale da sella, ma non quella di resistere, troppo leggero, basta un grembiule da donna a farlo volar via.
“Cattiva!”, le grido di rimando, mentre girandosi verso il negozio, metà soddisfatta metà sprezzante, lei, armata di grembiule, colpisce l’aria. “Cattiva! Ho implorato una paletta piena di carbone, del più scadente, e tu non me l’hai data”.
E mai più a rivederci, io salgo dove le montagne sono di ghiaccio, dove mi perdo.
lunedì 4 giugno 2012
F.Kafka: Il ponte.
Ero rigido e freddo, ero un ponte bloccato su uno sprofondo, le punte dei piedi affondate da una parte, dall’altra le mani, pezzi d’argilla tra i miei denti. Le falde della giacca sventolavano di qua e di là. Sotto, il frastuono del gelido torrente. Nessun gitante si arrischiava fino a quest’altezza impraticabile, il ponte non era ancora segnato sulla carta. Insomma, ero immobilizzato ed aspettavo; dovevo aspettare; un ponte, una volta costruito, non poteva certo smettere di essere ponte, se non venendo giù. Una volta, verso sera, la prima o la millesima non lo so, perché i pensieri mi si confondevano sempre e giravano a vuoto, verso sera, in estate, il torrente mormorava più scuro - sentii passi umani. Da questa parte, da questa parte! Ponte, distenditi, assestati, deboli travi del parapetto, rimanete sicure, compensate impercettibili l’incertezza dei suoi passi; ma, se lui incespica, allora, ponte, fatti riconoscere, e, come una divinità della montagna, scaglialo giù. Arrivò, mi colpì con la punta ferrata del bastone, poi mi sollevò le falde della giacca e le mise a posto sopra di me, spinse quindi la punta nei miei capelli cespugliosi e v’indugiò a lungo, mentre forse ci guardava dentro. Poi, mentre sognavo che si trovasse lontano, oltre la montagna e la valle, lui si mise a saltarmi, con entrambi i piedi, sulla schiena. Tremavo di un dolore bestiale, senza sapere nulla, cos’era? Un bambino? Un ginnasta? Uno spericolato? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi voltai per vederlo. Il ponte si voltò!
Non mi ero ancora girato, che cadevo e già venivo smembrato ed infilzato da quei sassi appuntiti che sempre mi avevano guardato tanto pacifici tra l’acqua furiosa.
venerdì 1 giugno 2012
F.Kafka: In loggione
Se girasse sulla pista davanti al pubblico instancabile una cavallerizza stagionata e ansimante, se facesse il suo spietato collega schioccar la frusta, se si dimenasse da un mese di seguito, la cavallerizza, se buttasse baci dondolandosi sul vitino e continuasse questo suo numero tra i clamori continui dell’orchestra e del ventilatore - prospettiva grigia, applausi in calo prima, poi di nuovo alti, veri e propri colpi di maglio: allora magari un giovane loggionista correrebbe giù per la lunga scalinata attraversando ogni ordine di posti, si precipiterebbe nella pista e urlerebbe quel che segue: Basta!, tra le fanfare dell’orchestra, adattabile ad ogni caso.
Ma le cose non stanno così: una bella dama bianca e rossa sbuca volante dai tendaggi che le tengono aperti dei prodi in livrea. Il direttore, cercando pieno di deferenza i suoi occhi, le ansima contro come una bestia, ma fortuna vuole che lei sfoggi il suo cavallo pomellato come se del direttore fosse la nipote preferita, pronta a una corsa pericolosa; lui non riesce a decidersi a dare il segnale schioccando la frusta, da ultimo riesce a dominare le sue passioni, e via, dà il segnale, corre a bocca aperta accanto al cavallo a passi gravi, segue i balzi della cavallerizza con gli occhi fissi, a mala pena ne coglie la capacità artistica, tenta di mantenere il controllo con certi suoi urli in inglese, incita furiosamente alla più scrupolosa attenzione il palafreniere che regge il cerchio, prima del gran Salto Mortale * scongiura l’orchestra, le mani levate, di tacere. A cose fatte la piccola si solleva sul cavallo fremente, lo bacia sulle guance e non le bastano le ovazioni quando, sostenuta dal pubblico, sollevandosi sulla punta dei piedi si scuote con ampio gesto delle braccia la polvere dalla testolina spinta indietro; desidera condividere la sua felicità con tutto il circo.
Le cose stanno così, il loggionista osserva dal parapetto e senza rendersene conto piange, affondato nella marcetta finale che somiglia ad un sogno opprimente.
* in italiano nel testo.
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